Archivi categoria: sostenibilità

La lana: rifiuto o risorsa?

Strano come le intuizioni spesso disertino gli ambienti riservati alla speculazione intellettuale e si manifestino invece dove nessuno se l’aspetterebbe. Come quando la signora del bar, nell’allungarci la quotidiana tazzina di caffè, coglie l’occasione per chiederci se anche noi partecipiamo al progetto di bonifica degli oli sversati in mare attraverso l’impiego di lana sucida. Centellinato il prezioso liquido, la risposta (cristallina quanto l’immancabile “selzino”) è immediata: «No. Noi ci occupiamo di valorizzare la lana e favorire gli allevatori».

Non si tratta di una reazione emotiva, ma di un’esternazione su un tema lungamente meditato e divenuto patrimonio comune del nostro gruppo. Beninteso, nessun pregiudizio in merito a iniziative e brevetti che potrebbero costituire una soluzione a problematiche contingenti di straordinaria portata. Si tratta solo di operare gli opportuni distinguo. Secondo le dichiarazioni rilasciate dall’ideatore del brevetto, riportate in grassetto sulle principali testate giornalistiche internazionali, «il vantaggio economico del progetto sta nel basso costo della lana, ipotizzabile a circa un euro al chilogrammo compresi raccolta e trasporto».

Conoscendo le problematiche, le dinamiche e i costi gestionali di un centro di raccolta della lana, sperimentando quotidianamente l’evoluzione dei costi di trasporto, evitiamo di aggiungere altro: ci sembra che in questo modo venga fornita agli allevatori una soluzione bizzarra e sicuramente poco interessante al problema di ricavare un reddito dai propri velli. In questo modo possono scegliere se svenderli al mercato asiatico, abbandonarli nel bosco o cederli per recuperare del petrolio con cui qualcun altro sarà in grado di realizzare filati sintetici. Analogo ragionamento si presta a essere applicato ad altri contesti sbandierati innovativi, ecologici e solidali, che continuano tuttavia a prevedere scenari immaginifici, sempre a valle dell’allevatore. Tra questi citiamo gli isolamenti termoacustici, i pannelli fonoisolanti per reti viarie, le improbabili imbottiture a tiratura industriale.

Il ragionamento è sempre lo stesso: si tende a considerare la lana come un rifiuto a cui dare una possibilità di reimpiego, e mai una materia prima di valore da selezionare, conservare e proteggere tenendo in considerazione gli occhi, le mani e il contesto di chi giorno dopo giorno ripete un’attività millenaria fatta di fatica, ritualità e preziosi saperi. Un patrimonio che tutti avremmo bisogno di recuperare.

Ben venga quindi ogni sorta di brevetto a favore dell’ecologia. Però, oltre ad arrovellarci su come porre rimedio al disastro ambientale (il più delle volte per proseguire indisturbati la scellerata corsa distruttiva), cerchiamo di non dimenticare che sono proprio quei pastori così bistrattati che possono insegnarci a evitarlo, educandoci a uno stile di vita più sobrio.

Liscia, gassata o…?

«Liscia, gassata o…?» ovvero, per restare più in tema, «tradizionale,  autoctona o…?». La parola che completa il quesito la suggeriamo noi: tracciabile.

Sgombriamo il campo da equivoci. Purché se ne faccia uso, siamo favorevoli all’impiego della lana di ogni origine e in ogni declinazione, tuttavia è opportuno fare alcune distinzioni. Non entriamo al momento nel dibattito su temi scottanti di cui avremo modo di parlare più avanti, dai percorsi intercontinentali cui la lana è sottoposta (chi lo direbbe che parte di quella italiana, per fare un esempio, percorre le rotte dell’Est asiatico per ritornare in Europa trasformata e miscelata a quelle longitudini?) alla tutela di chi la lavora (infortuni, malattie professionali, retribuzioni e tutele sociali, lavoro minorile), fino alle conseguenze sull’ambiente di preparazioni, tinture e finiture, quando trasformata in contesti aggressivi e non controllati. Soffermiamoci invece sulla semplice analisi dei tre aggettivi in questione.

