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Aspettando il Natale con Valentina


28 novembre 2011

Ancora si avverte lo strascico benefico della forte presenza di Agostina qui a The Wool Box. Sembra tra l’altro che si possa già parlare di una prossima data per il corso di feltratura manuale, magari in primavera. Ne sarei davvero felice. Oggi abbiamo lavorato alle nuove foto ambientate tra i colori d’autunno, e finalmente sono pronte anche quelle! Sto anche imparando alcuni rudimenti di contabilità, ma è piuttosto difficile. Il mio stage è quasi giunto al termine, e si avvicina la resa dei conti: il momento in cui dovrò dimostrare di aver imparato qualcosa di più che caricare due fotografie sul sito e chiacchierare con i nostri amici su Facebook. Comunque vada, sono contenta di questi sei mesi: mi hanno dato tanto e insegnato molte cose.

V.

29 novembre 2011

Tutti con l’influenza. Mi sembra di sentire starnutire e tirare su col naso dappertutto. Spero solo di riuscire ad evitarla quest’anno. Stasera devo immergermi nella ressa di Biella per comprare qualcosa per il compleanno di mia madre e per ultimare i regali di Natale. Muoversi nel traffico natalizio è uno strazio, sembra che la gente si dimentichi come si fa a guidare. Tutti hanno la precedenza, tutti hanno fretta e tutti cercano parcheggio puntualmente dove lo cerchi anche tu! Per questo di solito cerco di aver già fatto tutti i regali a fine novembre, in caso contrario potrei rischiare un esaurimento nervoso!

V.

01 dicembre 2012

Abbiamo l’albero di Natale! Il signor L. è andato a comperare un abetino vero su cui appendere le palline di lana e i Babbo Natale lavorati a mano e, chissà, magari anche le pecorelle col maglione. Sono così graziose… in ceramica, completamente lavorate a mano, così come le teste dei Babbi. Abbiamo anche delle ciotoline in ceramica dove si può appoggiare il gomitolo mentre si lavora a maglia, in modo che non rotoli sotto il divano. Io ne ho presa una: sto lavorando a dei guantini multicolore ed è un macello tra fili e gomitoli!

V.

2 dicembre 2011

Oggi è stata una giornata molto bella. Stamattina ho fatto colazione in cremeria con la mia amica del cuore, Ilaria. Poi, dopo una scappata veloce a casa a recuperare stivali, jeans e maglione per montare la cavallina, sono andata direttamente su. Quando l’ho recuperata dal suo recinto era impanata come una bistecca, e mi ci sono voluti 45 minuti per renderla presentabile. Non potevo certo metterle la sella sporca com’era, nonostante la pellaccia robusta e il pelo invernale si sarebbe piagata. Era la prima volta che la montavo da sola, e la seconda che la montavo in assoluto, e mi ha fatto un regalo grandissimo. Sono salita in sella dentro il recinto fangoso in cui si rotola abitualmente, ma il terreno è in discesa e il fango la faceva scivolare. Così siamo uscite e abbiamo raggiunto il prato subito dietro la sua stalla. Le orecchie diritte, il collo teso e le froge vibranti di curiosità, la cavalla si è avviata di buon passo verso il centro del prato, dove a un comando leggero ha iniziato a trottare in un largo cerchio. Sentivo però che aveva davvero tanta voglia di sfogarsi, allora l’ho portata sul piano e appena siamo arrivate sul lato più lungo del prato le ho chiesto il galoppo. L’emozione che mi ha trasmesso è stata il regalo più bello. L’aria frizzante e il sole del primo pomeriggio che ti accarezzano il viso, i muscoli del cavallo che si muovono eleganti e potenti al comando delle gambe, il suono ritmico degli zoccoli sul terreno, la criniera che danza nel vento… Una poesia fatta di sensazioni ed emozioni anziché di parole. Sono rimasta con un sorriso inebetito per tutto il pomeriggio. Non vedo l’ora di tornare da lei!

V.

Valentina: il fascino senza trucco del Biellese


2 novembre 2011

Woo-hoo!!! Ho festeggiato Halloween quest’anno, ed è stato spettacolare! Gente vestita da Dracula, da zombie, da streghe… In un locale ho incontrato quattro puffi! Puffo Quattrocchi (con tanto di faccia blu e occhiali), puffo Forzuto con il cuoricino disegnato sulla maglia azzurra, un puffo che non saprei dire chi fosse e Puffetta, parrucca bionda e vestitino bianco… Che forte! All’uscita dallo stesso locale, in piedi, incappucciata e a testa china, c’era nientemeno che la Nera Signora, falce alla mano, che devo ammettere si era calata piuttosto bene nella parte e faceva quasi paura. Io invece ho passato due ore a truccarmi, e devo dire che tutti mi hanno fatto i complimenti per la ragnatela che mi ricopriva la faccia.

V.

