La turbopecora

Pensiamo ai motori turbo. Al loro avvento, molti non riuscivano a capacitarsi dell’apparente contraddizione che rappresentavano. Una falsa interpretazione del principio di conservazione dell’energia arroccava molti ingenui nella ricerca dell’errore intrinseco alla promessa di minori consumi con maggiori prestazioni.

«È impossibile» era l’esclamazione più ricorrente. Quello che sfuggiva era il concetto di spreco, di cui il turbo non costituiva null’altro che una riduzione.

A distanza di anni l’individuazione dello spreco, che per alcuni è una costante esistenziale, non ha ancora fatto breccia nel pensiero comune. Anche la lana autoctona soffre di questo vizio. I pastori traggono reddito principalmente dalla macellazione. La lana, contrariamente a ogni buon senso, è spesso considerata un rifiuto. La pecora deve essere tosata per restare in salute ma, normalmente, il ricavo della vendita del vello non raggiunge il costo della tosa.

Il risultato sono smaltimenti non ortodossi o vendite sottocosto; in ogni caso perdita di identità, di valore, di reddito, di tracciabilità, fino ad arrivare all’indicazione, riportata per numerose specie ovine sugli annali di agraria alla voce “Lana”: «Non utilizzata. Questa produzione incide solo negativamente sul bilancio aziendale».

Invece, lavorare la lana di pastori proprietari di piccole greggi non commercialmente pregiate, specie transumanti e nomadi, costituisce un atto concreto di intelligenza, intesa come guadagno da parte di tutti gli attori coinvolti e come investimento per il futuro. Un maggior numero di pastori significa pascoli al posto di discariche o terreni incolti, scenari più gradevoli allo sguardo, torrenti governati che non tracimino a ogni piena, tutela di razze in via di estinzione, preservazione di una sapienza millenaria e prospettive future per le nuove generazioni.

La dignità è un valore da coltivare ed è abbondante sull’alpeggio. Spetta a ciascuno di noi scendere in campo, mettersi in gioco e divulgare una nuova cultura. Al di là dei facili proclami, è bello pensare che sia compito di ognuno operare per realizzare un progetto sociale, immaginare un futuro diverso, più equo, più eco, più pulito, più dignitoso per tutti.

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Una risposta a “La turbopecora

  1. Tutto vero, peccato che ormai la nostra società non sia più in grado di comprendere un sistema del genere….meglio allora i trinciarive, e bruciare le stoppie in campo piuttosto che fare passare le pecoracce che portano le zecche!!! Io ho un piccolo gregge e devo stare ben attenta a non farlo sconfinare nei campi dei vicini anche dopo le colture, anche se risparmierebbero un diserbo e la trinciatura prima della lavorazione della terra in autunno.
    Spero che la situazione cambi al più presto, che la gente si accorga che un’ agricoltura più “pulita” potrebbe portare non solo più salute al consumatore nell’immediato ma anche un modo di vivere meno stressante per tutti.
    P.S. le zecche ci sono perchè nessuno se le mangia più: fagiani, quaglie e altri insettivori selvatici sono pressochè scomparsi a causa di una caccia e un’agricoltura che così come sono adesso non sono più sostenibili.

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