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Valentina e i bizzarri ospiti di Wools of Europe


12 dicembre 2011

Oggi l’aria è più natalizia che mai. In ufficio stelline e palline di feltro penzolano ovunque, e un alberello piccino picciò che ho recuperato dalla soffitta ha trovato il suo posto accanto alla mia scrivania ed è stato addobbato fino a scoppiare. Le scrivanie, poi… Anche loro straripano, ma di fogli, fatture e appunti vari. Sembra che non si riesca a fare stare tutto in un solo posto, è pazzesco. L. ormai ha sempre i ferri in mano e sforna campioncini, cappellini, mantelline, scialli. È  una situazione piacevolmente caotica. È il genere di caos che precede le feste, dove tutti diventano frenetici e le strade sono invase da automobilisti storditi che sembrano aver scordato dove si trova il pedale dell’acceleratore! Ma manca poco a Natale e siamo tutti più buoni, no?

V.

13 dicembre 2011

Ho fatto un regalo di Natale al mio computer. Per la gioia del signor L., due graziose casse di discreta qualità che ho trovato in soffitta. Ora finalmente quando il capo non c’è i topini (io e L.) balleranno a ritmo di musica!

V.

14 dicembre 2011

Ma capitano tutti a me! Oggi pomeriggio sono venuti a visitare la mostra due signori piuttosto anziani. Uno alto alto e magro, l’altro decisamente più basso e calvo. Hanno iniziato a parlare del più e del meno con me e L., e ci raccontavano di fatti e misfatti di quando erano giovani. A un certo punto ho fatto per allontanarmi, perché avevo delle cose da fare, e il signore altissimo mi si è avvicinato e ha attaccato una filippica su una sua compagna di classe, che io conosco, su cui a suo tempo aveva fatto un pensierino, ma che poi si era sposata. «Come sta? Vero che è ancora una bella donnina? Un bel carattere, una gran bella persona…». Non la smetteva più! Cosa posso farci io se hai perso l’attimo? Comunque ho cercato di riavvicinarmi a L. e al signore più basso, che mi sembrava meno verboso, e invece la combinazione tra i due è stata come tra la nitroglicerina e la centrifuga: letale. A un certo punto, prima di riuscire a indirizzarli verso l’esposizione, il signore logorroico mi si è avvicinato a un palmo dal naso e mi ha detto: «Ma com’è che non ce n’erano di ragazze così alte ai miei tempi?». No comment. Credo di essermi lasciata sfuggire una risatina imbarazzata… Mezz’ora prima della chiusura, invece, si è presentato un ragazzino di quattordici anni. L’abbiamo accompagnato alla mostra, e intanto L. gli ha chiesto come mai fosse venuto a visitare l’esposizione. Risposta: aveva preso tre insufficienze oggi, e voleva posticipare più possibile il momento della resa dei conti in casa. Non fosse stato per la faccina seria e mortificata che aveva, mi sarei messa a ridere! L. gli ha spiegato che la strigliata era d’obbligo, e non perché la mamma fosse una strega, ma perché la scuola serve a noi per il nostro futuro, e le insufficienze ci devono aiutare a migliorare e a colmare le nostre lacune. Poco dopo gli ha telefonato la madre, infuriata, che gli ha intimato di rientrare a casa. Immediatamente.

V.

15 dicembre 2011

Stamattina sono entrata nel nostro magazzino. Che impressione: i mucchi di lana scelta che albergavano (ormai da quando sono arrivata qui) indisturbati in tutto lo spazio dello stabilimento, ora sono ordinatamente disposte in balloni rettangolari perfettamente incellofanati, tutti rigorosamente divisi per tipologia ed etichettati, pronti per essere mandati al lavaggio. Presto verranno spediti e il magazzino sarà completamente vuoto. E poi? Be’, in primavera cominceremo a ricevere la lana della nuova tosa, e nel frattempo avremo ricevuto tutti i prodotti ottenuti dalla lavorazione della lana della primavera passata.

V.

Valentina sotto l’albero


5 dicembre 2011

Inizia l’allestimento natalizio, e presto metteremo sul sito anche le ceramiche natalizie e tutti i prodotti della linea Natale, come i Babbo Natale rossi lavorati a maglia, con la testa fatta a mano, le ciotoline completamente lavorate a mano, perfette per metterci i gomitoli mentre si lavora a maglia, e le pecorelle che abbiamo vestito con maglioncini di lana Oropa bianca e rossa. Abbiamo fatto tutte le fotografie con l’albero di Natale sullo sfondo, piccolino e addobbato con le palline di feltro, con la scritta “Buon Natale” in otto lingue diverse, i pon-pon che abbiamo fatto io e L. qualche giorno fa con la nostra lana, e come neve abbiamo usato il nostro tops di lana Biellese. Adoro l’atmosfera natalizia! È proprio come quand’ero bambina: l’attesa, il freddo pungente, le luci, i regali mi mettono allegria e positività!

V.

7 dicembre 2012

Meraviglia delle meraviglie: oggi il mio amico Pier mi ha accompagnata a visitare il “piano nascosto” della fabbrica, un piano intermedio che fungeva con ogni probabilità da magazzino. È un posto magico, pieno di polvere e dal tipico odore di edificio abbandonato. Sembra quasi la scena di un film dell’orrore, con quei corridoi immersi nell’oscurità, i cavi elettrici pendenti dal soffitto basso e soltanto il debole cono di luce di una torcia elettrica portatile a illuminare dove mettere i piedi. Sarebbe pericolante e pericoloso, non fosse per la solidità dell’edificio che, nonostante sia dismesso da molto tempo (quest’ala della fabbrica è considerata ancora la parte “vecchia”), ha ancora un aspetto massiccio e non accenna a cedere. È stata un’esperienza emozionante. Quando siamo usciti di la, mi sono sentita come uno speleologo dilettante alla sua prima grotta.

V.

8 dicembre 2011

Oggi a casa mia abbiamo fatto l’albero! Palline, fiocchetti e decorazioni hanno riempito tutta la stanza, mentre io e la mia mamma eravamo tutte intente a scegliere il colore di fondo di quest’anno. Ogni anno ha un colore diverso: due anni fa era blu, l’anno precedente rosso e così via. L’anno scorso purtroppo io non c’ero, e non ho nemmeno voluto sapere di che colore fosse l’albero, è stato troppo traumatico il natale in piena estate! Quest’anno comunque la scelta è ricaduta sul bianco e oro. Abbiamo riesumato da un vecchissimo scatolone delle decorazioni che devono avere la mia età ma sono ancora bellissime. Fare l’albero di Natale è per me uno dei momenti più magici di tutto l’anno.

