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Tasselli


Impeccabile nella sua eleganza sobria. Il tono della voce calmo, privo di asperità. Gli occhi profondi e spalancati sul futuro. È venuta a trovarci ritagliando per noi una porzione del suo tempo centellinato, equamente distribuito tra i lavori per la nuova sede, la gestione delle due unità distaccate, il recupero dei finanziamenti, l’organizzazione degli eventi e chissà quanto altro ancora.

Daniela è la vicepresidente della Lega Italiana Lotta Tumori di Biella. Conoscevamo la LILT e già avevamo intuito la smisurata portata della loro azione e della loro umanità, specie nell’hospice per i malati terminali, ma grazie a lei abbiamo avuto l’opportunità di approfondire nel dettaglio i molti progetti dell’ente sia nell’immediato sia sul medio e lungo periodo.

Quotidianamente siamo sottoposti a una miriade di sollecitazioni, più frequenti con l’approssimarsi delle ricorrenze, ognuna più che valida quando considerata singolarmente. E il rischio, spesso, è di bloccarsi, di non schierarsi, di rimanere in stallo senza riuscire a decidere. Non tanto per mancanza di ideali quanto per un eccesso di possibilità. Noi abbiamo deciso. Le risorse private, la gestione diretta, i profili del comitato direttivo e della consulta, il piglio grintoso di chi ha una missione alta che ha come soggetto l’uomo, ci hanno immediatamente proiettati in quella realtà, impazienti di poter aggiungere un ulteriore tassello virtuoso al nostro progetto aziendale.

Considerando l’incontro con la LILT quasi uno di quei miracoli che colpiscono chi si è smarrito lungo la via di Damasco, non abbiamo potuto fare a meno di aderire a quella che viene definita corporate e che, in sostanza, altro non è che un gruppo di imprese sostenitrici. Una vera consolazione per noi: abbinare alla nostra attività un progetto sociale di un così alto valore ci rasserena e regala nuove forze propulsive per affrontare i momenti di incertezza. Per sottolineare la concretezza dell’impegno, ci sembra giusto comunicare che oltre alla quota fissa di corporate devolveremo alla LILT, così come a ogni altro ente o associazione con cui avremo a che fare, una percentuale dei proventi delle vendite dei nostri prodotti ottenute attraverso i loro canali.

La LILT infatti non è l’unica associazione che abbiamo deciso di sostenere: è la prima con cui abbiamo siglato un accordo, ma abbiamo preso contatti con molte altre realtà. Vi faremo conoscere ogni nuovo tassello che man mano andrà ad aggiungersi a questo percorso ideale che si propone di creare un modo diverso di relazionarsi tra produttori e fruitori, basato sulla condivisione e sulla partecipazione. Un percorso che non avremmo neppure immaginato di sfiorare qualche mese fa, quando ci sembrava di aver completato, a tavolino, la filiera valoriale. Ogni incontro, invece, ci insegna che proprio quando pensiamo di aver concluso un percorso è il momento di doverne immaginare uno del tutto nuovo.

Allevatori, pascoli, ambiente, razze a rischio di estinzione, filiera corta, tradizione, impresa, gratuità, rispetto delle norme, sostegno del sociale, knitter, famiglia… per poi ritornare all’ambiente e riprendere il ciclo. Tutti tasselli virtuosi a cui aggiungerne altri senza prevederne la fine.

