L’insostenibile leggerezza della sostenibilità

«Aggettivo. Che si può sostenere». Così, con le variazioni del caso, recitano i vocabolari alla voce “sostenibile”. Tuttavia, comunque lo si analizzi, l’aggettivo non implica necessariamente che il sostantivo si sostenga davvero: semplicemente indica che questo è strutturato in modo tale da potersi sostenere. Un’indagine più mirata suggerisce di considerare come, nel caso dello sviluppo, questo sia sostenibile quando «compatibile con l’equità sociale e gli ecosistemi […], operante quindi in regime di equilibrio ambientale».

Tralasciando il non marginale contributo degli aspetti relativi alla preservazione della salute degli attori coinvolti (indicazione non riportata nella definizione), che a nostro avviso sono parimenti importanti, resta il dubbio sul fatto che chiunque possa definire un proprio prodotto, una propria filiera, come sostenibile. Fino a prova contraria, naturalmente. In quel caso, forse, basta qualche scusa e tutto può tornare come prima, senza tenere in considerazione l’evidente e deludente conseguenza di aver contribuito a screditare un settore, a ingannare chi agisce in buona fede e ad alimentare un vizioso sistema di business.

Per dirla con un recente intervento di L. Jucker, «gli elementi distintivi con cui i produttori vogliono smarcarsi dal prodotto “industriale”, restano spesso velleitari, ambigui e in definitiva poco significativi. […] Si accentua un certo interesse a qualificare gli articoli per la “filiera corta”, o “a chilometro zero”, da cui provengono, sebbene non sia sempre chiaro da dove si conti la distanza. […] La “ecosostenibilità” [è una] qualità magica che può esser attribuita per fede senza bisogno di dimostrarla. A volte sembra sufficiente che un tessuto sia greggio per dire di avere realizzato un prodotto “eco”».

Ci sembra interessante segnalare anche questo punto di vista sicuramente fuori dal coro. In ogni caso, a ognuno di noi spetta la responsabilità di dare concretamente sostegno alla sostenibilità, informandosi direttamente sulla filiera produttiva, stabilire rapporti umani all’interno di questa e, quando possibile, visitarla personalmente poiché, per dirla ancora con lo stesso Jucker del quale condividiamo l’anelito, si va affermando «un pubblico giovane, curioso e attento alle proposte, che fa ben sperare nel “greening”, più che nel “greenwashing”». In loro, e anche in voi, riponiamo le nostre speranze per una nuova generazione di consumatori finalmente responsabili.

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