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Un maglione in bolletta

Il freddo ha bussato alla porta ormai da qualche giorno, deciso a prendersi la stagione che gli spetta. Ma noi, che riusciamo anche ad apprezzare la sua compagnia all’aria aperta quando ci veste di guance arrossate e cappelli colorati, in casa proprio no, non lo vogliamo. Arrivano in nostro aiuto fior fior di esperti, pronti a consigliarci su come ottenere nel nostro focolare un caldo salutare e che, possibilmente, ci permetta di guardare la bolletta con occhi sereni e cuore in pace. Ognuno sembra possedere la ricetta giusta, ognuno è convinto, come sempre, di avere in tasca la verità: c’è chi si barcamena tra improbabili programmazioni del termostato, che neanche la memoria in dotazione basta a ricordare, chi inchioda infissi e serramenti e li imbottisce con chilometri di tubolari (ché per quest’inverno le finestre non le apriamo), chi sceglie di dormire al fresco, che fa anche bene, ma sotto ai 10 gradi il reumatologo consiglia di non scendere… E così mi lascio stupire dal consiglio più bello: indossare in casa un maglione di lana. Ovvio, scontato, banale, talmente tanto da non pensarci nemmeno. Poi passo davanti allo specchio e vedo una felpa. Di cotone. Forse tanto ovvio non è. Il signor Esperto, che già mi piace, dice che con questo semplice accorgimento possiamo tranquillamente permetterci di abbassare di un grado la temperatura delle nostre case, così da ridurre in maniera tangibile anche le spese di riscaldamento.

Cominciano le riflessioni.

Il signor Esperto, che tanto ci piace e addirittura ci stupisce, ha detto ciò che avrebbero potuto tranquillamente dirci i nostri nonni o i nostri genitori. Fino alla loro generazione funzionava così: lana d’inverno, cotone d’estate. Ma i tempi sono cambiati e, come ci diceva Maria Cristina in un prezioso commento a un post, oggi viviamo giorni in cui tutto è possibile, in cui per le feste di Natale ci propongono abiti in seta, in cui la stola di cashmere “leggero leggero” diventa il capo spalla della nostra estate. Trovo stimolante, quasi doveroso, giocare con i dettami avuti in eredità, manipolarli, capovolgerli, disfarli per poi sperimentare: è così che si progredisce, è così che possiamo arrivare a capire quello che fa davvero per noi. Scopriamo in questo modo che la tradizione può vincolarci con dettami infondati (tutto sommato una pashmina di cashmere è perfetta per le serate estive) ma è in grado di regalarci perle di saggezza (lo smanicato in seta per la festa di Capodanno va bene se hai deciso di festeggiare in Sudafrica). Permettiamoci di scardinare le rigidità ma di tenere il buon senso. Questa è la ricchezza degli insegnamenti.

Un maglione di lana, poi, ha davvero molti vantaggi. Innanzitutto possiamo recuperarne uno vecchio (già, perché se le tarme non interferiscono, la lana dura) che davamo ormai per spacciato e divertirci a rinnovarlo, perché mica solo gli stilisti possono creare! Ci regaleremo fantasia, scopriremo capacità insospettate e indosseremo un vero e proprio “made by me”. Un maglione di lana possiamo farcelo da noi: un paio di ferri, qualche gomitolo, pazienza e tempo ci doneranno non solo colore da indossare, ma un’arte da mettere da parte e placide serate a ritmo di “diritto e rovescio”. Se questo è troppo, possiamo commissionare il lavoro all’amica esperta knitter: ci divertiremo a scegliere il modello, decidere il filato giusto e daremo sostegno a una microeconomia alternativa che tanti auspicano come rimedio per portare in salvo questi tempi difficili. La stessa microeconomia che aiuteremo scegliendo filati di razze autoctone, scegliendo la lana dei piccoli allevatori che hanno trovato il coraggio di “rompere” con l’abitudine e di tentare di salvare una preziosa risorsa. E così il cerchio si chiude e assomiglia terribilmente all’appello del “Natale handmade”, quello affisso in bacheca, seppur virtuale.

Tutto con un maglione.

Ho freddo, apro l’armadio e ascolto. Guardo la felpa di cotone e i brividi aumentano, guardo il maglione di lana e sento già addosso il caldo che mi regalerà, in una sorta di sinestesia. È l’intelligenza del corpo a parlare, quella che ci appartiene da sempre ma che abbiamo imparato a dimenticato con l’uso e l’abuso della ragione, padrona assoluta dei sensi anche quando avrebbe solo da imparare.

Ritorno alle origini. La lana scalda. Lo sanno gli esperti in bioedilizia, che la utilizzano come isolante termico naturale. Lo sanno quei pastori che, ironia della sorte (anche se c’è poco da ridere), la utilizzano come combustibile piuttosto che sostenerne i costi di smaltimento, convinti di non avere alternative economicamente sostenibili per la sua lavorazione.

La lana scalda e lo fa, prima di tutto, venendo indossata. Semplicemente.

Un maglione in bolletta quindi, ma col segno meno. Confortante e confortevole.

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Impressioni di feltro


Arrivo, il tempo di un saluto e di capire che avrei voluto esserci.

Arrivo nell’aula di Agostina e ho la sensazione di entrare in un ventre materno….caldo, accogliente, assolutamente femminile. Proprio come lei. Le allieve, tutte donne. L’ambiente è una vera e propria fucina in fermento.

Non sono certa che “fucina” sia la parola giusta e, per scrupolo, controllo sul dizionario. «Fornello su cui si arroventa il ferro che poi viene battuto sull’incudine». Non è questo che intendevo. Ancora: «Bottega del fabbro». Ci avviciniamo. Il termine “bottega” sa di lavoro, di mani, di sapienza. Ma è l’ultima definizione quella più calzante: «Luogo, ambiente in cui si formano grandi ingegni, prestigiose personalità». Ecco, ci siamo.

Di questo si tratta, di grandi ingegni e prestigiose personalità, me ne accorgo subito.

Si respira qualcosa di profondo, che va oltre le mani che danzano con la lana, mani che raccontano una storia, mani che raccontano di sè. Agostina, la levatrice, si muove attorno all’arte che sta nascendo, pronta a raccogliere un bisogno così come a rispettare un silenzio. Sembra proprio una sala parto: i lavori che prendono vita piano piano, e che fino alla fine non si sa davvero che aspetto avranno. Quello che vedo sui tavoli è il frutto di un ascolto di sé, è la fatica di riconoscere ciò che si trova, è il coraggio di dargli una forma, è la ricchezza del condividere ed è lo stupore di vedere, alla fine, quella parte di noi che abbiamo lasciato libera di essere.

Nascono così le ghirbe, per ognuna diversa, per ognuna simbolo della parte più intima di sé, del proprio ventre, del proprio essere donna.

I pochi uomini che si aggirano in questo tempio femminile lo fanno a passi leggeri, in un silenzio quasi reverenziale, consapevoli di essere fortunati testimoni di Bellezza. Accolgo l’invito a mettere le mani in pasta, seppure per pochi attimi: una manciata di Morettina, scura e ricciola, quel che resta di un top rosso e mi accorgo subito di averne un gran bisogno….bisogno di lasciar correre le mani, come una terapia. Così mi stupisco che Emilio non sia ad un tavolo a fare lo stesso, ma mi confida “E’ tutto così intimo e così femminile, che non me la sento”. Convinta che si stia perdendo qualcosa, replico “Ma noi abbiamo bisogno di uomini che capiscano”.