V.

9 dicembre 2011

Giornata di elaborazione grafica. E meno male, perché sono per tre quarti influenzata e non riuscirei a fare nient’altro che stare seduta a soffiarmi il naso! Comunque, sto lavorando sulle immagini dei prodotti di Natale, caricando sul sito le fotografie e aggiungendo la descrizione. Per fortuna non sono da sola in ufficio: L., M.T. e la nostra amica T. mi guardano intenerite ogni volta che tiro su col naso, e mi sembra di essere una bambina piagnucolosa in mezzo a tre mammine che mi coccolano. Speriamo che mi passi presto.

V.

Impressioni di feltro


Arrivo, il tempo di un saluto e di capire che avrei voluto esserci.

Arrivo nell’aula di Agostina e ho la sensazione di entrare in un ventre materno….caldo, accogliente, assolutamente femminile. Proprio come lei. Le allieve, tutte donne. L’ambiente è una vera e propria fucina in fermento.

Non sono certa che “fucina” sia la parola giusta e, per scrupolo, controllo sul dizionario. «Fornello su cui si arroventa il ferro che poi viene battuto sull’incudine». Non è questo che intendevo. Ancora: «Bottega del fabbro». Ci avviciniamo. Il termine “bottega” sa di lavoro, di mani, di sapienza. Ma è l’ultima definizione quella più calzante: «Luogo, ambiente in cui si formano grandi ingegni, prestigiose personalità». Ecco, ci siamo.

Di questo si tratta, di grandi ingegni e prestigiose personalità, me ne accorgo subito.

Si respira qualcosa di profondo, che va oltre le mani che danzano con la lana, mani che raccontano una storia, mani che raccontano di sè. Agostina, la levatrice, si muove attorno all’arte che sta nascendo, pronta a raccogliere un bisogno così come a rispettare un silenzio. Sembra proprio una sala parto: i lavori che prendono vita piano piano, e che fino alla fine non si sa davvero che aspetto avranno. Quello che vedo sui tavoli è il frutto di un ascolto di sé, è la fatica di riconoscere ciò che si trova, è il coraggio di dargli una forma, è la ricchezza del condividere ed è lo stupore di vedere, alla fine, quella parte di noi che abbiamo lasciato libera di essere.

Nascono così le ghirbe, per ognuna diversa, per ognuna simbolo della parte più intima di sé, del proprio ventre, del proprio essere donna.

I pochi uomini che si aggirano in questo tempio femminile lo fanno a passi leggeri, in un silenzio quasi reverenziale, consapevoli di essere fortunati testimoni di Bellezza. Accolgo l’invito a mettere le mani in pasta, seppure per pochi attimi: una manciata di Morettina, scura e ricciola, quel che resta di un top rosso e mi accorgo subito di averne un gran bisogno….bisogno di lasciar correre le mani, come una terapia. Così mi stupisco che Emilio non sia ad un tavolo a fare lo stesso, ma mi confida “E’ tutto così intimo e così femminile, che non me la sento”. Convinta che si stia perdendo qualcosa, replico “Ma noi abbiamo bisogno di uomini che capiscano”.

Arriva le sera vestita di un tramonto mozzafiato e la mia fuga, seppure breve, è finita. Saluto velocemente le vite che ho incrociato e me ne vado, così piena di emozioni da non sapere dove metterle.

E’ vero. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano. Che capiscano che c’è uno spazio solo nostro.

Grazie.

Elisa* intervista Agostina Zwilling


Questa settimana incontriamo Agostina Zwilling, artista e donna di grande carisma che ci accompagnerà nella conoscenza del feltro (e anche un po’ di noi stessi).

Buongiorno, Agostina. La prima domanda è quasi di rito: raccontaci come nasce la passione per il feltro e in generale per il mondo dei tessuti.

Nasce come tutte le passioni: per caso. Molto giovane studio figurinismo a Torino e inizio a sondare tutte le possibili tecniche di manipolazione di fibre e tessuti, perché già allora l’esigenza maggiore era quella di creare non solo modelli, ma anche tessuti originali. Sperimento continuamente nuove combinazioni e abbinamenti di colori, fibre e materiali. In questa mia incessante ricerca creativa ho riscoperto l’antico mestiere della produzione del feltro, che interpreto in modo contemporaneo del tutto personale, fino a testarne le potenzialità, oltre che nel campo della moda, anche nel mondo dell’arte.

Il feltro, quindi, è stato fin da subito arte e comunicazione?

Ho mosso i miei primi passi da artista che ero bambina, cominciando con pittura e scultura. Da lì in poi ho sempre sentito l’urgenza e il bisogno di comunicare e l’arte mi è stata compagna, parallelamente alla mia vita professionale. Pertanto, una volta incontrato il feltro, ho trovato naturale utilizzarlo nelle mie opere, insieme agli altri materiali che già manipolavo.

Il feltro sembra essere diventato una tendenza di questi ultimi anni (tanti i corsi, le produzioni artigianali, l’interesse), ma in realtà è un’arte arcaica, come la definisci tu: nel tuo percorso hai provato a risalire alle origini di questa lavorazione? Cos’hai scoperto?

Il feltro è un tessuto che non ha né trama né ordito, ed è creato semplicemente con le mani senza l’uso di strumenti specifici. Protegge dal freddo, dalla pioggia e dal vento. I popoli nomadi dell’Asia centrale, infatti, lo usano ancora oggi per isolare e arredare pareti e tetti delle loro abitazioni, ma anche per creare letti, tappeti e arazzi. È un tessuto frutto del lavoro comune, soprattutto di donne e bambini, e viene preparato nel periodo della tosatura delle pecore, secondo rituali e gesti che ricordano i movimenti di una danza. I manufatti sono realizzati seguendo solo la fantasia e l’istinto, senza schemi prestabiliti, e proprio per questo risultano carichi di simbologie arcaiche. Per non perdere contatto con questa tradizione, a Istanbul, ad esempio, sono stati istituiti corsi universitari appositamente dedicati allo studio del feltro. Lo stesso vale per il Nord Europa, in particolare per i paesi scandinavi, dove esistono scuole e istituti che offrono corsi di specializzazione sulla tecnica dell’infeltrire. Anche nelle regioni alpine il feltro è molto diffuso e apprezzato. L’Italia, infatti, è un paese con una lunga tradizione di allevamento ovino, tanto che l’industria laniera e tessile negli anni Sessanta ha avuto un grande sviluppo. Purtroppo il boom industriale ha sconvolto l’equilibrio di agricoltura e pastorizia, con effetti devastanti, e come conseguenza sono cambiate anche le abitudini di vita, rendendo obsolete attività che le nostre nonne svolgevano nell’ambito della vita familiare e sociale. Gesti antichi, densi di significati, sono scomparsi all’improvviso con il progresso.
Ripercorrere la storia del feltro è interessante perché attraverso rappresentazioni e tecniche abbiamo la possibilità di conoscere tanti aspetti della vita di un tempo, e credo che il contesto perfetto per questo tipo di ricostruzione storica siano i musei. Ma riprodurre e imitare le vecchie tecniche è limitativo: mi considero una contemporanea e voglio esprimermi nel mio tempo e con il mio linguaggio personale, dialogando con i miei settori di riferimento artistico e professionale.