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Segni particolari: unica

20110818-133653.jpgTrent’anni fa a parlare di vino non ci si azzardava quasi. Storie da osteria, ubriacature sguaiate, pittoreschi avvinazzati cantati da Guccini. E poi lo scandalo del metanolo a dare il colpo di grazia al settore.
Per l’ennesima volta a sbloccare lo stallo è stata la necessità di superare un dramma collettivo. Attraverso la scoperta dei vitigni da parte del grande pubblico, il perfezionamento delle selezioni, la cura dei prodotti, le etichette, le degustazioni.
Una volta tanto ci piacerebbe che i cambiamenti non fossero conseguenza di tragedie (che peraltro non ci riesce d’immaginare in questo contesto) o strategie di manipolazione dei consumi studiate a tavolino da qualche multinazionale, quanto frutto di una maturità raggiunta. Di un desiderio di accrescere e approfondire la propria conoscenza, di appropriarsi di un prodotto ideale per il raggiungimento di un obiettivo valorialmente buono e importante per il futuro.
È possibile che, annusato il business, qualcuno provi a trasformare l’idea in una fonte di euro. Poco male, ci accontenteremo della paternità dell’intuizione. Emancipare la lana, specie quella da maglieria, dall’universo stereotipato del mondo delle massaie, delle nonnine, delle casalinghe, divulgando con dettagli valoriali un prodotto oggi il più delle volte anonimo o legato a bisogni e mode indotte (che dire del merino o del cachemire propinati in tutte le salse?).
Non dimentichiamoci che il mondo è pieno di fibre. Di sola lana in Europa si contano più di cinquecento tipi da razze autoctone differenti. Che dire di camelidi, yak e tanti altri? Tutte fibre degne, uniche, irripetibili. E poi allevatori, valori, tradizioni e culture da salvaguardare anche attraverso lo stimolo a continuare un’attività percepita in modo positivo dal consumatore e non relegata alla marginalità sociale.
È per questo motivo che abbiamo deciso di tracciare per ogni fibra una sorta di carta d’identità, che come per le etichette dei vini di migliore qualità, descriva origine, zona di provenienza, caratteristiche e miglior impiego del prodotto.
Siamo partiti con l’identificare e comunicare (sul retro di ciascuna confezione di lana) la razza della pecora, il pascolo dove è cresciuta, la data della tosa e le proprietà organolettiche del vello. Poi siamo passati a descrivere il filato, il tipo di lavorazione cui è stato sottoposto, le caratteristiche e applicazioni più idonee, i ferri più adatti per lavorarlo.
Ci è piaciuto moltissimo: abbiamo appreso una quantità straordinaria di informazioni che siamo pronti a trasmettere. Così, almeno nelle nostre intenzioni, la lana da fibra omogeneizzata – differenziata più per tipologia commerciale e colore che per qualità e caratteristiche intrinseche, di difficile comparazione se non a memoria di chi l’ha lavorata – potrà trasformarsi in un prodotto unico e fortemente connotato. Un prodotto la cui carta d’identità dia informazioni puntuali riguardo alle migliori finalità per i quali è stato progettato, senza trascurare chi ne ha resa possibile la disponibilità, allevatori in primis.

Valentina e l’arte del knitting

15 luglio 2011

Che emozione! Oggi ho conosciuto un allevatore australiano. Un uomo posato e con lo sguardo penetrante… Ho scoperto che possiede qualche decina di migliaia di capi nel sud dell’Australia! È stato estremamente istruttivo. Dopo pranzo L. e M. sono tornate dal torrente con aria trionfale, sventolando un sacchetto verde di plastica con dentro nientemeno che una trota! Si sono letteralmente procacciate la cena.

V.

19 luglio 2011

Abbiamo avuto tutti il giorno come ospite il nostro informatico Smo. È divertente lavorare con lui, e poi ha portato un po’ di musica! L., la nostra tuttofare, sta velocemente trasformando il nostro magazzino in un vero punto vendita, anche dal punto di vista estetico. Ha un grande senso pratico ed è preziosa anche sotto molti altri aspetti, per esempio per la vendita. Ho molto da imparare da lei.

V.

20 luglio 2011

Stamattina il signor L. è arrivato con le chiavi del cancello pronte per L. Finalmente anche lei potrà dire di avere le “chiavi di casa”. Abbiamo deciso di comune accordo di organizzarle una caccia al tesoro. Così mi sono messa di impegno, ho scritto i bigliettini in rima, li ho nascosti, ho addirittura scritto delle varianti, come in un gioco di ruolo. Quando L. è arrivata, ha trovato il suo primo bigliettino attaccato alla scrivania, ed è iniziato il divertimento. Con gli indovinelli l’ho spedita in giro per tutto lo stabilimento, dal magazzino all’esposizione, fino al deposito dello scarto. Insomma, è stato uno spasso. Alla fine rideva come una matta mentre acchiappava le chiavi, che erano appese proprio dietro la sua scrivania.

V.

21 luglio 2011

Sono stata mandata in avanscoperta. Armata di volantini e pieghevoli, ho girato tutta la mattina in cerca di parrucchieri, mercerie e posti vari dove poter entrare e spiegare la nostra idea riguardo al Picknitting. Qualcuno mi è sembrato anche piuttosto interessato. Speriamo che arrivino in molti! Secondo me è un’idea molto carina quella di riunire donne (magari anche uomini, chissà…) di tutte le età per un picnic all’aria aperta, dove ciascuno porta il proprio lavoro, o impara da noi a lavorare a maglia, e passare un paio d’ore insieme. So che Miagliano non è proprio dietro l’angolo, ma se vedessimo che va bene, chissà, si potrebbe fare da qualche altra parte… Vogliamo che il nostro picnic sia assolutamente gratuito, perché le persone non devono pagare per stare assieme.