Arriva le sera vestita di un tramonto mozzafiato e la mia fuga, seppure breve, è finita. Saluto velocemente le vite che ho incrociato e me ne vado, così piena di emozioni da non sapere dove metterle.

E’ vero. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano. Che capiscano che c’è uno spazio solo nostro.

Grazie.

Elisa* intervista Agostina Zwilling


Questa settimana incontriamo Agostina Zwilling, artista e donna di grande carisma che ci accompagnerà nella conoscenza del feltro (e anche un po’ di noi stessi).

Buongiorno, Agostina. La prima domanda è quasi di rito: raccontaci come nasce la passione per il feltro e in generale per il mondo dei tessuti.

Nasce come tutte le passioni: per caso. Molto giovane studio figurinismo a Torino e inizio a sondare tutte le possibili tecniche di manipolazione di fibre e tessuti, perché già allora l’esigenza maggiore era quella di creare non solo modelli, ma anche tessuti originali. Sperimento continuamente nuove combinazioni e abbinamenti di colori, fibre e materiali. In questa mia incessante ricerca creativa ho riscoperto l’antico mestiere della produzione del feltro, che interpreto in modo contemporaneo del tutto personale, fino a testarne le potenzialità, oltre che nel campo della moda, anche nel mondo dell’arte.

Il feltro, quindi, è stato fin da subito arte e comunicazione?

Ho mosso i miei primi passi da artista che ero bambina, cominciando con pittura e scultura. Da lì in poi ho sempre sentito l’urgenza e il bisogno di comunicare e l’arte mi è stata compagna, parallelamente alla mia vita professionale. Pertanto, una volta incontrato il feltro, ho trovato naturale utilizzarlo nelle mie opere, insieme agli altri materiali che già manipolavo.

Il feltro sembra essere diventato una tendenza di questi ultimi anni (tanti i corsi, le produzioni artigianali, l’interesse), ma in realtà è un’arte arcaica, come la definisci tu: nel tuo percorso hai provato a risalire alle origini di questa lavorazione? Cos’hai scoperto?

Il feltro è un tessuto che non ha né trama né ordito, ed è creato semplicemente con le mani senza l’uso di strumenti specifici. Protegge dal freddo, dalla pioggia e dal vento. I popoli nomadi dell’Asia centrale, infatti, lo usano ancora oggi per isolare e arredare pareti e tetti delle loro abitazioni, ma anche per creare letti, tappeti e arazzi. È un tessuto frutto del lavoro comune, soprattutto di donne e bambini, e viene preparato nel periodo della tosatura delle pecore, secondo rituali e gesti che ricordano i movimenti di una danza. I manufatti sono realizzati seguendo solo la fantasia e l’istinto, senza schemi prestabiliti, e proprio per questo risultano carichi di simbologie arcaiche. Per non perdere contatto con questa tradizione, a Istanbul, ad esempio, sono stati istituiti corsi universitari appositamente dedicati allo studio del feltro. Lo stesso vale per il Nord Europa, in particolare per i paesi scandinavi, dove esistono scuole e istituti che offrono corsi di specializzazione sulla tecnica dell’infeltrire. Anche nelle regioni alpine il feltro è molto diffuso e apprezzato. L’Italia, infatti, è un paese con una lunga tradizione di allevamento ovino, tanto che l’industria laniera e tessile negli anni Sessanta ha avuto un grande sviluppo. Purtroppo il boom industriale ha sconvolto l’equilibrio di agricoltura e pastorizia, con effetti devastanti, e come conseguenza sono cambiate anche le abitudini di vita, rendendo obsolete attività che le nostre nonne svolgevano nell’ambito della vita familiare e sociale. Gesti antichi, densi di significati, sono scomparsi all’improvviso con il progresso.
Ripercorrere la storia del feltro è interessante perché attraverso rappresentazioni e tecniche abbiamo la possibilità di conoscere tanti aspetti della vita di un tempo, e credo che il contesto perfetto per questo tipo di ricostruzione storica siano i musei. Ma riprodurre e imitare le vecchie tecniche è limitativo: mi considero una contemporanea e voglio esprimermi nel mio tempo e con il mio linguaggio personale, dialogando con i miei settori di riferimento artistico e professionale.

La lavorazione del feltro è fisicamente impegnativa: la fatica aiuta in qualche modo a esprimere ciò che si agita dentro? Può diventare essa stessa veicolo di comunicazione?

Non parlerei di fatica, piuttosto di un rito che coinvolge tutto il corpo e che aiuta a esprimere piacere e creatività. Queste dimensioni si trovano in stretto rapporto, perché il piacere fornisce la motivazione e le energie necessarie al processo creativo il quale, a sua volta, aumenta il piacere e la gioia di vivere. Con il piacere, la vita è un’avventura creativa; senza, è solo una lotta per la sopravvivenza.

In tanti tuoi lavori utilizzi la tecnica del nunofeltro: di che cosa si tratta?

“Nuno” è una parola giapponese che significa “tessuto”. L’invenzione di questa tecnica viene attribuita all’australiana Polly Blakney Stirling nel 1992, in collaborazione con la sua assistente Sachiko Kotaka. Si tratta di manipolare una quantità minima di fibre di lana con un tessuto puro di base, come garza di seta o chiffon di seta, per poter ottenere un feltro leggero, dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quello tradizionale. Il processo di infeltrimento nuno è ideale per ottenere tessuti leggeri, adatti a creare capi d’abbigliamento o accessori moda, in una vasta gamma di effetti e colori, dalle texture decisamente molto interessanti.

Esistono ancora nuove frontiere, sfide, sperimentazioni nell’ambito delle tecniche di lavorazione?

Senza sperimentazione sarei una persona morta. La curiosità di andare oltre la materia mi ha sempre affascinato e trascinato in momenti creativi intensi. Mi è necessario, è un vero e proprio bisogno.

Molte tue opere rappresentano messaggi di denuncia contro la violazione dei diritti umani. Prendono vita in occasione di sollecitazioni particolari, come per esempio una mostra a tema, oppure nascono come esigenza di espressione riguardo a questioni sociali che ti stanno a cuore e attorno a cui desideri destare l’attenzione?

I diritti umani calpestati sono il mio “fil rouge” artistico perché laddove vi sono condizioni di violazione, muoiono i sogni. La denuncia di violenze e soprusi è il tema di tante mie opere, anche se non posso dire che il mio sia un fine sociale: considero i miei lavori esclusivamente come espressione personale e tale resta la loro utilità. Tutto quello che segue (esposizioni, fruizione delle opere da parte del pubblico, e anche un eventuale movimento delle coscienze), per quanto bello e importante, non è mai motivazione della nascita di un’opera. Quella riguarda solo me.

I tuoi lavori sono spesso connessi, in modi diversi, all’Africa: hai un legame particolare con questo continente?

Sì, molto intimo. È alla base della mia riflessione sul corpo femminile e sulla sua rappresentazione. La mia opera Main liée, pied lié, mani e piedi legati, fa riferimento alle minacce esterne a cui il corpo è costantemente sottoposto: è il simbolo dell’impossibilità di muoversi, condizione nella quale noi occidentali vogliamo tenere il popolo africano. La vulnerabilità e la ricerca della propria identità sono componenti fondamentali nel mio lavoro.