La lavorazione del feltro è fisicamente impegnativa: la fatica aiuta in qualche modo a esprimere ciò che si agita dentro? Può diventare essa stessa veicolo di comunicazione?

Non parlerei di fatica, piuttosto di un rito che coinvolge tutto il corpo e che aiuta a esprimere piacere e creatività. Queste dimensioni si trovano in stretto rapporto, perché il piacere fornisce la motivazione e le energie necessarie al processo creativo il quale, a sua volta, aumenta il piacere e la gioia di vivere. Con il piacere, la vita è un’avventura creativa; senza, è solo una lotta per la sopravvivenza.

In tanti tuoi lavori utilizzi la tecnica del nunofeltro: di che cosa si tratta?

“Nuno” è una parola giapponese che significa “tessuto”. L’invenzione di questa tecnica viene attribuita all’australiana Polly Blakney Stirling nel 1992, in collaborazione con la sua assistente Sachiko Kotaka. Si tratta di manipolare una quantità minima di fibre di lana con un tessuto puro di base, come garza di seta o chiffon di seta, per poter ottenere un feltro leggero, dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quello tradizionale. Il processo di infeltrimento nuno è ideale per ottenere tessuti leggeri, adatti a creare capi d’abbigliamento o accessori moda, in una vasta gamma di effetti e colori, dalle texture decisamente molto interessanti.

Esistono ancora nuove frontiere, sfide, sperimentazioni nell’ambito delle tecniche di lavorazione?

Senza sperimentazione sarei una persona morta. La curiosità di andare oltre la materia mi ha sempre affascinato e trascinato in momenti creativi intensi. Mi è necessario, è un vero e proprio bisogno.

Molte tue opere rappresentano messaggi di denuncia contro la violazione dei diritti umani. Prendono vita in occasione di sollecitazioni particolari, come per esempio una mostra a tema, oppure nascono come esigenza di espressione riguardo a questioni sociali che ti stanno a cuore e attorno a cui desideri destare l’attenzione?

I diritti umani calpestati sono il mio “fil rouge” artistico perché laddove vi sono condizioni di violazione, muoiono i sogni. La denuncia di violenze e soprusi è il tema di tante mie opere, anche se non posso dire che il mio sia un fine sociale: considero i miei lavori esclusivamente come espressione personale e tale resta la loro utilità. Tutto quello che segue (esposizioni, fruizione delle opere da parte del pubblico, e anche un eventuale movimento delle coscienze), per quanto bello e importante, non è mai motivazione della nascita di un’opera. Quella riguarda solo me.

I tuoi lavori sono spesso connessi, in modi diversi, all’Africa: hai un legame particolare con questo continente?

Sì, molto intimo. È alla base della mia riflessione sul corpo femminile e sulla sua rappresentazione. La mia opera Main liée, pied lié, mani e piedi legati, fa riferimento alle minacce esterne a cui il corpo è costantemente sottoposto: è il simbolo dell’impossibilità di muoversi, condizione nella quale noi occidentali vogliamo tenere il popolo africano. La vulnerabilità e la ricerca della propria identità sono componenti fondamentali nel mio lavoro.

Fra le tante mostre a cui hai partecipato, ce n’è una a cui ti senti particolarmente legata?

PELLE, l’ultima mostra di cui sono stata curatrice. L’assunto alla base di questa nuova esperienza espositiva è il desiderio di analizzare il ruolo del feltro come frontiera naturale tra moda e sostenibilità, stimolo e strumento espressivo della creatività, con il chiaro intento di tracciare una nuova strada da intraprendere per l’industria del fashion e del design tessile. È su questa premessa che si sono concretizzati gli inviti alle artiste scelte per la loro attitudine a costruire il “Tessuto Innovativo” con lana organica e fibre naturali. È stata un’occasione importante per mettere in discussione con gioiosa passione e lucido disincanto i miti e i riti del settore moda, profondamente in crisi, indicando la necessità di ri-fondare principi e valori del processo produttivo, in un’ottica di sostenibilità.

Hai fondato l’Italian Felt Academy per poter offrire una formazione di alto livello insieme ad altre artiste: è la risposta a una richiesta che avete incontrato o avete proposto di vostra iniziativa una concezione del feltro qualitativamente più alta?

ItFA si basa sulle mie esperienze e su ciò che intendo per formazione. Credo si tratti di un processo tutt’altro che esclusivamente riconducibile al tradizionale “travaso” di saperi, o al semplice “addestramento” teso a sviluppare capacità tecniche. La formazione è soprattutto un processo educativo fondato sul rispetto e sulla valorizzazione del capitale umano di ogni allievo, ma anche sulla crescita e spendibilità del suo potenziale creativo. In questa prospettiva, per poter insegnare, occorrono esperienze professionali consolidate e, naturalmente, “vocazione formativa”. Conoscere una materia o una professione non basta, occorre saper “tirar fuori” (ex-ducere) da ogni allievo tutto il potenziale creativo e renderlo concretamente uno strumento operativo. La portata di questa didattica sta soprattutto nell’adattamento a una realtà in continua evoluzione: ne è un esempio il rapporto tra lavorazione del feltro ed ecosostenibilità, completamente modificato negli ultimi dieci anni in termini di logiche, sistemi organizzativi e, ovviamente, di competenze richieste alle persone che si accostano a quest’area di attività professionale. Io ne sono convinta e l’esperienza me lo ribadisce ogni giorno: lavorare in questo settore non è più solo saper disegnare, ma saper creare, tenendo conto di tutta una serie di fattori (sociologici, psicologici, culturali, economici, tecnologici, ambientali e via dicendo). In un mondo accademico ancora così pesantemente attardato a rispondere alle nuove esigenze formative e alle attuali complessità del mercato, Italian Felt Academy si fa portatrice di innovazione sia nei contenuti sia nelle metodologie didattiche, affinché il “momento formativo” diventi un’occasione unica per sviluppare nuovi approcci culturali, nuove capacità e competenze indispensabili per consentire la conoscenza delle risorse personali.