3 novembre 2001

Ci stiamo spremendo le meningi per pensare ai kit natalizi. Le idee che abbiamo partorito finora sono eccezionali. Ci sarà da divertirsi! Il sito cresce a vista d’occhio: sempre nuove idee, nuovi pattern, nuovi prodotti, e soprattutto sto imparando finalmente a organizzarlo!

V.

4 novembre 2011

The Wool Box sta reclutando nuove leve. L’abbiamo segnalato sul sito e abbiamo avuto poche risposte, così il signor L. ha dato una tirata d’orecchie ai nostri fedeli lettori del blog, a cui è seguita un’accesa discussione tra chi pensa sarebbe meglio definire cosa cerchiamo e chi invece scorge in ciò che abbiamo scritto qualcosa di più vasto. Mi ha fatto molto piacere vedere che, nonostante queste persone avessero idee diverse, hanno espresso le proprie opinioni liberamente e rispettosamente. In più sembra davvero che ci siano persone interessate a lavorare con noi. Sono molto soddisfatta!

V.

5 novembre 2011

Pomeriggio pigro. Non vedo tante persone qui al Wools of Europe, almeno non quante ne vorrei vedere. Pensavo che avrebbe suscitato maggiore interesse, ma sembra che a pochi importi realmente quel che si fa qui nel Biellese. Poi però ci si lamenta in continuazione: «Eh, ma qui non succede mai nulla!», «Mai che ci sia qualcosa di nuovo…». Troppo facile! Tanto anche quando c’è qualcosa nessuno risponde agli stimoli. Tutte quelle chiacchiere sull’apatia di questo territorio, ma alla fine siamo noi i primi responsabili se non accogliamo le belle proposte che offre e ne sminuiamo le potenzialità. Un mio amico tre anni fa è venuto a trovarmi da Bologna. Ha alloggiato in una pensioncina a Candelo che ha trovato familiare e accogliente, ha visitato il Ricetto e l’ha trovato interessantissimo, ha visitato il centro di Biella, via Italia, il Duomo, Riva… Per una persona che arriva da fuori, anche la piccola Biella ha il suo fascino! Bisogna solo imparare a valorizzarlo. Ma prima ancora è fondamentale saperlo riconoscere.

V.

Elisa* intervista Marilena Terzuolo


Proseguiamo con la conoscenza delle maestre di The Wool School: questa settimana è la volta di Marilena Terzuolo, artigiana e artista del telaio, donna di grande umanità, che ha fatto del suo strumento un mezzo di comunicazione speciale.

Buongiorno, Marilena. Raccontaci i primi passi di artigiana della tessitura a mano: come avviene il primo incontro con il telaio?

Devo confessare che il primo incontro con il telaio è stato decisamente disastroso. A quei tempi (era il 1979) la tessitura a mano era un’arte praticamente sconosciuta. Avevo incontrato una signora tedesca trapiantata in Italia che possedeva un telaietto a tensione per cinture: ricordo la perplessità con cui guardavo quello strano oggetto. Poco dopo mio marito, incuriosito, acquistò un telaio a pettine-liccio senza nessuna nozione sul suo utilizzo, dato che nemmeno il negoziante aveva saputo fornirgli istruzioni. Fu così che a casa cominciò ad armeggiare con un intrico di fili pazzesco e io, spaventata, dissi a me stessa che non avrei mai toccato un telaio. In realtà, poi, lui si stancò di quei grovigli e io mi ci avvicinai per cominciare, piano piano, a domarli. In quel periodo ero senza lavoro, così provai ad aprire una bottega artigiana e iniziai a tessere. L’inizio non fu facile, ma con il passare del tempo e con l’aiuto di tessitori più esperti, diventai più veloce e sicura. Insomma, un inizio molto poco romantico.

Ben presto da artigiana ti trasformi in artista e i tuoi manufatti in opere d’arte: cosa ha portato questo cambiamento? Forse il desiderio di comunicare qualcosa attraverso le proprie creazioni?

All’inizio producevo soprattutto capi d’abbigliamento e complementi d’arredo. Poi nella mia bottega entrò Eugenio Guglielminetti, un artista astigiano che si innamorò dei miei lavori e mi chiese di realizzare alcuni arazzi sui suoi supporti. Io non mi sentivo all’altezza di un tale compito, ma lui insistette. Così mi misi all’opera, facendo del mio meglio. L’impegno profuso diede i suoi frutti e le opere create erano talmente belle che furono esposte in una mostra (la prima di molte) ad Aosta. La collaborazione con Guglielminetti continuò per alcuni anni; poi iniziai a sentire la necessità (si, proprio di necessità si tratta) di realizzare idee e progetti che mi frullavano nella mente. Fu proprio quel “desiderio di comunicare qualcosa”, non attraverso parole che si disperdono nel vento, ma attraverso il mio lavoro che ormai amavo e dal quale mi ero lasciata assorbire, che mi fece fare “il salto” nel mondo dell’arte.

Non necessariamente l’abilità e la capacità manuale sfociano nell’insegnamento: cosa ti ha spinto ad “aprirti” ai corsi?