Fra le tante mostre a cui hai partecipato, ce n’è una a cui ti senti particolarmente legata?

PELLE, l’ultima mostra di cui sono stata curatrice. L’assunto alla base di questa nuova esperienza espositiva è il desiderio di analizzare il ruolo del feltro come frontiera naturale tra moda e sostenibilità, stimolo e strumento espressivo della creatività, con il chiaro intento di tracciare una nuova strada da intraprendere per l’industria del fashion e del design tessile. È su questa premessa che si sono concretizzati gli inviti alle artiste scelte per la loro attitudine a costruire il “Tessuto Innovativo” con lana organica e fibre naturali. È stata un’occasione importante per mettere in discussione con gioiosa passione e lucido disincanto i miti e i riti del settore moda, profondamente in crisi, indicando la necessità di ri-fondare principi e valori del processo produttivo, in un’ottica di sostenibilità.

Hai fondato l’Italian Felt Academy per poter offrire una formazione di alto livello insieme ad altre artiste: è la risposta a una richiesta che avete incontrato o avete proposto di vostra iniziativa una concezione del feltro qualitativamente più alta?

ItFA si basa sulle mie esperienze e su ciò che intendo per formazione. Credo si tratti di un processo tutt’altro che esclusivamente riconducibile al tradizionale “travaso” di saperi, o al semplice “addestramento” teso a sviluppare capacità tecniche. La formazione è soprattutto un processo educativo fondato sul rispetto e sulla valorizzazione del capitale umano di ogni allievo, ma anche sulla crescita e spendibilità del suo potenziale creativo. In questa prospettiva, per poter insegnare, occorrono esperienze professionali consolidate e, naturalmente, “vocazione formativa”. Conoscere una materia o una professione non basta, occorre saper “tirar fuori” (ex-ducere) da ogni allievo tutto il potenziale creativo e renderlo concretamente uno strumento operativo. La portata di questa didattica sta soprattutto nell’adattamento a una realtà in continua evoluzione: ne è un esempio il rapporto tra lavorazione del feltro ed ecosostenibilità, completamente modificato negli ultimi dieci anni in termini di logiche, sistemi organizzativi e, ovviamente, di competenze richieste alle persone che si accostano a quest’area di attività professionale. Io ne sono convinta e l’esperienza me lo ribadisce ogni giorno: lavorare in questo settore non è più solo saper disegnare, ma saper creare, tenendo conto di tutta una serie di fattori (sociologici, psicologici, culturali, economici, tecnologici, ambientali e via dicendo). In un mondo accademico ancora così pesantemente attardato a rispondere alle nuove esigenze formative e alle attuali complessità del mercato, Italian Felt Academy si fa portatrice di innovazione sia nei contenuti sia nelle metodologie didattiche, affinché il “momento formativo” diventi un’occasione unica per sviluppare nuovi approcci culturali, nuove capacità e competenze indispensabili per consentire la conoscenza delle risorse personali.

Per The Wool School proponi un corso sperimentale particolare dal titolo Wool/Water is Life: FeltGhirba: ci racconti di cosa si tratta e per chi è pensato?

Il corso proposto a The Wool School comincerà il venerdì pomeriggio, per protrarsi poi tutto il weekend. Tema di questi tre giorni sarà la realizzazione di una ghirba in feltro. Si tratta di un contenitore per l’acqua, normalmente realizzato in pelle di capra, fabbricato dalle donne di Berhale, un villaggio della Dancalia settentrionale. È un oggetto carico di significato, per diversi aspetti. Innanzitutto rappresenta l’unico mezzo di sostentamento per queste donne e quindi è alla base di un’economia dall’equilibrio fragilissimo. In secondo luogo serve al trasporto e alla conservazione di un elemento vitale come l’acqua. Proprio sulla preziosità di questo bene comune, vogliamo creare una sorta di legame tutto al femminile. Come ho scritto nella locandina di presentazione, noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita per eccellenza. Il contenitore creato durante il corso diventa così simbolo di noi donne occidentali feltraie, che consideriamo l’acqua un tesoro al pari delle donne etiopi e che, sfidando la materia e lavorandola fino a renderla impermeabile, permettiamo la conservazione dell’acqua per periodi di siccità. Questo è un perfetto esempio di ciò che si diceva prima a proposito della mia didattica: è un progetto che unisce pratica artistica, attenzione all’ecosostenibilità e sensibilizzazione culturale.
Per le nostre realizzazioni, The Wool Box metterà a disposizione diversi tipi di lana raccolta con l’ultima tosa dai pastori di tutta Italia. In particolare verranno utilizzati i sucidi di tre razze: Biellese, Suffolk e Prealpes du Sud.

Ci consigli una lettura che hai amato in modo particolare?

Più che di un libro si tratta di un’autrice: Alice Miller, psicanalista e saggista polacca scomparsa poco tempo fa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Ha scritto diversi libri e il suo tema dominante è la pedagogia nera, ossia la violenza educativa che i bambini vivono all’interno delle famiglie. È senz’altro un tema che in qualche modo ci riguarda tutti, come figli o genitori, e che merita sicuramente una riflessione.

Elisa* intervista Deborah Gray


Questa volta il filo di lana ci porta da Deborah Gray, inglese d’origine e scozzese d’adozione, filatrice di lunga data con una grande passione per tutte le arti manuali, tanto da poter essere definita un’artista a tutto tondo.

Buongiorno, Deborah. Cominciamo dalle origini: grazie alle donne della tua famiglia fin da bambina hai vissuto immersa in un mondo di fili e filati. Si può dire che le tue passioni siano nate proprio allora?

Senza dubbio. Sono cresciuta con mia madre e mia nonna, sarte e magliaie esperte. Uno dei miei primi ricordi è legato proprio alla nonna che mi racconta la storia della coperta stesa sul mio letto. Era formata da tanti quadrati di maglia diversi, ognuno ricavato da lavori ai ferri che lei stessa aveva confezionato per tutta la famiglia e che erano stati poi riciclati in questo modo. Ogni riquadro aveva una storia, che io ascoltavo affascinata. C’erano addirittura ritagli di vecchi vestiti risalenti al periodo della guerra. Poiché ero l’unica bambina in una casa tutta di donne ero senz’altro più “esposta” di altri miei coetanei ai lavori manuali. A tutte le ragazze della generazione di mia madre venivano insegnati i rudimenti di maglia e cucito fin dalla tenera età, e ci si aspettava che diventassero abili sarte e magliaie. Mia madre mi raccontava che durante la guerra lei e le sue compagne di classe confezionavano calze ai ferri per i marinai. Da lei ho ereditato il bisogno di avere sempre le mani occupate. Posso dire che la tradizione della mia famiglia sia riassunta dal detto «Il diavolo fa lavori per mani pigre»: se a casa nostra te ne stavi senza far niente, qualcuno ti trovava immediatamente un lavoro, quindi era sempre bene essere occupati in un’attività di propria scelta! Eppure sono stata sul punto di abbandonare per sempre il lavoro a maglia all’età di sette anni, quando la mia classe ricevette l’incarico di confezionare strofinacci bianchi di cotone: riuscite a immaginare qualcosa di più noioso da lavorare ai ferri? Per dieci anni non volli più saperne di ferri e filati, ma in compenso iniziai a confezionare abiti, prima per le mie bambole e poi per me. Con il tempo iniziai a cucire gonne, giacche e camicette per le amiche in cambio di tagli di stoffa che poi usavo per le mie creazioni. Fu un coloratissimo maglione confezionato con la tecnica fair-isle che mi fece riprendere in mano i ferri: decisa a rifarlo, con l’aiuto di mia madre arrivai alla fine del progetto, anche se probabilmente la qualità del lavoro lasciava assai a desiderare. Da allora, mi capita raramente di non avere un lavoro iniziato sui ferri. Mia mamma e mia nonna, però, non hanno mai filato, finché io stessa non l’ho insegnato loro negli anni Ottanta.

