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Il Natale di The Wool Box


Anche quest’anno ce lo siamo perso. Quante occasioni avremo ancora, non tanto per rimediare quanto per godere appieno dell’Avvento? Non si tratta di essere clericali, cattolici o confessionali, quanto di cogliere il valore di queste quattro settimane che ci preparano al Natale. Eppure anche quest’anno sono volate via.

Saranno state le vicissitudini di governo, l’aumento dell’età pensionabile e delle imposte, gli scenari esteri e interni e gli equilibrismi delle grandi potenze, lo spread (del quale fino a qualche mese fa ignoravamo l’esistenza e che oggi ci incolla al televisore), le perdite della borsa (nella quale, peraltro, non abbiamo investito un solo centesimo). Decine, centinaia le scuse ipotizzabili, ognuna plausibile e tutte protese verso un identico risultato: la preoccupazione. Sembra che senza non riesca a vivere. Che si tratti di masochismo?

L’inverno è ancora lungo. Tecnicamente è appena iniziato, eppure la natura ha già mutato il suo corso, e le giornate iniziano il loro faticoso allungarsi verso una nuova primavera. Non ce ne rendiamo conto e ci apprestiamo nuovamente a mortificare una festa celebrando un rito banale e consumistico, tra piccole grane, protagonismi e protagonisti, “baruffe chiozzotte” di goldoniana memoria, il nostro nome riportato sotto a una minuta irrilevante ma ipersignificativa ai nostri occhi, i nostri sforzi migliori volti ad alimentare il nostro ego, fino a non essere più in grado di cogliere la nostra reale dimensione.

Silenzio. Quanto bisogno ne avremmo. Una pausa dal frastuono incontrollato e spesso volgare della superficialità che avvolge molti dei nostri rapporti. Ci vorrebbero passi in punta di piedi, sobrietà ed eleganza nei gesti.

La mente va ad Andrea, là fuori. Le sue pecore hanno appena superato il ponte sul fiume. Fa freddo, e il suono degli animali è quanto più vicino al silenzio si possa immaginare. Chissà se almeno a lui non è sfuggito di mano il tempo, se l’Avvento per lui dura l’intero arco dell’anno, se ogni giorno, ogni attimo diventa un’epifania sacra. In ogni caso, lui e il suo gregge ci stanno pungolando, ci sussurranno che un’altra via è possibile, che non sempre la frenesia equivale a benessere, che ritmo e cadenza strutturano una regola alla quale sarebbe bene adattarsi, che il maggiore vizio della nostra epoca è la mancanza di fiducia, di visione del futuro: in una parola, la paura. Riecheggiano, scovate in chissà quale cassetto della memoria, parole forti di un uomo forte: «Non abbiate paura».

Cercheremo di non avere più paura. E vorremmo fare di questo proposito un auspicio per il nuovo anno, con l’augurio di trascorrere un Natale sereno, per tutti voi che leggendoci e sostenendoci state alimentando la speranza di un futuro diverso. Grazie e buone feste.

The Wool Box

Il fiume


È un fiume quello in cui siamo immersi. A tratti sembra che voglia travolgerci e ci spaventa, talvolta è quieto e lascia intuire anse dove riposare, più spesso è irrequieto e annuncia rapide che eccitano i sensi all’idea di affrontarle e domarle. Questo fiume è la nostra vita, la vostra, sono questi tempi straordinari che è emozionante vivere.

Corsi di formazione partiti e un ambizioso progetto di Università delle Sapienze manuali in cantiere per il nuovo anno. E letture di classici, bambini da affascinare con fiabe, racconti, disegni, animazioni e manualità. Ipotesi di feltri e una quantità impressionante di oggetti straordinari e irripetibili, alle volte veri e propri capolavori. E poi i filati, da scoprire annusandoli e tastandoli, dall’introvabile Leicester centellinato in pochi chili, al profumato Tammaro, e ancora nove colori e cinque nuove razze autoctone.