Per The Wool School proponi un corso sperimentale particolare dal titolo Wool/Water is Life: FeltGhirba: ci racconti di cosa si tratta e per chi è pensato?

Il corso proposto a The Wool School comincerà il venerdì pomeriggio, per protrarsi poi tutto il weekend. Tema di questi tre giorni sarà la realizzazione di una ghirba in feltro. Si tratta di un contenitore per l’acqua, normalmente realizzato in pelle di capra, fabbricato dalle donne di Berhale, un villaggio della Dancalia settentrionale. È un oggetto carico di significato, per diversi aspetti. Innanzitutto rappresenta l’unico mezzo di sostentamento per queste donne e quindi è alla base di un’economia dall’equilibrio fragilissimo. In secondo luogo serve al trasporto e alla conservazione di un elemento vitale come l’acqua. Proprio sulla preziosità di questo bene comune, vogliamo creare una sorta di legame tutto al femminile. Come ho scritto nella locandina di presentazione, noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita per eccellenza. Il contenitore creato durante il corso diventa così simbolo di noi donne occidentali feltraie, che consideriamo l’acqua un tesoro al pari delle donne etiopi e che, sfidando la materia e lavorandola fino a renderla impermeabile, permettiamo la conservazione dell’acqua per periodi di siccità. Questo è un perfetto esempio di ciò che si diceva prima a proposito della mia didattica: è un progetto che unisce pratica artistica, attenzione all’ecosostenibilità e sensibilizzazione culturale.
Per le nostre realizzazioni, The Wool Box metterà a disposizione diversi tipi di lana raccolta con l’ultima tosa dai pastori di tutta Italia. In particolare verranno utilizzati i sucidi di tre razze: Biellese, Suffolk e Prealpes du Sud.

Ci consigli una lettura che hai amato in modo particolare?

Più che di un libro si tratta di un’autrice: Alice Miller, psicanalista e saggista polacca scomparsa poco tempo fa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Ha scritto diversi libri e il suo tema dominante è la pedagogia nera, ossia la violenza educativa che i bambini vivono all’interno delle famiglie. È senz’altro un tema che in qualche modo ci riguarda tutti, come figli o genitori, e che merita sicuramente una riflessione.

Valentina, la regina dei bottoni


7 novembre 2011

Domenica abbiamo avuto davvero tanti visitatori al Wools of Europe, con un’affluenza media di una ventina di persone ogni mezz’ora. Alcuni sono arrivati perché hanno sentito parlare del nostro punto vendita, altri erano del posto e hanno approfittato della giornata di pioggia per venire a vedere cos’è questa mostra di Miagliano di cui hanno parlato alla radio. È stato molto bello, un vero punto d’orgoglio per noi. In più uno degli ospiti si è fermato a raccontarmi quello che sapeva dell’ex Cotonificio Poma, dove lavorava suo nonno. Mi ha parlato di quando, verso la fine dell’anno scolastico, andavano davanti alle scuole a chiedere ai bambini di terza elementare se fossero interessati a lavorare per i mesi estivi nel cotonificio, e di come, nella pausa della merenda, distribuissero pane e cioccolato, allora molto difficile da trovare lontano dalle città. I ragazzi bevevano da secchi pieni d’acqua muniti di mestoli e quando la “direttrice” batteva le mani e diceva: «Fine della ricreazione!», i ragazzi tornavano al loro lavoro. È stato incredibile ascoltare il suo racconto, di cui non conoscevo nulla. Assolutamente affascinante!

V.

8 novembre 2011

Oggi ho incontrato una mia ex insegnante del liceo. È venuta a visitare la mostra, e inizialmente non l’ho riconosciuta, nonostante avesse un volto familiare. Mi ha fatto il terzo grado su cosa facessimo, da dove venissero le lane, perché le avessimo qui noi, con un atteggiamento che mi ha messo a disagio. Dopo un po’ mi ha riconosciuta ed è iniziata una discussione sulle scuole che avrei volentieri evitato. Alcuni insegnanti sono riusciti a lasciarmi qualcosa, altri no. Lei purtroppo fa parte della seconda categoria. Un’amica su Facebook li chiama “gli equilibristi”: quelli che, da dove ti stanno, non sono ancora caduti. L’ho trovata una definizione sensazionale.

V.

9 novembre 2011

Oggi il signor L. ci ha fatto morire dal ridere. Ha preso il bellissimo cappellino di lana Oropa grigia che mette sempre quando piove, e ci ha applicato in cima un pon pon di lana rossa. Non che stia male, per carità. È solo simile a un buffo fumetto di cui non ricordo il nome… Non riesco a guardarlo con addosso quel berretto senza scoppiare a ridere!

V.

11 novembre 2011

Oggi è stata una splendida giornata di sole e ne ho approfittato per andare a trovare la mia cavallina. Bella sporca, si era rotolata nel fango come una bistecca impanata! D’altronde, per quanto sembri assurdo, è questo il modo in cui si puliscono dalla polvere del sudore sotto il pelo. Ho provato a farla girare un po’ al trotto con la corda lunga, ma non ha gradito più di tanto. Mi sa che ci sarà un bel po’ di lavoro da fare insieme. Per ora continuerò a farla trottare così, almeno finché non viene ferrata e il terreno diventa un po’ meno molliccio. Poverina, scivola e slitta in continuazione! Al lavoro invece ho quasi finito del tutto la pagina dei bottoni. Per la prima volta è tutto fatto da me: fotografie, impostazione, ritocchi, descrizioni (ancora da terminare), tutto tutto! Sono proprio orgogliosa!

V.

Valentina: il fascino senza trucco del Biellese


2 novembre 2011

Woo-hoo!!! Ho festeggiato Halloween quest’anno, ed è stato spettacolare! Gente vestita da Dracula, da zombie, da streghe… In un locale ho incontrato quattro puffi! Puffo Quattrocchi (con tanto di faccia blu e occhiali), puffo Forzuto con il cuoricino disegnato sulla maglia azzurra, un puffo che non saprei dire chi fosse e Puffetta, parrucca bionda e vestitino bianco… Che forte! All’uscita dallo stesso locale, in piedi, incappucciata e a testa china, c’era nientemeno che la Nera Signora, falce alla mano, che devo ammettere si era calata piuttosto bene nella parte e faceva quasi paura. Io invece ho passato due ore a truccarmi, e devo dire che tutti mi hanno fatto i complimenti per la ragnatela che mi ricopriva la faccia.