Prima di approdare al fuso hai quindi sperimentato altre attività manuali come la maglia e il cucito: cosa ti ha dato la filatura che non hai trovato altrove?

Quando ho provato a filare per la prima volta, alla fine degli anni Settanta, mi sembrava di trovarvi un legame naturale con il lavoro a maglia e le altre attività creative che avevo sempre fatto (il macramé era assai popolare all’epoca, così come il crochet), senza considerare la crescita di movimenti culturali basati sui concetti di ritorno alla natura e autosufficienza. Anche il denaro era un fattore da considerare: ero una studentessa con pochi spiccioli in tasca e avevo saputo che al prezzo di due o tre gomitoli avrei potuto comprare un vello intero, sufficiente per confezionarmi almeno un paio di capi d’abbigliamento. Ma l’aspetto che più mi affascinava era la possibilità di prendere qualcosa allo stato grezzo, come un vello, e attraverso il solo uso delle mie mani e di pochi strumenti, riuscire a ottenere una grande varietà di filati da trasformare a loro volta in vestiti, accessori e in un’infinita gamma di oggetti decorativi e funzionali. Appena preso tra le mani il primo fuso, precario e barcollante, sentii dentro di me il desiderio di imparare di più e fare meglio. Trovai un’insegnante e provai un filatoio a ruota: la passione era nata!

Questa passione per la filatura è legata all’utilizzo diretto dei filati che produci?

Si, io vedo il filato come qualcosa da utilizzare per creare qualcos’altro, non come un punto d’arrivo. Proprio per questo, per me, deve essere funzionale e adatto allo scopo. Dal primo momento in cui maneggio il materiale grezzo, che sia un vello, un bozzolo di seta o un’altra fibra anche parzialmente lavorata, inizio a pensare a ciò che vorrei creare con il filo che otterrò e a come preparare e lavorare le fibre in modo da evidenziarne le caratteristiche migliori. Allo stesso modo, se ho in mente un progetto particolare scelgo con cura le fibre da usare ed eventualmente mischiare, per creare il filato più adatto. Attualmente uso i miei filati soprattutto per lavori a maglia, su schemi disegnati da me, o talvolta per decorare lavori in feltro. Il mio telaio è momentaneamente smantellato perché non ho abbastanza spazio in casa, quindi da alcuni anni purtroppo non ho modo di tessere i miei filati.

Fra i diversi materiali che hai sperimentato, qual è quello con cui preferisci lavorare?

Mi piace sperimentare tutte le fibre che mi capita di avere tra le mani. Quando insegnavo fisiologia agli studenti di veterinaria ero solita recuperare fibre durante le visite che facevamo allo zoo di Edimburgo: mi è capitato anche di raccogliere materiale pettinando i cammelli dello zoo con un rastrello da giardino! Il mio esperimento più recente è stata la filatura della peluria di scoiattolo trovata sotto un albero, al parco (risultato: un filato inconsistente, difficile da lavorare per via delle fibre troppo corte e viscide). La seta è molto bella da vedere e da toccare, ma se filata partendo dal top risulta troppo molle per essere lavorata a maglia. Diversa è la filatura partendo dal bozzolo: i successivi lavori a maglia hanno una texture migliore, anche se prediligo la filatura mista di seta con lana o cashmere. Ma il mio materiale preferito resta in assoluto la lana: è perfetta in termini di resistenza, isolamento termico e vestibilità, e con una gamma così ampia di razze ovine si possono ottenere fibre adatte praticamente per tutti gli scopi. Le mia preferita è la pura lana Shetland, proveniente dall’omonima razza: al tocco risulta “viva” – caratteristica che manca anche ad alcune delle lane più belle, come la merino – e ha una gamma di magnifici colori naturali. Può essere abbastanza sottile per creare i famosi scialli traforati delle isole Shetland (uno scialle di un metro lavorato ai ferri, che può passare attraverso la fede nuziale di una donna) e allo stesso tempo abbastanza robusta per poter lavorare maglioni, giacche e coperte. Ricordiamo, in ogni caso, che ovunque decidiamo di rifornirci per la nostra materia prima, optare per le fibre naturali, specialmente da fonti conosciute, significa scegliere di aiutare i piccoli allevatori e la microeconomia delle comunità rurali.

La filatura non è l’unica attività di cui ti occupi: si tratta di bisogno di alternare o piuttosto è la curiosità di sperimentare materiali e tecniche diversi?

Attività come la tintura derivano spontaneamente dalla filatura. Mi piace usare soprattutto tinture naturali, derivanti da piante raccolte in giro o cresciute direttamente nel mio giardino. Quest’estate ho sperimentato il mix di tinture vegetali e luce solare (uno dei vantaggi di vivere così a nord è proprio quello di avere giornate molto lunghe durante l’estate), e ho avuto buoni risultati sia con i fiori sia con le bacche, ma ammetto che mi piacciono molto anche alcuni degli effetti che si possono ottenere soltanto tramite l’utilizzo di tinture sintetiche. Il feltro è un’altra compagnia naturale della tessitura. Le tecnica di infeltrimento ad aghi è adatta per creare piccoli oggetti e per le decorazioni, ma non è il processo che prediligo. Mi soddisfa molto di più il procedimento ad acqua, per la possibilità di creare oggetti tridimensionali senza cuciture, come borse, pantofole o cappelli (che si possono usare come ciotole nel caso in cui si sbagli la misura!). Riuscire a portare quasi a termine un progetto in un’unica volta è agli antipodi dei lunghi tempi della filatura, del lavoro ai ferri o della tessitura, nonostante la tecnica del feltro ad acqua sia un lavoro fisicamente molto duro.
Uscendo dal mondo di fili e filati, mi piace anche lavorare il vetro. Sono stata sempre attratta dai colori e dalla struttura del vetro fatto a mano e mi piace la sfida di disegnare qualcosa che si possa realizzare semplicemente tagliando il vetro a mano. Le caratteristiche del materiale e della lavorazione sono molto diverse da quelle del mondo dei filati e richiedono un tipo di concentrazione particolare. La lavorazione manuale del vetro è un mestiere antico, anche se non quanto quello della filatura: entrambe mi regalano un senso di connessione con oggetti pieni di storia e con le persone che li hanno creati.

Sembra facile immaginare che l’attività della filatura lasci libera la mente: quando il filo corre tra le mani, dove volano i pensieri?