Ma l’aspetto più emozionante del tragitto attraverso queste acque imprevedibili e inquiete sono le persone, le voci, gli sguardi, gli occhi, le parole, le mani, i guizzi, i sogni, le debolezze che né le parvenze stravaganti né quelle contenute o dimesse possono trattenere. Di ogni età, di tutte le culture ed estrazioni, ne abbiamo goduto appieno in questi mesi: Awena, occhi trasparenti come la sua arte, Elisabeth semplicemente complessa come le sue opere, Nigel perennemente totalmente completamente altrove, Andrea perso nel suo esistere sopraffatto dall’arrugginito francese d’Africa, Hulla sassone pellegrina inquieta travolta dal fascino della cultura mediterranea, Rossana splendidamente malinconica, Carlino businessman del cibo lento, Adriana cementata al marito. E un fiume d’altri, una vera e propria Spoon River dei vivi di cui cantare, che alimenta i nostri flussi emotivi, tiene alta l’adrenalina e ci proietta in un futuro di cui solo a malapena riusciamo a distinguere i contorni ma del quale siamo certi.

«Stay hungry, stay foolish» è la massima che ci ha lasciato in eredità Steve Jobs (ai posteri lasciamo il giudizio sul suo operato, ma di certo ha modificato il mondo), ma se questa ricetta può essere utile per avere successo negli affari, aggiungendovi uno «stay lover» diventa un vero comandamento se vogliamo immaginare un futuro in cui sperare.

Il fiume che ci ha finora accompagnato, di cui facciamo parte a pieno titolo e che sembra aumentare di dimensioni giorno dopo giorno, di fame ne ha moltissima, e arretrata: fame di bello, buono, sano, etico, valoriale, e di follia ne ha in abbondanza se per questa s’intende la tensione costante a immaginare, impegnandosi, un domani differente e migliore del presente. E poi amore, a fiumi anch’esso, amore per quello che si fa, che si impara, per quello che fanno gli altri, per quello che dagli altri potremmo imparare, amore da donare a nostra volta, riappropriandoci del gusto del dono.

Ne siamo certi: nonostante i segnali sconfortanti che ci piovono quotidianamente addosso e vorrebbero intorpidirci i sensi, la stragrande maggioranza di noi ha ancora voglia di bello e di buono, vuole lasciare una traccia pulita del proprio passaggio ed essere ricordata per il suo apporto in termini di serenità. Ciascuno di noi vuole migliorarsi nel confronto, continuare a imparare e «rendere autentica la propria esistenza uscendo dalla trappola dell’io, vivendo per una speranza più grande di lui». D’altronde, già qualche migliaio d’anni fa Marco Aurelio, con la sua laica sapienza, ci ricordava che «ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa», e un suo coevo, ancora più celebre, ci ha lasciato detto: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore».

The Wool School

Emma, Marilena, Graziana, Deborah, Agostina e Helene.
Da Torino, Asti, Salerno, Perthshire, Verona e Reykjavik.
Donne. Maestre. Ognuna straordinaria nella sua arte.
Saranno con noi – da noi – a partire dal 22 ottobre e ci accompagneranno fino a Natale. Ci condurranno per mano in un percorso, mettendo a nostra disposizione presenza, esperienza e saperi.

Emma, elegante, competente e precisa, ci insegnerà a leggere e a scrivere pattern di lavori a maglia. Nel corso dei primi incontri parlerà di scialli: ce li farà vedere, toccare e ci spiegherà come leggerli, tradurli e realizzarli. Poi, poco prima di Natale, allo stesso modo ci guiderà nel mondo dei cardigan.

Marilena, una donna mistica che trasforma in sculture le sue trame, ci insegnerà a passare la spola tra i fili d’ordito fino a scorgere il profilo di un arazzo. Ci aiuterà a decifrare le basi di quest’arte, mettendoci in grado di comprendere la tecnica e la sapienza racchiuse in un manufatto che si trasforma in arte.

Graziana, con la sua pluriennale esperienza di ricercatrice universitaria nel campo delle tinture naturali, in particolare vegetali, nonché in veste di presidente dell’associazione “I colori del Mediterraneo”, a novembre ci regalerà il sole e il calore del Cilento e della gente che lo abita. Un assaggio della scuola tintoriale partenopea, che nel Settecento costituiva l’avanguardia internazionale in materia.

Deborah, vivace scozzese innamorata della nostra penisola, ci mostrerà com’è possibile filare a mano il sucido per trarne la magia precisa e certosina di un filo unico e irripetibile. Per il suo laboratorio abbiamo selezionato due velli nazionali preziosissimi, uno dei quali non avrà nemmeno bisogno di essere tinto, perché già scuro.