V.

25 luglio 2011

Oggi sono venuti a caricare lana da un paesino francese. L’allevatore già lo conosciamo, ma non è potuto venire di persona perché doveva stare dietro alle sue bestie, così ha mandato altri due al suo posto: un amico e il poliziotto del paese. Li ho sorpresi nel magazzino mentre cercavano di far entrare degli enormi balloni di lana in un furgoncino grosso come un Ducato, ed erano entrambi paonazzi e sbuffanti. Quando hanno finito con il furgone, si sono diretti verso un van per il trasporto dei cavalli. Ero senza parole. Di solito vediamo arrivare camion giganteschi, che faticano quasi a fare manovra per entrare, mentre questo personaggio aveva in casa un furgoncino e un van, e quando per telefono gli è stato chiesto: «Vous pouvez venir ici avec une remorque?», lui ha risposto «Bien sûr!». Fantastico.

V.

26 luglio 2011

Il giorno del primo Picknitting è arrivato! Eravamo tutti eccitati, abbiamo fatto provviste, preparato i tavoli, pulito lo spazio, e la figlia di L. ha disegnato un bellissimo cartellone con il nostro nome sopra, che abbiamo piazzato fuori dal cancello. E per fortuna che l’abbiamo messo, perché le persone che sono arrivate ci hanno trovati grazie a quello. Abbiamo chiacchierato un po’, poi L. li ha presi tutti con sé e hanno iniziato a sferruzzare. Tutti quanti, compreso Ale, un ragazzo curioso che ha avuto l’onore di essere il nostro primo knitter! È stato divertentissimo. Abbiamo riso, parlato, knittato e mangiato. Spero tanto che sia piaciuto anche a loro, ma mi è sembrato di sì. E mi auguro che giovedì ci sia ancora più gente, perché più si è, più ci si diverte!

V.

28 luglio 2011

Ho imparato a knittareeeeeee!!! Oggi pomeriggio L. mi ha finalmente insegnato a lavorare a maglia. So fare solo qualche punto di dritto, e li tiro talmente tanto da rompere il filo, oppure da non riuscire a farlo scorrere sul ferro, ma è divertentissimo e L. ha detto che sono brava. Al secondo Picknitting sono venute solo due persone, perché il tempo non era a nostro favore, ma ci rifaremo la settimana prossima, ne sono certa.

V.

La lana: rifiuto o risorsa?

Strano come le intuizioni spesso disertino gli ambienti riservati alla speculazione intellettuale e si manifestino invece dove nessuno se l’aspetterebbe. Come quando la signora del bar, nell’allungarci la quotidiana tazzina di caffè, coglie l’occasione per chiederci se anche noi partecipiamo al progetto di bonifica degli oli sversati in mare attraverso l’impiego di lana sucida. Centellinato il prezioso liquido, la risposta (cristallina quanto l’immancabile “selzino”) è immediata: «No. Noi ci occupiamo di valorizzare la lana e favorire gli allevatori».

Non si tratta di una reazione emotiva, ma di un’esternazione su un tema lungamente meditato e divenuto patrimonio comune del nostro gruppo. Beninteso, nessun pregiudizio in merito a iniziative e brevetti che potrebbero costituire una soluzione a problematiche contingenti di straordinaria portata. Si tratta solo di operare gli opportuni distinguo. Secondo le dichiarazioni rilasciate dall’ideatore del brevetto, riportate in grassetto sulle principali testate giornalistiche internazionali, «il vantaggio economico del progetto sta nel basso costo della lana, ipotizzabile a circa un euro al chilogrammo compresi raccolta e trasporto».

Conoscendo le problematiche, le dinamiche e i costi gestionali di un centro di raccolta della lana, sperimentando quotidianamente l’evoluzione dei costi di trasporto, evitiamo di aggiungere altro: ci sembra che in questo modo venga fornita agli allevatori una soluzione bizzarra e sicuramente poco interessante al problema di ricavare un reddito dai propri velli. In questo modo possono scegliere se svenderli al mercato asiatico, abbandonarli nel bosco o cederli per recuperare del petrolio con cui qualcun altro sarà in grado di realizzare filati sintetici. Analogo ragionamento si presta a essere applicato ad altri contesti sbandierati innovativi, ecologici e solidali, che continuano tuttavia a prevedere scenari immaginifici, sempre a valle dell’allevatore. Tra questi citiamo gli isolamenti termoacustici, i pannelli fonoisolanti per reti viarie, le improbabili imbottiture a tiratura industriale.