Ogni progetto va pianificato per bene a monte, ma la fase di preparazione in genere è ripetitiva e la mente ha subito modo di essere libera. Poi inizia il lavoro di filatura: inizialmente occorre concentrarsi per ottenere il giusto spessore e la giusta torsione del filo, ma appena trovato il ritmo inizia la fase rilassante, in cui i pensieri possono correre in tutte le direzioni. Oppure ci si può concentrare sul movimento e sul processo, escludendo tutti gli altri pensieri, proprio come in una sorta di meditazione. Le attività ritmiche e ripetitive, soprattutto quelle che richiedono la coordinazione mani-occhi (e piedi, nel caso di un filatoio a ruota), sono note per gli effetti benefici che hanno sul cervello, sulla pressione sanguigna e su tanti altri fattori fisici. Anche imparare qualcosa di nuovo è uno stimolo positivo, a qualsiasi età, e può addirittura ridurre o ritardare la demenza senile. I filatori sono sempre alle prese con tradizioni diverse, fibre o tecniche innovative, nuovi modi di usare il filato o quanto meno di porre rimedio agli errori: il nostro cervello dev’essere davvero in forma! Inoltre la filatura può essere anche un’attività da condividere socialmente. In Inghilterra esistono molti gruppi di filatura, più o meno formali, che si riuniscono periodicamente non solo per lavorare ma per imparare e socializzare. Sarebbe carino vedere anche in Italia qualche spin-café, accanto agli ormai numerosi knit-café.

All’attivo hai un sito, un libro fresco di stampa (Filare a mano: come creare bei filati, un manuale pratico in italiano), una nuova collaborazione con il sito Maglia e Uncinetto: come mai, secondo te, tanto interesse nei confronti dell’arte lenta della filatura?

Probabilmente una delle ragioni sta proprio nella lentezza. La filatura è un’attività di calma e creatività, grazie alla quale si può produrre qualcosa di bello e di utile. Un modo produttivo di rilassarsi che permette anche di riavvicinarsi alle origini degli oggetti che usiamo quotidianamente, lontano dalla produzione di massa e in direzione di creazioni uniche e sostenibili. La maggior parte delle persone a cui ho insegnato a filare negli ultimi 25 anni (quasi tutte donne) svolgevano già attività legate al mondo dei filati, come la tessitura o il lavoro ai ferri, ed erano interessate ad approfondire la conoscenza dei materiali oppure a recuperare una parte della storia familiare, come per esempio una generazione di nonni filatori. Ho anche insegnato ad alcuni uomini, in particolare a due ingegneri che erano però più interessati ai processi e ai macchinari che non ai filati prodotti.
Il libro che ho scritto nasce per venire in aiuto ai miei “studenti” italiani con un manuale pratico di filatura scritto nella loro lingua, visto che non sono riuscita a trovare niente del genere sul mercato. La stesura del testo ha richiesto davvero molto tempo, dato che non conosco perfettamente l’italiano, e mi sono poi trovata nella buffa situazione di doverla tradurre nella mia lingua madre su richiesta dei miei allievi inglesi.

Come mai tieni molti corsi in Italia? A prescindere dal tuo amore per il nostro paese, c’è una tradizione riguardante la tessitura che le persone vogliono recuperare?

Mi fa sempre molto piacere insegnare alle persone a filare, ovunque esse siano, ma certamente adoro insegnare in Italia! Mi offre l’opportunità di combinare due passioni: viaggiare nel vostro paese e trasmettere la mia conoscenza a persone che vogliono davvero imparare. Sto tentando di scoprire qualcosa di più sulla tradizione della filatura a mano in Italia, ma sembra esserci una sorta di interruzione nel tramandarne la conoscenza tra la generazione dei nonni e quella attuale. Sono in molti a essere interessati al recupero di questo antico sapere, ma sono poche le risorse locali in grado di insegnare: spero di riuscire a sopperire almeno in parte a questo bisogno. I miei corsi in Italia sono cominciati quasi per caso, quando in un famoso sito di knitting notai che molti italiani ponevano domande sulla filatura senza riuscire a ottenere risposte. In questo modo sono entrata in contatto con una persona volenterosa che mi ha aiutato a organizzare la prima sessione di prova a Firenze. Da allora ho tenuto sei corsi a Lucca, due in Sardegna, e i prossimi saranno quelli per The Whool School.

I corsi che proporrai sono due. Per chi sono pensati? Quali sono i contenuti?

Assieme agli organizzatori abbiamo pensato a due corsi diversi da proporre in un unico weekend: una giornata dedicata ai principianti (sabato 19 novembre) e una di approfondimento (domenica 20 novembre) dedicata a chi ha già qualche esperienza di filatura. Nel corso base si comincerà dai primi rudimenti partendo proprio da un vello grezzo. The Whool Box mi ha gentilmente inviato i campioni di quattro diversi velli e fra questi ho scelto quello che meglio si presta a essere filato a mano, la razza sambucana. Divideremo il vello secondo le diverse qualità della lana che lo compongono, per poi imparare i modi per prepararlo alla lavorazione. Analizzeremo anche altri tipi di fibre, come la seta, e impareremo a mischiarle ai colori prima della filatura. Nel pomeriggio si comincerà a filare usando dei fusi, producendo filati a un capo singolo e doppi. Affronteremo diversi argomenti tra cui il lavaggio dei filati e il fissaggio del filo ritorto. Per non perdere gli insegnamenti, metterò a disposizione le copie del mio libro che gli allievi potranno portare a casa, insieme alle matasse di filo che avranno prodotto.
Nella giornata dedicata agli esperti comincerò chiedendo se qualcuno ha argomenti particolari che desidera trattare (a questo proposito, invito a scrivermi una mail prima del corso, in modo da preparare approfondimenti e materiale, e sarebbe anche utile sapere se i corsisti porteranno i propri filatoi ed eventualmente di che tipo). Proveremo a creare e mischiare fibre nuove e tradizionali, conosceremo diverse tipologie di filati che ognuno avrà la possibilità di provare a creare. Discuteremo insieme su come ottenere lo spessore corretto e il numero di torsioni necessario per creare il filato adatto a ogni progetto, tutte tecniche che gli studenti potranno sperimentare sul campo. Gli strumenti che porterò con me saranno disponibili per la vendita e se necessario posso organizzare anche una spedizione per eventuale materiale ordinato durante i corsi.

Anche per te la domanda riservata alle nostre maestre: un libro che hai amato e che ci consiglieresti.

Tralasciando i manuali inerenti la filatura (i più interessanti sono ormai tutti fuori stampa!) ho una grande passione per i romanzi ambientati in Italia, proprio perché amo il vostro paese. In particolare ne ricordo uno, Miss Garnet’s Angel di Salley Vickers, ambientato in una splendida Venezia: amore e arte in una delle più belle città del mondo!

Elisa* intervista Marilena Terzuolo


Proseguiamo con la conoscenza delle maestre di The Wool School: questa settimana è la volta di Marilena Terzuolo, artigiana e artista del telaio, donna di grande umanità, che ha fatto del suo strumento un mezzo di comunicazione speciale.

Buongiorno, Marilena. Raccontaci i primi passi di artigiana della tessitura a mano: come avviene il primo incontro con il telaio?

Devo confessare che il primo incontro con il telaio è stato decisamente disastroso. A quei tempi (era il 1979) la tessitura a mano era un’arte praticamente sconosciuta. Avevo incontrato una signora tedesca trapiantata in Italia che possedeva un telaietto a tensione per cinture: ricordo la perplessità con cui guardavo quello strano oggetto. Poco dopo mio marito, incuriosito, acquistò un telaio a pettine-liccio senza nessuna nozione sul suo utilizzo, dato che nemmeno il negoziante aveva saputo fornirgli istruzioni. Fu così che a casa cominciò ad armeggiare con un intrico di fili pazzesco e io, spaventata, dissi a me stessa che non avrei mai toccato un telaio. In realtà, poi, lui si stancò di quei grovigli e io mi ci avvicinai per cominciare, piano piano, a domarli. In quel periodo ero senza lavoro, così provai ad aprire una bottega artigiana e iniziai a tessere. L’inizio non fu facile, ma con il passare del tempo e con l’aiuto di tessitori più esperti, diventai più veloce e sicura. Insomma, un inizio molto poco romantico.