Agostina, con la sua forza e la sua energia, ci introdurrà in un percorso di feltratura a partire da lane sucide. Conoscerla, ammirare le sue creazioni, vederla all’opera e lavorare insieme a lei sarà un’esperienza da ricordare, fisica eppure fortemente concettuale.

Helene, francese innamorata dei paralleli artici che di tanto in tanto scende a maggiori mitezze, ci porterà dall’Islanda i colori di quella terra, effimeri nelle tinte sgargianti e costanti nei toni invernali.

Per soddisfare le esigenze, che captiamo sempre più frequentemente, di chi desidera abbracciare nuovi saperi, culture e tecniche e approfondire la conoscenza del mondo e degli altri, abbiamo organizzato una serie di incontri di alto livello per permettere a chiunque di arricchire le proprie conoscenze attingendo alle migliori fonti disponibili. La filosofia dei laboratori si articola in pochi semplici punti:

  1. Fonti autorevoli. Ospitiamo solo insegnanti riconosciuti, il cui spirito vibra in sintonia con la nostra lanosofia.
  2. Accessibilità. I corsi sono democraticamente aperti anche agli “uditori”, ossia coloro che per questioni di tempo, impegni, disponibilità, non potranno essere allievi regolari a tutti gli effetti. Anche se non prenderanno parte attiva alle lezioni, potranno respirare l’atmosfera dei seminari e arricchire il proprio bagaglio di conoscenza.
  3. Livello superiore. Intendiamo porre in atto il nostro proposito di elevare gli standard qualitativi nel campo delle attività manuali, tentando di spostare in alto l’asticella della qualità e della sua comprensione.

Inutile dirlo, ma le adesioni ai seminari sono a numero chiuso. Limitare le iscrizioni è l’unico modo per permettere alle insegnanti di seguire ogni partecipante in modo puntuale. Per informazioni su date, costi e programmi, scriveteci all’indirizzo info@thewoolbox.it.

Tempi orizzontali

  

Viviamo tempi orizzontali, in cui si è persa la tensione verso l’alto, verso il cielo. Alle cupole e alle torri si preferiscono le spianate dei centri commerciali o di quei parchi giochi per adulti chiamati outlet, dove alla ricerca di gesti sapienti, lenti e preziosi si è sostituito il bisogno di avere sempre a portata di mano la grossolanità dozzinale del “made in somewhere” a basso prezzo (e generalmente di ancor più ridotto valore). Ci lasciamo consumare dall’ansia di consumare e perdiamo sempre di più la capacità di leggere e comprendere i fenomeni, la passione per il particolare, il gusto del dettaglio, la tensione al perfezionamento e quindi al futuro. Proprio ieri Rossana, una nostra amica stilista, tra l’arrabbiato e il deluso si lamentava del fatto che le sue creazioni vengano percepite come troppo eleganti. «Non lo sono affatto, si tratta di capi da giorno. Il problema è che a forza di jeans e magliette le donne oggi non sanno più riconoscere un abito elegante neppure quando hanno la fortuna di poterne godere».

Prendiamo atto con amarezza che, a causa di questa confusione, si è persa almeno una generazione di knitters, fagocitata dai meccanismi alienanti di impresa, ufficio, impegni, il più delle volte inutili ma indispensabili a mantenerci in perpetua rotazione o, se vogliamo, “on spinning” (proprio quello che, non abbastanza esausti, ci precipitiamo a fare in palestra alla fine del lavoro). Incontrare una cinquantenne in grado di lavorare a maglia o di leggere uno schema oggi è una vera rarità. Non importa se lo sferruzzare viene sempre più caldeggiato per contrastare lo stress e le depressioni, e per riappropriarsi di valori come ritmo, pazienza, misura. Sono concetti a cui siamo ormai disabituati, e parole come studio, applicazione e metodo stanno rapidamente scomparendo dal nostro vocabolario.

In questo scenario, ci sembra che il “prestigio” assegnato dal senso comune a un prodotto o a un manufatto abbia un’importanza relativa. Nell’arte spesso non sono i “contenuti” di un’opera ad avere valore intrinseco, proprio perché legati a vicende, contesti e gusti mutevoli, ma sono le forme, con la progettualità e la creatività che sottendono, a essere immutabili ed eterne.