Tradizionale

In senso lato con questo termine ci si riferisce a una lana – o a volte, per i meno attenti, semplicemente a un filato – di qualunque composizione, che si trova disponibile comunemente sul mercato. Ne apprezziamo il colore, la mano, le caratteristiche tecniche e il prezzo, elementi che valutiamo al momento dell’acquisto avendo più o meno in mente l’oggetto che vorremmo vedere realizzato. Non ci interessa l’origine del prodotto e non prendiamo in considerazione gli indicatori sociali e ambientali che lo caratterizzano. Ci piace o meno, ci serve o meno, e nulla più.

Autoctona

Alcuni tra i consumatori più sensibili si stanno ponendo alcune domande relative alla filiera, dalla cura nell’allevamento dei capi alle condizioni degli allevatori, dalle modalità di raccolta e compensazione economica delle parti alla produzione dei semilavorati, fino alla manodopera che li crea e alle tutele dell’ambiente. In alcuni casi, affinando lodevolmente la conoscenza del ciclo, riescono pur con difficoltà a mettere le mani su proposte di “lane autoctone”.

Sembra ragionevole ipotizzare che prodotti con tale denominazione si troveranno, a breve, in quantità. Consentiteci tuttavia il dubbio che l’indicazione “lana autoctona” non necessariamente sottenda una filiera virtuosa: spesso si riferisce solo a un’uniformità di razza o a una sorta di denominazione di origine geografica. Nulla a che vedere con un progetto di più ampio respiro che valorizzi, tuteli e compensi tutti gli attori del ciclo.

Tracciabile

Questa ci sembra la chiave di volta nel processo di acquisizione di una corretta responsabilità di acquisto. Conoscere l’area di provenienza della materia prima è già un passo importante, ma sapere il nome degli allevatori, la stagione della tosa, le aziende che l’hanno lavorata, poter stimare i chilometri necessari per i trasporti e impostare un bilancio socio-ambientale comparato, ci sembra un passo decisamente più significativo e corretto.

Non abbiamo dubbi. Tra la tradizionale e l’autoctona, scegliamo la lana tracciabile.


L’insostenibile leggerezza della sostenibilità

«Aggettivo. Che si può sostenere». Così, con le variazioni del caso, recitano i vocabolari alla voce “sostenibile”. Tuttavia, comunque lo si analizzi, l’aggettivo non implica necessariamente che il sostantivo si sostenga davvero: semplicemente indica che questo è strutturato in modo tale da potersi sostenere. Un’indagine più mirata suggerisce di considerare come, nel caso dello sviluppo, questo sia sostenibile quando «compatibile con l’equità sociale e gli ecosistemi […], operante quindi in regime di equilibrio ambientale».

Tralasciando il non marginale contributo degli aspetti relativi alla preservazione della salute degli attori coinvolti (indicazione non riportata nella definizione), che a nostro avviso sono parimenti importanti, resta il dubbio sul fatto che chiunque possa definire un proprio prodotto, una propria filiera, come sostenibile. Fino a prova contraria, naturalmente. In quel caso, forse, basta qualche scusa e tutto può tornare come prima, senza tenere in considerazione l’evidente e deludente conseguenza di aver contribuito a screditare un settore, a ingannare chi agisce in buona fede e ad alimentare un vizioso sistema di business.

Per dirla con un recente intervento di L. Jucker, «gli elementi distintivi con cui i produttori vogliono smarcarsi dal prodotto “industriale”, restano spesso velleitari, ambigui e in definitiva poco significativi. […] Si accentua un certo interesse a qualificare gli articoli per la “filiera corta”, o “a chilometro zero”, da cui provengono, sebbene non sia sempre chiaro da dove si conti la distanza. […] La “ecosostenibilità” [è una] qualità magica che può esser attribuita per fede senza bisogno di dimostrarla. A volte sembra sufficiente che un tessuto sia greggio per dire di avere realizzato un prodotto “eco”».

Ci sembra interessante segnalare anche questo punto di vista sicuramente fuori dal coro. In ogni caso, a ognuno di noi spetta la responsabilità di dare concretamente sostegno alla sostenibilità, informandosi direttamente sulla filiera produttiva, stabilire rapporti umani all’interno di questa e, quando possibile, visitarla personalmente poiché, per dirla ancora con lo stesso Jucker del quale condividiamo l’anelito, si va affermando «un pubblico giovane, curioso e attento alle proposte, che fa ben sperare nel “greening”, più che nel “greenwashing”». In loro, e anche in voi, riponiamo le nostre speranze per una nuova generazione di consumatori finalmente responsabili.