Lana da toccare

Continuano le nostre esperienze sensuali nel mondo della lana. Questa volta parliamo di tatto, un senso sempre più mortificato dal quasi esclusivo ticchettare ritmico sulle tastiere o pigiare sulle “orecchie” di roditori informatici: la sensibilità dei polpastrelli, praticamente nullificata, sta diventando incapace di leggere quello che sfiorano le nostre dita.

Per noi che abbiamo deciso di salvaguardarne la presenza quotidiana nelle nostre vite, invece, è sempre una meraviglia poter tuffare la mano nella lana e apprezzarne secchezza, morbidezza, vaporosità, dimensioni, resistenza, avendo ben chiaro in mente quello che ne risulterà. Eppure anche molti cultori di questa preziosa fibra non hanno avuto la possibilità di toccare la lana sucida e valutarne le caratteristiche, e ancor meno hanno mai potuto comparare in simultanea le caratteristiche di velli differenti. Il problema è che all’abbondanza di filati accessibili non corrisponde altrettanta disponibilità in termini di materia prima. In sostanza il solco che separa il prodotto finito dal produttore risulta sempre più marcato.

È un bell’esercizio, interessante e piacevole, quello di affondare le mani in differenti tipologie di sucido e comprenderne le peculiarità. Provando a chiudere gli occhi e a concentrare le forze sulla sensibilità delle mani, il primo impatto è con la dimensione della fibra, la sua finezza: più simile ai capelli o quasi impalpabile? Sotto le dita chiunque sarebbe in grado di cogliere differenze di diametro dell’ordine dei micron e, con un po’ d’esercizio, persino di distinguere un agnello da una madre o una schiena da un petto. Incredibile, vero? Eppure è così, solo che nessuno ce lo ha mai fatto apprezzare.

Oltre alla finezza, rimestando nel mucchio è possibile cogliere la lunghezza del pelo: meglio corto o lungo? In realtà, ognuno non potrebbe essere diverso da quello che è, perfetto per quell’animale, per quella stagione, per quel pascolo. Meraviglia della perfezione della natura.

Afferrando un ciuffo e tirandolo per le estremità si ottiene un nastro che, trattenuto tra indice e pollice, permette di valutarne la lunghezza; tra la punta del dito e la sua radice ci sono cinque centimetri circa e, anche in questo caso, una volta tarata l’unità di misura, ci si può sbagliare di un paio di millimetri al massimo.

Tirando con forza il nastro si ottiene un’informazione fondamentale sulla resistenza, nonché la deduzione di quale sarà il suo miglior destino: tessitura o lavorazione a maglia?

Esplorando ancora, sempre a occhi chiusi, facendo gioire entrambe le mani dell’esperienza, è il ritorno della fibra nella sua dimensione originale a suggerire la morbidezza di quello che sarà il filato.

Estraendo le mani dal contenitore, quando il viaggio parrebbe terminato, un’ultima sorpresa tattile: sembrano più morbide, piacevolmente ricche. È l’effetto del grasso di lana di cui, pur in differente misura, ogni vello è ricco.

Ripetete questo esercizio per, diciamo, ottantaquattro volte. Potrete cominciare così ad apprezzare come ciascun vello abbia caratteristiche differenti e possa dare origine a un filato specifico, da cui ottenere un prodotto finito preciso, puntuale, di carattere: quello giusto. Contrariamente alle ordinarie proposte del mercato, non esiste un filato universale adatto a ogni prodotto e un buon manufatto non può mai prescindere dalla sua origine.

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