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The Wool Box fa le valigie

Siamo orgogliosi di comunicarvi che, dopo un anno di attività, 100 articoli dedicati al mondo della lana e oltre 500 nuovi amici su Facebook, The Wool Box cambia casa. Da oggi il blog si trasferisce su un nuovo dominio, con un layout grafico rinnovato, contenuti extra e maggiori funzionalità. E, a breve, anche l’edizione in francese. Aggiornate i vostri preferiti e continuate a seguirci su

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Tacoli e Tacoler [Pecore e Pastori]

Furbesco. Così, in mancanza di sinonimi più felici (e questo la dice lunga), veniva chiamato il linguaggio comune che ha rappresentato una vera koinè pastorale in tutto l’arco alpino. La slacadura du tacoler, la “parlata dei pastori di pecore”, era una lingua di difesa che affratellava nella durezza della quotidianità i pastori di ogni regione al di qua e al di là delle Alpi. Una lingua sobria, essenziale, sempre all’erta, proprio come le vite dei pastori, delle greggi, degli insostituibili cani. La visione di un pascolo libero, non segnato da ceppi di confine, capace di annullare le frontiere grazie a un’unica parlata, senza bisogno di proclami, regolamenti, commi e codicilli.

Pecore”, “sbirro”, “taci!”: queste le parole chiave del furbesco, pronunciate sempre a voce bassa e con l’imprescindibile mimica del volto a supplire la limitatezza del vocabolario. Fonte di fascino per quelle esistenze raminghe, e insieme di diffidenza verso i transumanti, padroni del loro gregge e del loro tempo e per questo visti con sospetto. La vita ai margini, la lentezza, l’acume esperienziale, il contatto con la natura primordiale, la lontananza dalle mode, le mani avvezze al miracolo della vita nascente e a quello della morte: inevitabile che esistenze simili comportassero diffidenza e timore nei confronti dei “normali”, e un conseguente bisogno di protezione, di comunità. Nulla di furbesco, insomma.

Negli anni Sessanta, con una straordinaria intuizione, Sergio Trivero ha immortalato in una poesia un momento di quotidianità pastorale, utilizzando questo linguaggio arcaico.

La stra’ dla corda

’N tal bait
la gnarella
a la patum-a.
Merni e tacoli
– na poncia –
sa spatero ’n tal pranscët.
Mi, ran dla caroa
i oacc;
sotta ’n deir
na strëuo sbordì,
tamagneu
dla plucca driccia.
’Ndocca ’n tasch:
– contacc la béra! –
l’é vej la diccia:
L’é temp d’ariorda,
tasca buss!
che a l’amburn-a
ij volo j’anime
e a colio ’l sion
’n sla strà dla corda.

(Barba Sergio Trivero)

La cresta della montagna – Nella stalla / la piccola / dorme. / Vacche e pecore, / – un gregge – / brucano nel prato grasso. / Io, al bordo del sentiero / osservo; / sotto un masso erratico / un po’ spauriti, / agnelli / col pelo ritto. / Allora capisco. / – accidenti alla vecchia! – / è vero il detto: / È giunto il tempo della fienagione, / taci! / che all’imbrunire / le anime volano / e piegano il foraggio / sulla cresta della montagna. (Sergio Trivero)