Ben presto da artigiana ti trasformi in artista e i tuoi manufatti in opere d’arte: cosa ha portato questo cambiamento? Forse il desiderio di comunicare qualcosa attraverso le proprie creazioni?

All’inizio producevo soprattutto capi d’abbigliamento e complementi d’arredo. Poi nella mia bottega entrò Eugenio Guglielminetti, un artista astigiano che si innamorò dei miei lavori e mi chiese di realizzare alcuni arazzi sui suoi supporti. Io non mi sentivo all’altezza di un tale compito, ma lui insistette. Così mi misi all’opera, facendo del mio meglio. L’impegno profuso diede i suoi frutti e le opere create erano talmente belle che furono esposte in una mostra (la prima di molte) ad Aosta. La collaborazione con Guglielminetti continuò per alcuni anni; poi iniziai a sentire la necessità (si, proprio di necessità si tratta) di realizzare idee e progetti che mi frullavano nella mente. Fu proprio quel “desiderio di comunicare qualcosa”, non attraverso parole che si disperdono nel vento, ma attraverso il mio lavoro che ormai amavo e dal quale mi ero lasciata assorbire, che mi fece fare “il salto” nel mondo dell’arte.

Non necessariamente l’abilità e la capacità manuale sfociano nell’insegnamento: cosa ti ha spinto ad “aprirti” ai corsi?

L’insegnamento è stato quasi un cammino parallelo alla mia attività di tessitrice. Insegnare mi è sempre piaciuto, prima ancora di sedermi al telaio, e i corsi sono stati l’occasione per mettere a frutto il mio amore giovanile per Don Milani e l’universo delle scuole popolari, cercando di trasmettere i miei saperi a chiunque me lo chiedesse. Mi piace il termine “aprirsi ai corsi”, perchè insegnare questo mestiere significa proprio aprirsi, in senso quasi fisico, e lasciare uscire tutto quello che c’è nella propria mente e nel proprio cuore, senza trattenere gelosamente per sé i cosiddetti “segreti del mestiere”. Sono proprio questi segreti, piccole astuzie e accorgimenti apparentemente poco significativi, che fanno la differenza tra il lasciar giacere inutilizzati gli apprendimenti di un corso di tessitura e il riuscire a dar seguito a quello che si è appreso, trasformandolo in un hobby gratificante o addirittura in un lavoro abbastanza redditizio. Molte mie allieve hanno avviato un’attività tutta loro e questo per me è motivo di gioia.

Tra le tue mani e attraverso la tua persona il telaio acquista molteplici valenze: strumento espressivo con i bambini (arteterapia), strumento riabilitativo con persone dalle diverse abilità (ergoterapia), opportunità di lavoro e sostentamento per le donne africane. Come arrivi a pensare tutte queste possibilità?

In realtà queste opportunità arrivano da sole. Semplicemente dico sempre sì quando mi chiedono di insegnare tessitura. Provo fin da subito ad immedesimarmi nell’allievo, cercando le strategie per rendergli piacevole l’apprendimento. L’obiettivo è far si che non sia solo un passatempo, ma che diventi qualcosa di significativo nella sua vita, a seconda della situazione in cui si trova. I bambini sono subito affascinati da questi piccoli telai che uso con loro e i genitori rimangono stupiti che i loro figli riescano a focalizzare l’attenzione su piccoli pezzi di cartone e un po’ di lana colorata, più che su costosissimi giochi elettronici. Con le persone diversamente abili è un lavoro bellissimo: si crea subito amicizia, c’è tanta voglia di fare, e un grande interesse per una nuova attività. Le valenze di questi corsi sono molteplici: mentre le persone fanno progressi nel loro percorso umano, riescono a produrre manufatti che danno soddisfazione e sono vendibili. Proprio come nel caso delle donne eritree.

Il tuo impegno in Africa si svolge attraverso l’associazione “Dodiciceste”: ci racconti di questo progetto?

“Dodiciceste” è la onlus che ho fondato otto anni fa insieme a mio marito. Si tratta di un’organizzazione ecumenica nata tra confessioni cristiane ancora divise ma con un forte desiderio di unità. Crediamo che una delle strade per realizzare oggi questa unione sia proprio quella di portare, tutti insieme, solidarietà e giustizia là dove la povertà è troppo scandalosa. Anche in questo caso è stata la tessitura a mano a offrire un’opportunità. Un’associazione mi chiese di andare a fare formazione nella scuola di tessitura delle suore cappuccine in Eritrea, con l’obiettivo di portare all’autonomia almeno due o tre donne. Devo confessare che in quella circostanza non dissi subito sì, perché l’idea mi spaventava, ma dopo due o tre anni di insistenze mi decisi a partire senza sapere bene cosa aspettarmi. Per farla breve, ora ci sono nove gruppi di donne che lavorano autonomamente in tre villaggi dell’Eritrea per un totale di circa cento persone, più una scuola di tessitura ad Asmara e una cooperativa di quaranta ragazzi sordi a Keren. Più di tante parole, mi sembra una bella testimonianza di collaborazione tra confessioni diverse, impegnate insieme per i fratelli più sfortunati. Ecco spiegato il nome “Dodiciceste”: il vero miracolo che ha fatto Gesù nella moltiplicazione dei pani e dei pesci è stato quello di convincere qualcuno a distribuire quello che aveva, e da quella condivisione sono addirittura avanzate dodici ceste.

Cosa ricevi dall’incontro con le persone a cui sveli l’arte dell’intreccio?

Questa è una domanda preziosa. Dai miei allievi ricevo tutto, anche se il termine “allievi” non rende giustizia alla relazione che si crea nel gruppo. Quando insegno non ci sono allievi e maestra, ma persone che dal loro incontrarsi attorno a un telaio si scambiano saperi, e soprattutto si mettono in relazione tra loro. Crescono insieme l’abilità nel tessere stoffe, ma anche l’abilità nel tessere rapporti significativi: si lavora in coppia nel preparare l’ordito e questo momento iniziale collaborativo non si perde più, e si rafforza andando avanti. Un altro regalo che ricevo nell’insegnare tessitura è il fatto di imparare a tessere: sembra incredibile ma è così. Le difficoltà incontrate dagli allievi mi hanno stimolata a trovare soluzioni agli ostacoli che via via si presentavano loro, spronandomi a cercare espedienti magari poco ortodossi secondo i canoni della tessitura, ma efficaci al fine di ottenere un tessuto ben fatto. Per questo dico che non ci sono allievi e insegnanti, ma solo persone che tessono insieme.

I tuoi ultimi due progetti, ossia il libro Sculture di tessuto. Percorsi tra arte, artigianato e spiritualità e la mostra al Santuario di Oropa dal titolo Per sora nostra madre terra, contengono entrambi un forte richiamo verso l’Alto. Si può dire che attraverso il telaio si dispieghi una forma di meditazione o di preghiera?