«Gli dei di Omero sono morti da un pezzo, ma è rimasta l’Iliade». Rileggendo le Metamorfosi di Ovidio e godendo dello stupore di un passo che ci descrive come una razza dura, abituata alle fatiche perché nata dalle pietre scagliate da Pirra e Deucalione dopo il diluvio universale, ci siamo lasciati tentare da un’idea: perché non progettare e proporre dei corsi di “scrittura” dei modelli a maglia, contattando esperti d’eccezione in grado di insegnarci passo dopo passo, prendendoci per mano, come fermare sulla carta le nostre idee più creative? Tutti, anche i più esperti tra noi, sentiamo il bisogno di imparare di nuovo a leggere e a scrivere, e di farlo con la giusta lentezza, senza pressioni o ansie da prestazione. Solo riscoprendo i fondamentali saremo in grado di vivere con consapevolezza e in profondità il presente e di eternare ciò che siamo proiettandoci verso il futuro.

È questo il progetto a cui stiamo lavorando per completare il calendario autunnale. Con lo stesso spirito passeremo poi alla filatura a mano, alla tintura naturale, alla lavorazione del feltro, alla realizzazione di manufatti a maglia e all’uncinetto e molto altro ancora. Rispettando i ritmi necessari, ritroveremo il tempo e il piacere di guardare di nuovo verso cielo, aggiungendovi magari qualche nostra personale stella.

La lana: rifiuto o risorsa?

Strano come le intuizioni spesso disertino gli ambienti riservati alla speculazione intellettuale e si manifestino invece dove nessuno se l’aspetterebbe. Come quando la signora del bar, nell’allungarci la quotidiana tazzina di caffè, coglie l’occasione per chiederci se anche noi partecipiamo al progetto di bonifica degli oli sversati in mare attraverso l’impiego di lana sucida. Centellinato il prezioso liquido, la risposta (cristallina quanto l’immancabile “selzino”) è immediata: «No. Noi ci occupiamo di valorizzare la lana e favorire gli allevatori».

Non si tratta di una reazione emotiva, ma di un’esternazione su un tema lungamente meditato e divenuto patrimonio comune del nostro gruppo. Beninteso, nessun pregiudizio in merito a iniziative e brevetti che potrebbero costituire una soluzione a problematiche contingenti di straordinaria portata. Si tratta solo di operare gli opportuni distinguo. Secondo le dichiarazioni rilasciate dall’ideatore del brevetto, riportate in grassetto sulle principali testate giornalistiche internazionali, «il vantaggio economico del progetto sta nel basso costo della lana, ipotizzabile a circa un euro al chilogrammo compresi raccolta e trasporto».

Conoscendo le problematiche, le dinamiche e i costi gestionali di un centro di raccolta della lana, sperimentando quotidianamente l’evoluzione dei costi di trasporto, evitiamo di aggiungere altro: ci sembra che in questo modo venga fornita agli allevatori una soluzione bizzarra e sicuramente poco interessante al problema di ricavare un reddito dai propri velli. In questo modo possono scegliere se svenderli al mercato asiatico, abbandonarli nel bosco o cederli per recuperare del petrolio con cui qualcun altro sarà in grado di realizzare filati sintetici. Analogo ragionamento si presta a essere applicato ad altri contesti sbandierati innovativi, ecologici e solidali, che continuano tuttavia a prevedere scenari immaginifici, sempre a valle dell’allevatore. Tra questi citiamo gli isolamenti termoacustici, i pannelli fonoisolanti per reti viarie, le improbabili imbottiture a tiratura industriale.

Il ragionamento è sempre lo stesso: si tende a considerare la lana come un rifiuto a cui dare una possibilità di reimpiego, e mai una materia prima di valore da selezionare, conservare e proteggere tenendo in considerazione gli occhi, le mani e il contesto di chi giorno dopo giorno ripete un’attività millenaria fatta di fatica, ritualità e preziosi saperi. Un patrimonio che tutti avremmo bisogno di recuperare.

Ben venga quindi ogni sorta di brevetto a favore dell’ecologia. Però, oltre ad arrovellarci su come porre rimedio al disastro ambientale (il più delle volte per proseguire indisturbati la scellerata corsa distruttiva), cerchiamo di non dimenticare che sono proprio quei pastori così bistrattati che possono insegnarci a evitarlo, educandoci a uno stile di vita più sobrio.