V.

3 novembre 2001

Ci stiamo spremendo le meningi per pensare ai kit natalizi. Le idee che abbiamo partorito finora sono eccezionali. Ci sarà da divertirsi! Il sito cresce a vista d’occhio: sempre nuove idee, nuovi pattern, nuovi prodotti, e soprattutto sto imparando finalmente a organizzarlo!

V.

4 novembre 2011

The Wool Box sta reclutando nuove leve. L’abbiamo segnalato sul sito e abbiamo avuto poche risposte, così il signor L. ha dato una tirata d’orecchie ai nostri fedeli lettori del blog, a cui è seguita un’accesa discussione tra chi pensa sarebbe meglio definire cosa cerchiamo e chi invece scorge in ciò che abbiamo scritto qualcosa di più vasto. Mi ha fatto molto piacere vedere che, nonostante queste persone avessero idee diverse, hanno espresso le proprie opinioni liberamente e rispettosamente. In più sembra davvero che ci siano persone interessate a lavorare con noi. Sono molto soddisfatta!

V.

5 novembre 2011

Pomeriggio pigro. Non vedo tante persone qui al Wools of Europe, almeno non quante ne vorrei vedere. Pensavo che avrebbe suscitato maggiore interesse, ma sembra che a pochi importi realmente quel che si fa qui nel Biellese. Poi però ci si lamenta in continuazione: «Eh, ma qui non succede mai nulla!», «Mai che ci sia qualcosa di nuovo…». Troppo facile! Tanto anche quando c’è qualcosa nessuno risponde agli stimoli. Tutte quelle chiacchiere sull’apatia di questo territorio, ma alla fine siamo noi i primi responsabili se non accogliamo le belle proposte che offre e ne sminuiamo le potenzialità. Un mio amico tre anni fa è venuto a trovarmi da Bologna. Ha alloggiato in una pensioncina a Candelo che ha trovato familiare e accogliente, ha visitato il Ricetto e l’ha trovato interessantissimo, ha visitato il centro di Biella, via Italia, il Duomo, Riva… Per una persona che arriva da fuori, anche la piccola Biella ha il suo fascino! Bisogna solo imparare a valorizzarlo. Ma prima ancora è fondamentale saperlo riconoscere.

V.

Valentina: l’arte di mettere una toppa


17 ottobre 2011

È una storia infinita. Sto parlando dell’idea del signor L. di tappezzare tutto l’ufficio con il feltro, fino all’altezza di un metro e mezzo. L’idea in sé non è affatto male, è la sua realizzazione che mi devasta. Al solo pensiero di quanto ci avremmo messo a ricoprire le pareti con carta da parati invece che con la lana, mi prende lo sconforto. Ci sto impiegando ore su ore, e il risultato ancora non si vede. In più ho sbagliato a riportare delle misure su un pezzo di feltro, e ora mi ritrovo a dover fare una toppa. Speriamo di venirne a capo, perché non sopporto più la smorfia che faccio ogni mattina, quando entro in ufficio e vedo quel maledetto rotolo di feltro parcheggiato in un angolo.

V.

18 ottobre 2011

Personaggi di rilievo oggi in visita a Wools of Europe. Purtroppo era il mio turno di stare in ufficio, e li ho solo visti arrivare ed uscire, ma tra le persone che ho notato c’era anche una giornalista. Ci farebbe comodo un po’ di pubblicità, tanta gente ancora non sa che cosa ci sia qui.

V.

19 ottobre 2011

Questa mattina L.&L., con l’aiuto della nostra M.T., hanno portato giù dal piano superiore un bellissimo tavolo risalente ai tempi del cotonificio. Lo sappiamo perché sotto di esso L. ha trovato un’etichetta decorata con la data scritta a mano. L’idea era quella di utilizzarlo come banco scolastico per il corso che si terrà sabato con Emma Fassio, ma poi il signor L. ha detto che sarebbe stato molto più bello se fosse diventato il “tavolo delle coperte”, e così io e L. l’abbiamo foderato con della stoffa nera, e ora si trova in bella vista davanti all’ingresso, con sopra esposta la mitica cesta della lana e le coperte del territorio.

V.

20 ottobre 2011

Ne succedono di tutti i colori qui a Miagliano, nonostante sia un paesino davvero minuscolo. Oggi, in uno dei budelli che usano qui al posto delle strade, si è consumata una piccola tragedia (per modo di dire, ovviamente): un camioncino (non un TIR con rimorchio, un camion normale) ha sbagliato a prendere le misure di manovra e ha cozzato contro un balcone, vaporizzandolo, tranne che per qualche gigantesco detrito che si è delicatamente poggiato sul manto stradale, con il rumore di una slavina. Abbiamo quasi pensato che ci fosse un terremoto…

V.

21 ottobre 2011

Ennesima giornata passata a tappezzare il muro. Sto cominciando a non poterne più, così oggi ho preso due spiccioli e sono andata in missione “colla per tessuti”. Un tubetto grosso quanto un ago da insulina costa circa 5 euro… Alla fine ho comprato del Bostik. Ha un odoraccio, è super chimico ma non costa come un litro del mio sangue! Di bello c’è che alle cinque del pomeriggio eravamo tutti sorridenti e strafatti per i vapori della colla, e due pareti sono praticamente finite. Come anche il tubetto da 125 g di Bostik. Il resto dovrà attendere mercoledì, quando sarò tornata dal week end (lungo) a Londra. Goodbye!

Elisa* intervista Marilena Terzuolo


Proseguiamo con la conoscenza delle maestre di The Wool School: questa settimana è la volta di Marilena Terzuolo, artigiana e artista del telaio, donna di grande umanità, che ha fatto del suo strumento un mezzo di comunicazione speciale.

Buongiorno, Marilena. Raccontaci i primi passi di artigiana della tessitura a mano: come avviene il primo incontro con il telaio?