Sì, certamente, per me è stato così. Mi ritengo fortunata perché ho potuto scegliere di vivere tra i boschi, nel silenzio di una casa piccolissima e povera ma immersa nel verde. A questo si aggiunga la mia frequentazione giovanile di gruppi parrocchiali dove mi è stato insegnato il piacere di conoscere e approfondire la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Sedersi al telaio può significare raccogliere i propri pensieri senza interrompere l’operosità delle mani e questo è preghiera.

Cosa proponi nei due corsi che terrai per The Wool School?

Ho deciso di proporre per entrambi i corsi l’apprendimento della tessitura a mano su telaio a pettine-liccio, che è il modello più semplice. Impareremo innanzitutto come si prepara per bene un ordito, perché su un ordito ben fatto è poi facile tessere qualsiasi cosa, dal tappeto pesante alla tendina leggerissima. Ma noi siamo molto ambiziosi e quindi su questo ordito ben teso cominceremo subito a tessere arazzi, attraverso l’apprendimento di tecniche differenti. Ogni allievo, al termine del corso, porterà a casa il risultato delle sue prime fatiche tessili e sarà in grado di utilizzare come meglio crede le tecniche apprese: potrà fare le sciarpa per i regali di Natale o lanciarsi in avventurosi impieghi dei materiali più disparati per creare arazzi unici e irripetibili. Se poi qualcuno è senza lavoro sarà in grado anche di iniziare una piccola produzione per la vendita, riservandosi in futuro di approfondire altre tecniche e l’utilizzo di altri telai.

L’intreccio si presta a molteplici metafore e significati. C’è un messaggio che ti piacerebbe “far passare” tra le trame del corso?

È un bellissimo gioco quello della ricerca di metafore e significati attorno alla tessitura e agli intrecci. Mi sta a cuore soprattutto quello del tessere relazioni tra persone diverse tra loro che prima non si conoscevano e che, nodo dopo nodo, imparano a conoscersi e a stare bene tra loro. Insomma, trame di pace, per una convivenza pacifica tra le persone.

Per concludere, un’ultima domanda: c’è un libro che ti è rimasto nel cuore e che ci consiglieresti?

Considero i libri miei compagni di viaggio, veri e propri amici. Tra i tanti che adoro ce n’è uno in particolare che porto nel cuore ed è Diario 1941-1943 di Etty Hillesum, ragazza ebrea di ventisette anni che affronta i campi di concentramento e la morte nel lager di Auschwitz con uno straordinario senso di responsabilità, restando fedele al suo popolo, al bello e al buono della vita. Etty è una giovane donna di Amsterdam, colta e passionale, che vive le sue storie d’amore e i suoi interrogativi spirituali nel clima d’odio del nazismo. Sceglie di non sfuggire alla propria sorte ma di reagire all’orrore e alla violenza rimanendo “un cuore pensante” anche nelle baracche dei lager e riuscendo a respingere fino all’ultimo momento ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancora più “inospitale”. Un libro da tenere a portata di mano nei momenti di gioia e in quelli di sofferenza, per ricordarci sempre, come dice lei, che “la vita è bella”.

Elisa* intervista Emma Fassio


Questo post inaugura una serie di interviste alle nostre “maestre”, le donne creative e sapienti che durante i corsi di The Wool School ci aiuteranno ad approfondire la conoscenza del filo di lana. Iniziamo con Emma Fassio, knit-designer entusiasta e infaticabile.

Benvenuta, Emma. Facciamo un salto indietro nel tempo: raccontaci il primo ricordo legato al lavoro a maglia, la prima emozione da cui è nata la tua grande passione.

I primi ricordi relativi alla maglia sono legati a mia madre: ero piccola e adoravo guardare i ferri e i fili che s’intrecciavano per creare quelle trame speciali che amavo così tanto indossare. Seduta accanto a lei in salotto, la testa appoggiata sulla sua spalla, passavo ore a osservare i suoi movimenti: era una coccola speciale. Poi un giorno, all’età di sei anni, le ho chiesto di insegnarmi ad avviare delle maglie e non mi sono più fermata.

Hai diverse radici alle spalle: italiane, svedesi e americane. Che impronta hanno dato queste culture al tuo lavoro creativo?

Sono tutte molto importanti, in modi diversi e con sfumature che a volte si sovrappongono: tutte e tre mi hanno formato, sia come persona sia come creativa. Vita e creatività per me sono indissolubili e sono nota magica e fonte d’ispirazione l’una per l’altra. Sono figlia di diverse culture e mi piace pensare di poter cogliere gli aspetti positivi di ciascuna di esse, assimilandone le tradizioni relative alla lana e al lavoro a maglia.

Hai una curiosa passione per lo scialle, un capo che rimanda a suggestioni antiche…

Lo scialle per me rappresenta una coccola, l’abbraccio e il legame storico con il passato. Le donne anticamente lo indossavano per riscaldarsi, ma anche per contraddistinguere alcuni momenti della giornata o determinati eventi sociali (una nascita, un matrimonio, un funerale: ogni occasione aveva i propri colori e disegni). Nella grande letteratura dell’Ottocento e nelle sue rappresentazioni iconografiche troviamo descrizioni toccanti e immagini che colpiscono per l’abilità e la manualità. Esistono meravigliose leggende sulla nascita della lavorazione degli scialli, legati a fate e sirene, che sono state tramandate per secoli fino ai giorni nostri.

Te ne ricordi qualcuna?

Si, una in particolare che arriva dal Nord, dalle mie radici svedesi. Racconta delle donne di un’isola nordica che guardavano le sirene uscire dal mare avvolte di bruma e ammaliare i loro uomini. Per cercare di imitare quel loro “vestito” affascinante, le donne iniziarono a creare con la lana qualcosa che potesse rivestirle dello stesso fascino di quelle meravigliose creature marine.

Hai partecipato alle iniziative di Cuore di Maglia e Unite contro il cancro: come vi siete conosciute?

Ci siamo incontrate grazie alla passione per la maglia e i filati. Oggi internet, i blog e le diverse community online legate alla maglia e non solo, sono fonte di amicizie che possono consolidarsi nella realtà e da cui nascono collaborazioni importanti e speciali. In particolare Cuore di Maglia è un’associazione di volontarie che si occupa di realizzare e portare nei reparti di terapia intensiva neonatale degli ospedali italiani coperte, cappellini, vestitini fatti ai ferri per i nati prematuri. I manufatti vengono donati alle famiglie come segno di vicinanza e condivisione di un momento difficile e delicato. Unite contro il Cancro nasce invece per sensibilizzare le donne sull’importanza della ricerca e della prevenzione delle malattie tumorali femminili, per anticipare ed evitare, dove possibile, la degenerazione o gli esiti fatali delle stesse. In questo momento l’associazione sta lavorando a un libro di schemi di maglia, realizzato dalle tantissime donne che hanno aderito con entusiasmo al progetto inviando le loro creazioni. Credo che la partecipazione sociale sia un gesto che dà senso all’esistenza. Regalare un sorriso, una testimonianza di vicinanza e presenza, è un momento magico, per chi riceve e per chi dà.

Hai un blog, sei una designer di Ravelry nonché autrice e coautrice di libri, tieni diversi corsi…. da dove nasce questo desiderio di condivisione?

Dalla passione per la maglia, per i filati e per i modelli. Come dicevo, la rete offre davvero infinite possibilità a chi desidera condividere una passione.

