Storie di lana: la mangiauomini

«Acquaaa, acquaaa!»

Quando il macchinista faceva sentire il suo grido, tutto il reparto sapeva di doversi tenere lontano da quella che veniva chiamata “la mangiauomini”. Divinità meccanica terribile e infaticabile, dal cui grembo prolifico incessantemente usciva lo stoppino che andava filato.

La carda, che ammaliava con il suo incedere regolare, necessitava di cure costanti, registrazioni amorevoli e continue. Scendere nel suo intimo – la fossa – era privilegio di pochi. Un compito affascinante e pericolosissimo. I grandi tamburi guarniti da pettini argentei lanciati in velocità e il rumore sommesso, costante e ipnotico, spesso inducevano gli uomini ad abbassare la guardia. La macchina, allora, esigeva un sacrificio e lo celebrava.

I macchinisti si riconoscevano subito: senza una mano, a volte privi di un braccio, dignitosi nel portare quelle ferite di guerra, cicatrici mai ostentate ma nemmeno da nascondere.

Sentendo gridare: «Acquaaa!», gli operai comprendevano che la carda stava per essere messa in funzione e, allontanandosi, la abbandonavano alla sua lenta e inesorabile partenza.

Quel grido non si sente più da anni, è stato sostituito dalle sirene, e l’acqua, che un tempo generava la forza motrice, oggi è importante in relazione alla produzione di energia elettrica. Gli infortuni sono diminuiti drasticamente grazie alle leggi, agli operai, agli imprenditori, agli ingegneri. La mitologia è stata addomesticata e, finalmente, ricondotta a esercizio di raziocinio.

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