È una conferma quotidiana e per certi versi inaspettata. Abbiamo dato per scontato per un’intera vita lavorativa che i meccanismi della trasformazione laniera fossero appannaggio consolidato sia del grande pubblico sia dei singoli anelli della filiera. Sarà perché il sarto a cui ci si rivolgeva per confezionare il taglio per le grandi occasioni conosceva perfettamente i tessuti e, prima ancora, i filati – «Le consiglio questo pettinato, lo tocchi e lo confronti con quest’altro…» – e noi, clienti attenti all’investimento che stavamo facendo, ci lasciavamo guidare. Oggi non sono solo i sarti a scarseggiare, a fronte di un diffuso prêt-à-porter (forse sarebbe meglio dire un prêt-à-consumer) tarato fondamentalmente sul prezzo, ma anche gli specialisti della produzione sembrano essere diventati una specie in via di estinzione.
Da un lato manager che tratterebbero con le stesse strategie finanziarie bulloni o tegole anziché lana, argomento di cui spesso non possiedono neppure le nozioni fondamentali, dall’altro imprese di dimensioni esigue – questo lo cogliamo con maggiore frequenza nel Nord Europa – che, possedendo un ridotto parco attrezzature, lavorano come e per quello che possono. Un panorama che ci sconforta, ma contemporaneamente rappresenta una sfida, alla luce della scommessa culturale che abbiamo fatto.
Viviamo in condizioni di carenza sapienziale: spesso il prodotto finito o è fortemente standardizzato, proposto in ampio assortimento e gamma di colori, o è un articolo del quale accontentarsi a fronte di una lavorazione artigianale, spesso irregolare e non replicabile. Non c’è spazio per prodotti di qualità elevata e al contempo mirata, ovvero tarata sulla materia prima di partenza.
Un esempio su tutti e probabilmente neppure il caso più grave: un filato prima di essere tale deve venire “preparato”. La preparazione alla filatura un tempo consisteva anche in sette passaggi, che oggi sono ridotti a tre. La ragione va ricercata nella volontà di standardizzare le mischie di lana: più passaggi corrispondono a tempi più lunghi e costi più elevati, e il loro numero può essere contenuto a patto che le lane siano il più possibile simili tra loro da un lotto all’altro, anno dopo anno. Guai a sgarrare: le regolazioni degli impianti annullerebbero i margini ridotti che producono attivo solo su grandi quantità. Questo è quanto avviene negli impianti industriali, con l’inconsapevole avvallo degli acquirenti, che non avanzano richieste specifiche sui prodotti se non in termini di colore e prezzo o, qualora intendessero farlo, non avrebbero comunque dimensioni e forza sufficienti a spingere l’industria in direzioni più virtuose. Sull’altro versante, molte imprese di dimensioni minori possono contare su un saper fare fortemente specifico e puntuale, spesso frutto di tradizione e tarato sul macchinario che possiedono, e quindi non sempre idoneo a garantire il miglior risultato finale in relazione a differenti tipologie di materia in lavorazione.
In questo scenario non certo roseo, tuttavia, c’è ancora spazio per politiche di piccoli passi qualitativi laddove, a fronte di una profonda conoscenza dell’intera filiera, si sappia scegliere per ciascun sucido il migliore lavaggio, la più adeguata pettinatura, la filatura più idonea, la nobilitazione più corretta al fine di trasformare nel migliore modo possibile qualunque materia prima. Piccoli lotti seguiti passo a passo con cura minuziosa e controllo del risultato. Anche questo per noi è cultura della lana: essere consapevoli della necessità di scegliere, essere preparati a farlo e, non da ultimo, comunicarlo e coinvolgere nelle decisioni i propri interlocutori.