Parliamo dei corsi che proporrai a The Wool School: sono incentrati su argomenti particolari e molto specifici. Come mai la scelta di questi temi e per chi sono pensati?

I corsi che terrò per The Wool Box sono due: uno dedicato agli scialli (il 22 ottobre) e uno sui cardigan (il 3 dicembre). Entrambi prevedono la lettura e la scrittura degli schemi. Insegnerò a capire la struttura fondamentale del capo che stiamo lavorando (per esempio, per lo scialle, la struttura può essere circolare o triangolare), che ci consentirà non solo di creare e scrivere nuovi schemi ma, partendo da uno schema dato, ci permetterà di personalizzare il modello che stiamo creando, adattandolo al nostro corpo e alla nostra fisionomia, diversa per ognuno. Credo che, insieme al lavoro a maglia vero e proprio, la capacità di personalizzare i capi in corso d’opera sia fonte di grande soddisfazione.

C’è un messaggio o un’idea che ti piacerebbe trasmettere tra i “fili” di questo corso?

Indossare un capo realizzato con le proprie mani e adattato alle proprie forme fisiche è una sensazione indescrivibile: la consapevolezza di essere riusciti a fare da soli quelle modifiche o di aver disegnato e scritto le istruzioni per ottenere quel capo è un’emozione unica e impagabile. Sono convinta che tutti siano in grado di farlo e sono pronta a insegnarlo a chi parteciperà ai corsi.

Prima di salutarti, un’ultima domanda “fuori schema”: c’’è un libro che ti è piaciuto particolarmente e che ci consiglieresti?

Sicuramente “Dieci donne” di Marcela Serrano. Lo sto leggendo in questo periodo e non l’ho ancora finito. Racconta di dieci donne, anzi nove più una, tutte diverse per età, estrazione sociale, personalità, esperienza di vita, ma accomunate da un unico fil rouge che è proprio la femminilità. Credo davvero che, per quanto possa essere diverso il vissuto di ogni donna, il loro cuore sia lo stesso, in ogni tempo e in ogni luogo, e unica sia la nota della loro anima femminile.

Ritorno a casa


The Wool Box presenta Asterischi*, la nuova rubrica curata da ElisaNata a Busto Arsizio, mamma del piccolo Lorenzo di sei mesi, Elisa si è diplomata al liceo sperimentale e ha lavorato per diciassette anni in banca, durante i quali si è laureata in scienze dell’educazione. Dopo un’esperienza di un paio d’anni nel sociale, un radicale cambiamento di vita l’ha portata in Namibia. Fino al rientro non programmato nel biellese, dove tutt’ora risiede. Appassionata di cucito e assemblaggio tessuti, realizza creazioni con le sue galline.

Sono le sei del mattino. Riva Valdobbia è in fermento per l’annuale Fiera di San Michele, un tempo fiera del bestiame, riconvertita oggi in una colorata e frequentata festa dell’artigianato. Quest’anno, anziché con il mio adorato pollaio di stoffa riciclata, sono qui in veste di ambasciatrice per The Wool Box, con coperte, gomitoli, manufatti in feltro (tutta lana proveniente dai pascoli biellesi e valsesiani) e tanta voglia di raccontare una bella storia.

Molti gli sguardi curiosi. Li lascio avvicinare, toccare i filati, annusare la lana, accarezzare coperte… E poi non si resiste: ci sorridiamo e le parole scorrono da sole e raccontano di questa interessante realtà a due valli da qui. Il recupero di tose che andrebbero perse perché troppo esigue per essere lavorate con la giusta convenienza, la salvaguardia delle piccole, importanti razze autoctone, l’obiettivo di raccogliere i velli delle centinaia di razze ovine europee, la ricerca e la valorizzazione delle piccole produzioni artigianali legate alla lana, l’entusiamo, i progetti, i corsi… Lascio i pieghevoli con l’indicazione del sito («Così potete dare un’occhiata») e raccolgo gli indirizzi mail di chi vuole essere informato su ciò che accade. Sono qui per raccontare eppure, come spesso accade, mi ritrovo ad ascoltare.

Ascolto la storia del signor Mario, radici biellesi e una vita passata nei lanifici. «Questa sì che la riconosco, questa è la nostra lana, un pò ruvida, ma vuole mettere! Perchè, sa, adesso si usano tutte quelle lane morbide, che sono calde, per carità! Ma con quelle fibre così corte non si possono certo ottenere filati resistenti. Non lo vede che tutti i maglioni di cachemire hanno le toppe ai gomiti? Una volta i maglioni duravano una vita…». Al signor Mario non lascio nessun pieghevole. Tra le mani ha il suo bastone e in tasca la nostra lanosofia ben radicata. Di una tastiera non saprebbe che farsene.

Poi c’è il marito di Annette, tanti anni nei rifugi di montagna dove «le coperte erano proprio tutte così, come queste: lana un po’ cruda, ma calda e soprattutto resistente, eterna». Calore, e qualcosa che non sia effimero: tutto quel che cerca chi arriva lassù, dopo la fatica del sentiero.

Una piccola signora, mani nodose e una nuvola di capelli bianchi, si avvicina ai gomitoli e come mossa da un gesto istintivo, vi affonda le dita e gli occhi si perdono dietro chissà quali ricordi, quasi commossi, come se tornassero a casa. «La lana di una volta…». Ogni parola sarebbe di troppo, cerco di ascoltare la sua emozione. E la ringrazio.

E poi c’è Luca, appassionato frequentatore della valle, nessuna “storia di una volta” da raccontare, ma forse una nuova storia da scrivere attorno alla coperta che decide di regalarsi. «La compro per la baita in Val Vogna!». La conosco quella baita, è a Cà Vescovo, una manciata di casette lungo il sentiero della Val Vogna, che si animano la domenica grazie alla voglia di evasione da cui nessuno di noi è immune. Su una pietra ai piedi dell’ingresso c’è la data di costruzione: 1866. Scommetto che la baita ne ha già viste di coperte così. È probabile che le abbia persino viste nascere, giù nella stalla, alla luce di una candela, tra le mani di una donna che filava di sera. E non posso evitare di fantasticare che, presto, fuori da quella porta, passerà un gregge in discesa verso l’ovile caldo dell’inverno. Sarà proprio quello che ha donato il vello per la coperta di Luca? Mi piace immaginare che sia così e che, una volta ogni tanto, il prodotto di una terra ritorni a casa propria.

Tra tanti incontri, scambi e parole, la giornata è scivolata via. Carico in macchina le mie lane e le mie storie e punto in direzione casa: la valle in discesa, una fila di artigiani e di curiosi che si muove insieme a me, a farmi compagnia. Poi, all’improvviso, tutti fermi. Che succede? Che bello, la transumanza! (E qui, la penna di chi scrive, vorrebbe tanto trasformare la mandria di mucche in arrivo in un bel gregge di pecore, per donare alla storia un finale perfetto! Ma la penna, e la coscienza, si inchinano entrambe alla verità). Arrivano i pastori, in famiglia: bambini sorridenti sul dorso delle mucche, ragazzi che badano all’ordine con energia e con l’aiuto dei fedeli amici a quattro zampe, gli adulti, attenti, stanchi, appagati: in ogni ruga una stagione, in ogni passo la fatica di chi non molla. Il caldo sta per finire, i pascoli hanno donato la loro ricchezza, è tempo di rientrare. A voi, amici preziosi, buon ritorno a casa.