Sconto vs riduzione

© herdy

Siamo ben consapevoli di essere una voce fuori dal coro. Diversamente non si comprenderebbe come gran parte del mercato debba il suo successo a logiche diametralmente opposte alle nostre, come quelle dello sconto e dell’offerta speciale. Delle due l’una: o ci hanno fregati prima della promozione vendendoci a prezzi ingiustificati ciò che non valeva così tanto, o uno dei componenti della catena ci sta perdendo. Propendiamo per la prima ipotesi, anche se non escludiamo affatto la seconda (anzi, è possibile che il mercato giochi contemporaneamente su entrambi i fronti). Per rendersene conto è sufficiente fare un viaggio in Oriente o nei paesi dell’Africa che si affacciano sull’Oceano Indiano, seguendo i percorsi della moda.

No, lo sconto non ci piace proprio. L’unica cosa scontata nello sconto è che qualcuno ci perde: consumatori, fornitori e maestranze, sicurezza, ambiente. Allo sconto preferiamo la riduzione, se è la conseguenza di scelte avvedute e investimenti sul futuro. Facciamo qualche esempio che ci tocca da vicino.

Una cooperativa femminile che ha sede a 1400 metri sul livello del mare produce tessuti a mano straordinari utilizzando anche lane autoctone. Il telaio batte il suo ritmo riproducendo i motivi della tradizione alpina. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – la cooperativa vive enormi difficoltà a inserirsi nel mercato. La troviamo, ne condividiamo l’approccio al lavoro e otteniamo alcuni prodotti da mettere in vetrina. Et voilà, sembra facile ma non è così: ogni articolo in realtà deve essere catalogato, descritto, indossato, contestualizzato, fotografato, posto adeguatamente sul sito che deve preventivamente essere realizzato. Seguono un progetto creativo idoneo, la definizione e il costo delle mailing list e la gestione del magazzino, l’etichettatura, la logistica, i costi di trasporto, i resi e i rifiutati, gli imballi, le poste, le assicurazioni e gli ammanchi, le spese di gestione contabile, le tasse… potremmo andare avanti così un’altra mezz’ora. A questo punto il prezzo di quei tessuti è più che raddoppiato e diventa difficilmente sostenibile anche per il consumatore più sensibile e interessato.

Questo, secondo il flusso consueto delle logiche di mercato che, ovviamente, non possono che incidere sui costi di produzione e quindi mangiarsi la coda ritornando ai circuiti dove il costo del lavoro o gli oneri sociali e ambientali sono ridotti al minimo sindacale (per quelle latitudini). È un meccanismo perverso che favorendo l’acquisto ci danneggia a ogni sua iterazione.

Abbiamo provato a immaginare un percorso alternativo, sempre stando alla larga da progetti e sovvenzioni o desideri di business: fare leva sugli aspetti più nobili di ciascuno di noi, in primis la fiducia. Il primo passo per ottenerla è stato aprire le porte della cucina e permettere a chiunque di fare capolino per sincerarsi in qualunque momento dell’igiene del cuoco. Il secondo è stato l’impegno a onorare i patti, rispettando puntualmente ogni accordo e tenendo fede a quanto pattuito. Il terzo è stato trasformare clienti e fornitori in amici. Partendo da questi presupposti il circuito virtuoso ha iniziato, seppur lentamente, a svilupparsi. Modelle non professioniste che hanno fatto delle loro giornate di lavoro una potenziale vetrina, un fotografo che ha avuto ospitalità quando disperava di trovare un locale dove fare i suoi scatti e riporre le attrezzature, generose collaboratrici che per pura passione hanno lavorato e stanno lavorando per creare modelli originali da proporre al pubblico, organizzatrici infaticabili di occasioni di divulgazione, associazioni e vivaisti pronti a riservarci qualche metro quadrato di serra. C’è stato chi ha ottenuto visibilità, chi una formazione specifica nell’uso di qualche software, chi un’occasione per sentirsi parte di un progetto. Qualcuno ha scorto la possibilità di implementare la propria attività, altri hanno trovato un palcoscenico dove mettersi alla prova come insegnanti. Tutti comunque retribuiti con moneta preziosa che aumenta di valore a ogni nuovo anello della catena e termina o inizia con una persona, il suo lavoro, il nostro ambiente, il nostro futuro.