Devo confessare che il primo incontro con il telaio è stato decisamente disastroso. A quei tempi (era il 1979) la tessitura a mano era un’arte praticamente sconosciuta. Avevo incontrato una signora tedesca trapiantata in Italia che possedeva un telaietto a tensione per cinture: ricordo la perplessità con cui guardavo quello strano oggetto. Poco dopo mio marito, incuriosito, acquistò un telaio a pettine-liccio senza nessuna nozione sul suo utilizzo, dato che nemmeno il negoziante aveva saputo fornirgli istruzioni. Fu così che a casa cominciò ad armeggiare con un intrico di fili pazzesco e io, spaventata, dissi a me stessa che non avrei mai toccato un telaio. In realtà, poi, lui si stancò di quei grovigli e io mi ci avvicinai per cominciare, piano piano, a domarli. In quel periodo ero senza lavoro, così provai ad aprire una bottega artigiana e iniziai a tessere. L’inizio non fu facile, ma con il passare del tempo e con l’aiuto di tessitori più esperti, diventai più veloce e sicura. Insomma, un inizio molto poco romantico.

Ben presto da artigiana ti trasformi in artista e i tuoi manufatti in opere d’arte: cosa ha portato questo cambiamento? Forse il desiderio di comunicare qualcosa attraverso le proprie creazioni?

All’inizio producevo soprattutto capi d’abbigliamento e complementi d’arredo. Poi nella mia bottega entrò Eugenio Guglielminetti, un artista astigiano che si innamorò dei miei lavori e mi chiese di realizzare alcuni arazzi sui suoi supporti. Io non mi sentivo all’altezza di un tale compito, ma lui insistette. Così mi misi all’opera, facendo del mio meglio. L’impegno profuso diede i suoi frutti e le opere create erano talmente belle che furono esposte in una mostra (la prima di molte) ad Aosta. La collaborazione con Guglielminetti continuò per alcuni anni; poi iniziai a sentire la necessità (si, proprio di necessità si tratta) di realizzare idee e progetti che mi frullavano nella mente. Fu proprio quel “desiderio di comunicare qualcosa”, non attraverso parole che si disperdono nel vento, ma attraverso il mio lavoro che ormai amavo e dal quale mi ero lasciata assorbire, che mi fece fare “il salto” nel mondo dell’arte.

Non necessariamente l’abilità e la capacità manuale sfociano nell’insegnamento: cosa ti ha spinto ad “aprirti” ai corsi?

L’insegnamento è stato quasi un cammino parallelo alla mia attività di tessitrice. Insegnare mi è sempre piaciuto, prima ancora di sedermi al telaio, e i corsi sono stati l’occasione per mettere a frutto il mio amore giovanile per Don Milani e l’universo delle scuole popolari, cercando di trasmettere i miei saperi a chiunque me lo chiedesse. Mi piace il termine “aprirsi ai corsi”, perchè insegnare questo mestiere significa proprio aprirsi, in senso quasi fisico, e lasciare uscire tutto quello che c’è nella propria mente e nel proprio cuore, senza trattenere gelosamente per sé i cosiddetti “segreti del mestiere”. Sono proprio questi segreti, piccole astuzie e accorgimenti apparentemente poco significativi, che fanno la differenza tra il lasciar giacere inutilizzati gli apprendimenti di un corso di tessitura e il riuscire a dar seguito a quello che si è appreso, trasformandolo in un hobby gratificante o addirittura in un lavoro abbastanza redditizio. Molte mie allieve hanno avviato un’attività tutta loro e questo per me è motivo di gioia.

Tra le tue mani e attraverso la tua persona il telaio acquista molteplici valenze: strumento espressivo con i bambini (arteterapia), strumento riabilitativo con persone dalle diverse abilità (ergoterapia), opportunità di lavoro e sostentamento per le donne africane. Come arrivi a pensare tutte queste possibilità?

In realtà queste opportunità arrivano da sole. Semplicemente dico sempre sì quando mi chiedono di insegnare tessitura. Provo fin da subito ad immedesimarmi nell’allievo, cercando le strategie per rendergli piacevole l’apprendimento. L’obiettivo è far si che non sia solo un passatempo, ma che diventi qualcosa di significativo nella sua vita, a seconda della situazione in cui si trova. I bambini sono subito affascinati da questi piccoli telai che uso con loro e i genitori rimangono stupiti che i loro figli riescano a focalizzare l’attenzione su piccoli pezzi di cartone e un po’ di lana colorata, più che su costosissimi giochi elettronici. Con le persone diversamente abili è un lavoro bellissimo: si crea subito amicizia, c’è tanta voglia di fare, e un grande interesse per una nuova attività. Le valenze di questi corsi sono molteplici: mentre le persone fanno progressi nel loro percorso umano, riescono a produrre manufatti che danno soddisfazione e sono vendibili. Proprio come nel caso delle donne eritree.

Il tuo impegno in Africa si svolge attraverso l’associazione “Dodiciceste”: ci racconti di questo progetto?

“Dodiciceste” è la onlus che ho fondato otto anni fa insieme a mio marito. Si tratta di un’organizzazione ecumenica nata tra confessioni cristiane ancora divise ma con un forte desiderio di unità. Crediamo che una delle strade per realizzare oggi questa unione sia proprio quella di portare, tutti insieme, solidarietà e giustizia là dove la povertà è troppo scandalosa. Anche in questo caso è stata la tessitura a mano a offrire un’opportunità. Un’associazione mi chiese di andare a fare formazione nella scuola di tessitura delle suore cappuccine in Eritrea, con l’obiettivo di portare all’autonomia almeno due o tre donne. Devo confessare che in quella circostanza non dissi subito sì, perché l’idea mi spaventava, ma dopo due o tre anni di insistenze mi decisi a partire senza sapere bene cosa aspettarmi. Per farla breve, ora ci sono nove gruppi di donne che lavorano autonomamente in tre villaggi dell’Eritrea per un totale di circa cento persone, più una scuola di tessitura ad Asmara e una cooperativa di quaranta ragazzi sordi a Keren. Più di tante parole, mi sembra una bella testimonianza di collaborazione tra confessioni diverse, impegnate insieme per i fratelli più sfortunati. Ecco spiegato il nome “Dodiciceste”: il vero miracolo che ha fatto Gesù nella moltiplicazione dei pani e dei pesci è stato quello di convincere qualcuno a distribuire quello che aveva, e da quella condivisione sono addirittura avanzate dodici ceste.

Cosa ricevi dall’incontro con le persone a cui sveli l’arte dell’intreccio?