Il ragionamento è sempre lo stesso: si tende a considerare la lana come un rifiuto a cui dare una possibilità di reimpiego, e mai una materia prima di valore da selezionare, conservare e proteggere tenendo in considerazione gli occhi, le mani e il contesto di chi giorno dopo giorno ripete un’attività millenaria fatta di fatica, ritualità e preziosi saperi. Un patrimonio che tutti avremmo bisogno di recuperare.

Ben venga quindi ogni sorta di brevetto a favore dell’ecologia. Però, oltre ad arrovellarci su come porre rimedio al disastro ambientale (il più delle volte per proseguire indisturbati la scellerata corsa distruttiva), cerchiamo di non dimenticare che sono proprio quei pastori così bistrattati che possono insegnarci a evitarlo, educandoci a uno stile di vita più sobrio.

Nuovi incontri per Valentina


15 giugno 2011

Questa mattina mi è stato chiesto di andare in posta e, date le dimensioni esigue del paese, ci sono andata a piedi, attraversandolo in dieci minuti. Ho avuto così modo di vedere il glorioso paesino di Miagliano, 665 anime, qualche cane, un postino, un tabacchino e la classica gente da paese di montagna, affabile e disponibile, ma anche terribilmente pettegola!
Appena entrata, con le mie brave letterine in mano e il mio sorriso da Heidi, non ho potuto fare a meno di ascoltare la signora allo sportello e un uomo anziano che stavano discutendo sulla dubbia paternità di un ragazzo del paese, compagno di scuola della sorella della nipote del cugino di terzo grado del vicino della moglie di questo signore… Soffocando a stento una risata (sarebbe stato poco gentile da parte mia), ho aspettato il mio turno, ho consegnato le buste e pagato. Nel frattempo una donna dai capelli ricci stava attraversando la piazza, e la signora delle poste ha esclamato, colpita: «Ma guarda un po’! La Rosanna si è tagliata i capelli».
Abituata come sono al mio paese, dove su 8000 abitanti ne conosco sì e no dieci, mi è scappato da ridere, e ho la netta sensazione che le due comari dietro di me non abbiano perso tempo a spettegolare su chi fossi e perché fossi così divertita, non appena sono uscita dalla posta.

V.

15 giugno 2011

È tornato il signor L., e abbiamo ripreso la routine al computer. Verso metà mattinata è arrivato un camion con lana francese e rispettivi allevatori, e sono stata chiamata a toccare con mano quello che avevano portato. erano cinque personaggi interessanti: due fratelli di origine italiana, che parlavano francese, italiano e dialetto piemontese (che spasso ascoltarli!), una signora dall’aria molto dolce con i vestiti colorati e i capelli argentati, una giovane donna dall’aspetto forte e ruvido e un uomo alto e dinoccolato con una buffa espressione sul viso.
I due fratelli non erano nuove conoscenze, e si è visto: la loro lana era già divisa in sacchi (di nylon). Gli altri invece l’avevano stipata chi in sacchetti di carta per il mangime, chi in giganteschi sacconi che sembravano dover scoppiare da un secondo all’altro. Nonostante questo, la lana è ottima e il signor M. dice che dev’essere una razza incrociata con pecore neozelandesi…
Finito di assistere al controllo della lana, sono tornata alla mia scrivania, ma poco dopo è spuntato il grande capo chiedendomi se avevo impegni nel pomeriggio, perché era in programma una visita per i francesi alla Pettinatura I..
Non potevo crederci! Stavo saltellando come una cotoletta sul fuoco. Non ero mai stata lì, con la scuola eravamo andati in visita al Lanificio F.lli Cerruti, ma nulla di più, e questa opportunità (una visita guidata, con tanto di spiegazioni ad hoc) mi faceva quasi girare la testa.
Così nel primo pomeriggio siamo arrivati, chi in macchina chi in camion, nel vasto e desolatao parcheggio di quella che un tempo era quasi una città, sia per il numero di persone che ci lavoravano sia per il traffico che c’era sempre. Ora sembra di entrare in un villaggio fantasma. Tutto è ancora in ordine e pulito, ma le persone che abbiamo incontrato nelle due ore trascorse li si contano sulle dita di due mani.

V.