In questo modo siamo riusciti a contenere il prezzo dei prodotti entro limiti che ci sembrano obiettivamente sottovalutati, specie se rapportati alla qualità di beni che consentono a chiunque di godere di un prodotto unico, e al contempo appropriarsi di una fetta di progetto valoriale senza doversene rammaricare per il costo sostenuto. Ci piacerebbe che foste voi a giudicare, e a breve ve ne daremo la possibilità. In ogni caso siamo certi di stare contribuendo ad aprire un varco in un sistema economico tanto primitivo quanto arrogante, e questo sta accadendo anche grazie al vostro prezioso sostegno.

Tempi straordinari

«Viviamo tempi straordinari». Così il capitano Jack Aubrey, sul suo veliero ridotto a un colabrodo, commentava l’esito della lotta con la nave francese Acheron. Nessuno fra gli ufficiali comprendeva il senso di tanto entusiasmo, specie in mezzo all’oceano ancora minaccioso e con quel nemico così rapido in prossimità. Solo l’occhio eccitato del comandante della Surprise brillava di saggezza e follia tra le schegge e le falle, ricordo della battaglia.
«Viviamo tempi straordinari». Proprio ieri ci siamo ritrovati a ripetere, senza possedere i titoli dell’eroe di Master and Commander o fisici scolpiti alla Russell Crowe, le stesse parole. Il clima era tuttavia per alcuni versi (e azzardati paragoni) simile: crollo della borsa di Milano, indici occupazionali in picchiata, prezzo del carburante in salita, trombe d’aria al Nord e caldo record al Sud, delitti efferati e impuniti. Eppure anche noi abbiamo pronunciato quella frase.
Un simile atteggiamento, che ad alcuni potrebbe sembrare incosciente o addirittura presuntuoso, ha invece basi solide: evitare i circuiti cancerosi dei giochi di potere, di partito, di associazione, preferire le strade tortuose e in salita a quelle spianate, amare i propri progetti e le persone che li sostengono o a cui sono destinati. E osare. Senza remore, senza timori, senza paure, puntando sempre a fare meglio.
Viviamo in un contesto dove tutto è facile e costa relativamente poco. Proviamo a fare alcuni esempi. Con un click ci colleghiamo col mondo e siamo liberi di dire ciò che pensiamo, scriverlo e diffonderlo senza timori o censure. Facebook ci permette di conoscere e dialogare in tempo reale con un tessitore sudamericano o una magliaia norvegese, e Skype ci consente di parlare per ore gratuitamente con la Nuova Zelanda. Qualsiasi corriere può spedire un nostro pacco in Canada in pochi giorni e in altrettanti possiamo riceverne uno dalla Cina. Ci si può muovere tra Milano e Roma in quattro ore, e negli ultimi dieci anni è difficile ricordare più qualche manciata di minuti di interruzioni dell’energia elettrica. E soprattutto non siamo sottoposti alle fatiche fisiche che dovevano sostenere i nostri padri, o ancora di più i nostri nonni.
Naturalmente non proprio tutto è facile e poco costoso, e naturalmente non sempre lo è per tutti, ma alle nostre latitudini chiunque ha la possibilità di cogliere le occasione senza farsi ingabbiare da un pessimismo immobilizzante o da nostalgie di un passato che non potrà, comunque, più ripetersi. Evitare di confondere lo scambio con il business regala la consapevolezza che esistono ricchezze non quantificabili in euro ma depositabili in casseforti blindate: quelle della nostra esistenza, degli scambi relazionali, della crescita umana.
Vi chiediamo di essere pazienti per questo panegirico un po’ “da anziani”. Di tanto in tanto lo rivolgiamo alla nostra Valentina, che lo accoglie con il rispetto dovuto alla nostra veneranda età (complice anche il suo Mp3) e ci preme condividere anche con voi ciò che c’è alla base della nostra “scommessa”. Prodotti sostenibili, rispettosi, portatori di valori e di saperi, che guardano al futuro e non al passato, disponibili a prezzi accessibili che non sminuiscano o offendano nessun anello della catena che li ha creati. Una catena, spesso ce lo dimentichiamo, che è sempre costituita da occhi, mani, sogni, desideri di futuro.