Questa è una domanda preziosa. Dai miei allievi ricevo tutto, anche se il termine “allievi” non rende giustizia alla relazione che si crea nel gruppo. Quando insegno non ci sono allievi e maestra, ma persone che dal loro incontrarsi attorno a un telaio si scambiano saperi, e soprattutto si mettono in relazione tra loro. Crescono insieme l’abilità nel tessere stoffe, ma anche l’abilità nel tessere rapporti significativi: si lavora in coppia nel preparare l’ordito e questo momento iniziale collaborativo non si perde più, e si rafforza andando avanti. Un altro regalo che ricevo nell’insegnare tessitura è il fatto di imparare a tessere: sembra incredibile ma è così. Le difficoltà incontrate dagli allievi mi hanno stimolata a trovare soluzioni agli ostacoli che via via si presentavano loro, spronandomi a cercare espedienti magari poco ortodossi secondo i canoni della tessitura, ma efficaci al fine di ottenere un tessuto ben fatto. Per questo dico che non ci sono allievi e insegnanti, ma solo persone che tessono insieme.

I tuoi ultimi due progetti, ossia il libro Sculture di tessuto. Percorsi tra arte, artigianato e spiritualità e la mostra al Santuario di Oropa dal titolo Per sora nostra madre terra, contengono entrambi un forte richiamo verso l’Alto. Si può dire che attraverso il telaio si dispieghi una forma di meditazione o di preghiera?

Sì, certamente, per me è stato così. Mi ritengo fortunata perché ho potuto scegliere di vivere tra i boschi, nel silenzio di una casa piccolissima e povera ma immersa nel verde. A questo si aggiunga la mia frequentazione giovanile di gruppi parrocchiali dove mi è stato insegnato il piacere di conoscere e approfondire la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Sedersi al telaio può significare raccogliere i propri pensieri senza interrompere l’operosità delle mani e questo è preghiera.

Cosa proponi nei due corsi che terrai per The Wool School?

Ho deciso di proporre per entrambi i corsi l’apprendimento della tessitura a mano su telaio a pettine-liccio, che è il modello più semplice. Impareremo innanzitutto come si prepara per bene un ordito, perché su un ordito ben fatto è poi facile tessere qualsiasi cosa, dal tappeto pesante alla tendina leggerissima. Ma noi siamo molto ambiziosi e quindi su questo ordito ben teso cominceremo subito a tessere arazzi, attraverso l’apprendimento di tecniche differenti. Ogni allievo, al termine del corso, porterà a casa il risultato delle sue prime fatiche tessili e sarà in grado di utilizzare come meglio crede le tecniche apprese: potrà fare le sciarpa per i regali di Natale o lanciarsi in avventurosi impieghi dei materiali più disparati per creare arazzi unici e irripetibili. Se poi qualcuno è senza lavoro sarà in grado anche di iniziare una piccola produzione per la vendita, riservandosi in futuro di approfondire altre tecniche e l’utilizzo di altri telai.

L’intreccio si presta a molteplici metafore e significati. C’è un messaggio che ti piacerebbe “far passare” tra le trame del corso?

È un bellissimo gioco quello della ricerca di metafore e significati attorno alla tessitura e agli intrecci. Mi sta a cuore soprattutto quello del tessere relazioni tra persone diverse tra loro che prima non si conoscevano e che, nodo dopo nodo, imparano a conoscersi e a stare bene tra loro. Insomma, trame di pace, per una convivenza pacifica tra le persone.

Per concludere, un’ultima domanda: c’è un libro che ti è rimasto nel cuore e che ci consiglieresti?

Considero i libri miei compagni di viaggio, veri e propri amici. Tra i tanti che adoro ce n’è uno in particolare che porto nel cuore ed è Diario 1941-1943 di Etty Hillesum, ragazza ebrea di ventisette anni che affronta i campi di concentramento e la morte nel lager di Auschwitz con uno straordinario senso di responsabilità, restando fedele al suo popolo, al bello e al buono della vita. Etty è una giovane donna di Amsterdam, colta e passionale, che vive le sue storie d’amore e i suoi interrogativi spirituali nel clima d’odio del nazismo. Sceglie di non sfuggire alla propria sorte ma di reagire all’orrore e alla violenza rimanendo “un cuore pensante” anche nelle baracche dei lager e riuscendo a respingere fino all’ultimo momento ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancora più “inospitale”. Un libro da tenere a portata di mano nei momenti di gioia e in quelli di sofferenza, per ricordarci sempre, come dice lei, che “la vita è bella”.

Valentina: c’era una volta la lana…


11 ottobre 2011

Mi sto facendo una cultura, non solo in fatto di lavorazione della lana, ma soprattutto sulle persone che hanno lavorato una vita in questo edificio, al tempo in cui si chiamava Lanificio Botto o prima ancora Cotonificio Poma. Oggi ho passato mezz’ora ad ascoltare un ex tessitore che mi ha raccontato dei suoi otto anni tra queste mura. Si iniziava come annodatori, mi ha spiegato: i ragazzi giovani arrivavano e venivano messi ad annodare i fili dell’ordito. L’annodatura è un’operazione piuttosto delicata. Da tempo viene fatta con macchinari appositi, uno dei quali è in esposizione qui da noi, ma prima di questi, quando il subbio dell’ordito finiva, non se ne metteva un altro facendo passare di nuovo tutti i fili attraverso i licci e il pettine, ma si annodavano a mano i nuovi orditi a quelli precedenti. Se il nodo veniva fatto in mezzo all’ordito, il pettine battendo rompeva il filo. Bisognava quindi fare il nodo ad un’estremità. Il mio nuovo amico mi raccontava che si doveva fare la gavetta all’annodatura per due o tre anni prima di venire messi al telaio, e si doveva imparare il mestiere nel frattempo guardando i tessitori lavorare. Sarei rimasta ad ascoltarlo per ore…

V.

12 ottobre 2011

C’è stata una piccola discussione riguardo all’organizzazione della mostra. In realtà non mi permetterei mai di sollevare questioni sull’esposizione in sé, poiché non ci capisco nulla, ma stamattina sono arrivata alle nove, come ogni giorno, e ho iniziato subito le pulizie dello spazio che ospiterà Wools of Europe. Invece secondo i miei colleghi avrei dovuto aspettare mezz’ora prima dell’apertura della mostra, in modo da fare tutti lo stesso lavoro nello stesso modo e al medesimo orario. Mi hanno fatto notare che per pulire devo usare la corrente e per farlo devo accendere le luci, e questo significa mezz’ora in più al giorno di luci accese. Che nella singola giornata può sembrare un nonnulla, ma se rapportato alla settimana intera, e quindi ai tre mesi di esposizione, genera un costo rilevante. Insomma, mi sono presa un bel giro di torchio! Anche se sono stati tutti molto comprensivi e delicati nel riprendermi. Alla fine stiamo ancora cercando di stabilire delle procedure che siano ripetibili da tutti, perché la mostra non sarà sempre aperta dalla stessa persona.