22 giugno 2011

Il signor L. stamattina è arrivato dicendo che si sentiva un po’ mio padre, perché aveva un regalo per me. Mi ha consegnato una busta e io mi sono messa a ridere: dentro c’erano le chiavi dell’azienda (cancello e portone) ed è stato come tornare ragazzina, quando il mio papà mi ha consegnato le chiavi di casa dicendomi di farne buon uso. Ricordo ancora l’espressione seria e quasi severa che aveva quando è successo!

V.

29 giugno 2011

Oggi ho conosciuto una donna davvero eccentrica. È arrivata in tarda mattinata e appena è entrata l’aria si è come surriscaldata. La prima cosa che ho visto di lei quando è venuta a stringermi la mano sono stati i capelli: una frizzante cascata rossa di ricci vaporosi e ondeggianti. E poi la voce! Piacevole, calda, il tono sicuro di chi è evidentemente abituato a intrattenere le persone. Ha detto di chiamarsi Venette. Non posso immaginare un nome più appropriato per una personalità così particolare!

V.

30 giugno 2011

Oggi giornata di cambio look. Il signor L. ha fatto portare una cassettiera in legno dal suo vecchio ufficio, che ora se ne sta comoda comoda accanto alle scrivanie, in mezzo al passaggio.
News mobiliari a parte, ho terminato l’allestimento dello stand che presenteremo il 9 luglio a Cavaglià. Attualmente è collocato al centro del salone, delimitato da nastro adesivo di carta. Sono sicura che sarà bellissimo, e non lo dico solo per orgoglio personale.

Valentina: le mani nella lana

9 giugno 2011

Qui alla The Wool Box Company la sistemazione delle scrivanie è un po’ precaria: gli “uffici” consistono in un lungo salone con il soffitto alto 4 metri, diviso in due da uno scaffale in legno, tanto grande quanto brutto, che per il momento è tutto quello che possiamo usare per ordinare i capi in arrivo. Qua e là, qualche reliquia tessile, come un telaio a mano piazzato al centro della stanza e qualche altro ammennicolo risalente più o meno alla stessa epoca (erano poi i macchinari che mia nonna usava per tessere quando lavorava in fabbrica!). Un televisore e uno stereo con relative casse sono situati sul lato luminoso del locale, mentre le scrivanie e gli scaffali se ne stanno nascosti dalla vista nell’angolo più buio, tra altri mobili di dubbia utilità e materiale di cui non conosco nemmeno l’utilizzo.
Tutto il resto del salone è occupato dall’esposizione di capi provenienti da ogni dove, lavorati a mano e tinti con colori naturali o senza tintura alcuna. Ci sono coperte, gilet, tappeti, ponchos, soprammobili, abiti di ogni forma e colore, con indicati accanto l’autore e la provenienza. Uno spettacolo che ogni volta mi lascia a bocca aperta.
Il mio lavoro è tutt’altro che pesante. Peccato dover andare via domani… ho appena iniziato! Ma il mare mi aspetta, e speriamo che non piova.

V.

13 giugno 2011

Oggi il signor L. non c’è e sarà fuori sede anche nei prossimi giorni. Poco male: nel frattempo sono stata affidata al magazzino dove viene scelta la lana. Ho accolto con sollievo l’idea di dovermi allontanare dall’ufficio per qualche giorno (soprattutto perché cominciavo ad avere freddo seduta alla scrivania, nel mio angolino poco illuminato) e poter toccare con mano il materiale inviato dagli allevatori.
Il primo impatto con il forte odore di pecora non è stato piacevole, ma dopo pochi minuti mi sono abituata, e non mi dava più fastidio. Così ho iniziato a scartare lana in magazzino con il signor M., e ancora non mi spiego come non sia impazzito lavorando per tutto questo tempo da solo, senza musica né rumori, tranne quello del muletto quando deve spostare balle o casse di lana. Io, nei dieci minuti in cui sono rimasta da sola, sono corsa a prendere il lettore Mp3, perché il silenzio che c’era li dentro mentre ero intenta a dividere i velli delle pecore era talmente assoluto da fare male alle orecchie.
Quando si è in due, invece, lavorare diventa veloce e piacevole, ed è anche piuttosto semplice. Si prende con il muletto uno dei grossi sacchi pieni di lana (balle) che vengono ammucchiati all’arrivo su un lato del magazzino, divisi per allevatore, si posa il sacco sul tavolone, lo si apre, e man mano si fa uscire la lana. In un sacco medio ci sta circa un quintale di lana, ma è poi tutta ancora da dividere.
Ho anche scoperto che non solo ogni allevatore ha pecore diverse, ma anche che ognuno fa della lana un po’ quello che gli pare! Per esempio, il primo che ho visto lo immagino un tipo molto meticoloso, che porta spesso le pecore al pascolo. Perché? In primo luogo i sacchi erano tutti di nylon. È importante che sia così, perché nonostante sia più costoso del polipropilene, il nylon tinge con gli stessi colori della lana, quindi il filato non sarà pieno di fibre aliene dai colori più disparati, come nel caso di lana chiusa in sacchi di polipropilene. Poi ogni sacco era stato accuratamente rammendato nei punti in cui si era lacerato, e la lana al suo interno era profumata e pulita, grossolanamente suddivisa in neretta (la lana delle pecore scure) e ordinario (le fibre più comuni, non troppo corte né lunghissime).
Io e il signor M. abbiamo separato ulteriormente quella lana, mettendola in grosse casse di plastica, suddivisa in fibre corte, lunghe fini, ordinarie, punte spesse (nelle zone come sotto la pancia le fibre sono più grossolane ed ispide), pelo morto (importante, perché se lasciato in mezzo alle altre fibre renderebbe il filato pungente, e poi non tinge, rimanendo bianchissimo), pezzame (fibre troppo rovinate o sporche) e poco altro, in base al tipo di materiale. Lavorare con questo tipo di lana è stato veloce e quasi divertente!