V.

13 ottobre 2011

Che meraviglia! Oggi ho conosciuto una signora di Andorno della veneranda età di 101 anni. Sorda, con la vista annebbiata e sulla sedia a rotelle, riesce comunque a trasmettere tanta vitalità da far venire l’invidia. È venuta accompagnata da Paola, altra nostra interessantissima conoscenza della zona, che lavora al telaio. Proprio lei mi ha raccontato che questa signora ha lavorato una vita intera e ancora si dà da fare, così ho domandato all’ultracentenaria se fosse disposta a parlarmi della sua esperienza, e lei ha accettato. Mi ha detto di aver iniziato a lavorare a dodici anni, e di essere rimasta nella stessa azienda per ben quarantatré anni di seguito. Ha visto la fabbrica cambiare nome. Mi ha rivelato di non aver mai voluto figli, così da avere il marito sempre tutto per sé, e di non avere nessuna intenzione di andarsene perché «Come si fa a morire quando ci sono così tante cose da vedere?». Che sagoma! Se mai arriverò a quell’età voglio essere proprio come lei: vivace e spiritosa, con ancora tanta voglia di vivere e di imparare.

V.

14 ottobre 2011

Oggi sono arrivate tre signore per visitare l’esposizione. Come al solito mi sono attaccata a quella più anziana, per farmi raccontare la sua esperienza. Sembra davvero che ogni abitante del biellese abbia in qualche modo lavorato nel campo del tessile laniero. D’altronde è di quello che siamo vissuti per due generazioni e forse più… Mi appassiona questa nuova esperienza di confronto e arricchimento, spero che la mostra continui ad attrarre persone interessanti.

V.

Valentina: un’ape operosa tra i fili di lana

3 ottobre 2011

Oggi si imbianca! Dobbiamo rendere accogliente la zona dell’ingresso riservata all’esposizione del Wools of Europe. Io avrei preferito un colore diverso dal bianco, e una consulenza esterna ci aveva anche consigliato il grigio, magari chiaro per non togliere troppa luce, ma sarà il signor L. a decidere, anche in base al tempo a disposizione. L’incontro di sabato con la cavalla (si chiama Piccola) è stato più triste che deludente. Quando sono arrivata alla stalla con il proprietario abbiamo avuto una brutta sorpresa: si era azzoppata in chissà che modo… Mi ha fatto talmente tanta pena vederla arrancare in giro per la stalla cercando di non appoggiare il peso sull’arto dolente, che me ne sono dovuta andare, e sono rimasta di umore tetro per tutta la giornata.

V.

4 ottobre 2011

Non ho resistito. Oggi nella pausa pranzo L. mi ha accompagnato da Piccola. Sembra che stia un po’ meglio di sabato, ma appoggia ancora poco il piede. Sono perseguitata dalla sfortuna. L’amico che mi ha parlato di questo animale ne ha preso uno anche lui, un maremmano nero, e mi ha proposto di provarlo. Ma – guarda un po’ – la testiera era troppo piccola per il suo testone e non siamo riusciti a farci passare le orecchie, e così di nuovo nulla di fatto! Mi tocca aspettare che trovi delle redini adatte, oppure che Piccola si rimetta (e non so chi dei due ci metterà più tempo). Nel pomeriggio abbiamo finito di imbiancare e, dopo aver pulito tutto e raccolto le coperte e la spazzatura, non mi rimaneva nemmeno più la forza di sospirare. Ma è venuto davvero bene, e siamo perfettamente nei tempi. Sabato sarà emozionante, non vedo l’ora!

V.

5 ottobre 2011

Ho ripreso il lavoro “d’ufficio”, con il sito e tutto il resto. Sono arrivati per posta due nuovi pattern, belli e relativamente alla portata di tutti, e ora sono pronti sul sito. Dopodiché mi sono dedicata all’interminabile ma indispensabile compito dell’etichettatura. L. preparava le etichette e io le mandavo in stampa. Poi è arrivato il momento di abbinarle ai vari prodotti, ed è stato il panico: quale diavolo era la “sciarpa melange trama chiara”? E dove ho visto la differenza tra “trama grigio chiaro” e “trama grigio scuro”? Dopo un po’ per fortuna abbiamo iniziato a capirci qualcosa e siamo andate avanti più spedite. Meno male, perché iniziavo a pensare che saremmo state sepolte dalle sciarpe!

V.

6 ottobre 2011

Brutta notizia: i prezzi delle sciarpe non erano quelli che abbiamo usato, ma quelli segnati sul sito (non mi ero nemmeno accorta fossero diversi… mi sa che ho bisogno di un cervello nuovo). Risultato? Rifare il lavoro. Stamattina oltretutto L. non c’era, e mi sono sorbita le operazioni di prepara-stampa-attacca tutte da sola… Fortuna che avevo portato con me il lettore Mp3. Alla fine conoscevo i prodotti quasi a memoria, e in un’ora avevo già terminato tutto il lavoro. Stasera andrò al compleanno di un’amica, pizza e torta… addio dieta! Ma dopo questa sfacchinata direi che me lo sono meritato. Sabato è sempre più vicino, e si sente nell’aria la tensione dell’attesa che c’è sempre all’inaugurazione di un evento. È emozionante.

V.

7 ottobre 2011

Oggi non ho visto L. per tutto il giorno. È stata spedita a organizzare la nostra postazione nell’esposizione Wools of Europe, mentre io sono rimasta al solito posto, tra sito, etichette (no, non le sciarpe per fortuna), Wool Boxes, pattern e gente che intanto mi portava via i tavoli da sotto le mani, per portarli nella sede dell’esposizione. Alla fine mi sono ritrovata da sola in un salone completamente vuoto tranne che per le nostre scrivanie e i computer, a montare le scatole in piedi, usando come tavolo l’ultimo mobile rimasto. Per tutto il giorno ho cercato di tenermi in movimento, perché tira un vento freddo che congela le ossa, e nonostante il cielo limpido e il sole, ho avuto parecchio freddo. Si sta avvicinando l’inverno. E con l’inverno arriva il Natale. E con lui i miei regalini, che sono ormai diventati quattro, e sono sempre più complessi: ho imparato a fare le trecce!

V.