V.

14 giugno 2011

Ieri ho parlato troppo presto. Dopo aver terminato la scelta della lana iniziata ieri, abbiamo attaccato speranzosi i sacchi di un altro allevatore, ma il nostro ottimismo è ben presto scemato. I sacchi si presentavano già in modo totalmente diverso: alcuni erano addirittura di carta e gli altri, di cui pochi in nylon, erano rotti, con la lana che usciva dagli squarci come da grosse ferite.
Abbiamo aperto i primi due sacchi di carta marrone sul tavolo e siamo stati investiti da un penetrante odore di ammoniaca. La lana puzzava di stantio ed era umida, e doverci infilare le dita in mezzo non è stato un vero piacere… Abituarsi non è stato facile, e l’operazione di divisione era molto più lenta. Alla fine della giornata ero sinceramente contenta di andare a casa a farmi una doccia!
Domani spero di non dover più lavorare con lana come quella.

V.

Nuove frontiere del lusso

Molto più delle nostre parole, sono i vostri contributi che danno senso e animano questo luogo virtuale. La riflessione odierna nasce da un commento che ci ha colpito, considerato il profilo pubblico dell’autore, la qualità dei prodotti che commercializza e il suo ruolo di esportatore del Made in Italy di cui tutti andiamo fieri. Lo abbiamo assimilato con la necessaria lentezza e ci siamo trovati a riflettere sia sul concetto sia sulla definizione del termine “lusso”.

Stando ai dizionari online il lusso è «sfarzo, fasto, esibizione, sfoggio di ricchezza», oppure «opulenza, abbondanza», «spesa eccessiva o superflua» o «lusso per pochi». Naturalmente non ci siamo riconosciuti, con i nostri prodotti, in nessuna di queste definizioni, eppure un tarlo ha continuato a solleticare i nostri pensieri e alla fine siamo giunti alla considerazione che il termine stesso potrebbe meritare un aggiornamento e un’estensione.

Avendo già assunto a suo tempo la definizione di «comportamento intelligente», senza voler fare concorrenza all’Accademia della Crusca, nelle accezioni di «sfoggio di ricchezza» e «per pochi» proviamo a fornire una nostra personale interpretazione del termine:

Lusso [lùs-so] s.m. In virtù della sua rarità, si usa questo termine per indicare un comportamento intelligente che non mortifichi in alcun modo nessuna delle parti coinvolte in un progetto e che, al contrario, ne valorizzi le singole peculiarità fornendo a ciascuna l’idonea gratificazione

Una definizione adatta ad allevatori e razze in via di estinzione, pascoli e integrazioni di reddito, lavorazioni nazionali rispettose dei dettami della legge, chilometro zero, tracciabilità, prezzi equi, volontà di internazionalizzazione del progetto. Pur nella limitatezza delle nostre competenze linguistiche e semantiche, finora abbiamo parlato – e anche grazie ai vostri contributi intendiamo continuare a farlo – di prodotti di lusso. Anzi, della più avanzata tra le frontiere del lusso, quella dell’intelligenza.