L’insegnamento è stato quasi un cammino parallelo alla mia attività di tessitrice. Insegnare mi è sempre piaciuto, prima ancora di sedermi al telaio, e i corsi sono stati l’occasione per mettere a frutto il mio amore giovanile per Don Milani e l’universo delle scuole popolari, cercando di trasmettere i miei saperi a chiunque me lo chiedesse. Mi piace il termine “aprirsi ai corsi”, perchè insegnare questo mestiere significa proprio aprirsi, in senso quasi fisico, e lasciare uscire tutto quello che c’è nella propria mente e nel proprio cuore, senza trattenere gelosamente per sé i cosiddetti “segreti del mestiere”. Sono proprio questi segreti, piccole astuzie e accorgimenti apparentemente poco significativi, che fanno la differenza tra il lasciar giacere inutilizzati gli apprendimenti di un corso di tessitura e il riuscire a dar seguito a quello che si è appreso, trasformandolo in un hobby gratificante o addirittura in un lavoro abbastanza redditizio. Molte mie allieve hanno avviato un’attività tutta loro e questo per me è motivo di gioia.

Tra le tue mani e attraverso la tua persona il telaio acquista molteplici valenze: strumento espressivo con i bambini (arteterapia), strumento riabilitativo con persone dalle diverse abilità (ergoterapia), opportunità di lavoro e sostentamento per le donne africane. Come arrivi a pensare tutte queste possibilità?

In realtà queste opportunità arrivano da sole. Semplicemente dico sempre sì quando mi chiedono di insegnare tessitura. Provo fin da subito ad immedesimarmi nell’allievo, cercando le strategie per rendergli piacevole l’apprendimento. L’obiettivo è far si che non sia solo un passatempo, ma che diventi qualcosa di significativo nella sua vita, a seconda della situazione in cui si trova. I bambini sono subito affascinati da questi piccoli telai che uso con loro e i genitori rimangono stupiti che i loro figli riescano a focalizzare l’attenzione su piccoli pezzi di cartone e un po’ di lana colorata, più che su costosissimi giochi elettronici. Con le persone diversamente abili è un lavoro bellissimo: si crea subito amicizia, c’è tanta voglia di fare, e un grande interesse per una nuova attività. Le valenze di questi corsi sono molteplici: mentre le persone fanno progressi nel loro percorso umano, riescono a produrre manufatti che danno soddisfazione e sono vendibili. Proprio come nel caso delle donne eritree.

Il tuo impegno in Africa si svolge attraverso l’associazione “Dodiciceste”: ci racconti di questo progetto?

“Dodiciceste” è la onlus che ho fondato otto anni fa insieme a mio marito. Si tratta di un’organizzazione ecumenica nata tra confessioni cristiane ancora divise ma con un forte desiderio di unità. Crediamo che una delle strade per realizzare oggi questa unione sia proprio quella di portare, tutti insieme, solidarietà e giustizia là dove la povertà è troppo scandalosa. Anche in questo caso è stata la tessitura a mano a offrire un’opportunità. Un’associazione mi chiese di andare a fare formazione nella scuola di tessitura delle suore cappuccine in Eritrea, con l’obiettivo di portare all’autonomia almeno due o tre donne. Devo confessare che in quella circostanza non dissi subito sì, perché l’idea mi spaventava, ma dopo due o tre anni di insistenze mi decisi a partire senza sapere bene cosa aspettarmi. Per farla breve, ora ci sono nove gruppi di donne che lavorano autonomamente in tre villaggi dell’Eritrea per un totale di circa cento persone, più una scuola di tessitura ad Asmara e una cooperativa di quaranta ragazzi sordi a Keren. Più di tante parole, mi sembra una bella testimonianza di collaborazione tra confessioni diverse, impegnate insieme per i fratelli più sfortunati. Ecco spiegato il nome “Dodiciceste”: il vero miracolo che ha fatto Gesù nella moltiplicazione dei pani e dei pesci è stato quello di convincere qualcuno a distribuire quello che aveva, e da quella condivisione sono addirittura avanzate dodici ceste.

Cosa ricevi dall’incontro con le persone a cui sveli l’arte dell’intreccio?

Questa è una domanda preziosa. Dai miei allievi ricevo tutto, anche se il termine “allievi” non rende giustizia alla relazione che si crea nel gruppo. Quando insegno non ci sono allievi e maestra, ma persone che dal loro incontrarsi attorno a un telaio si scambiano saperi, e soprattutto si mettono in relazione tra loro. Crescono insieme l’abilità nel tessere stoffe, ma anche l’abilità nel tessere rapporti significativi: si lavora in coppia nel preparare l’ordito e questo momento iniziale collaborativo non si perde più, e si rafforza andando avanti. Un altro regalo che ricevo nell’insegnare tessitura è il fatto di imparare a tessere: sembra incredibile ma è così. Le difficoltà incontrate dagli allievi mi hanno stimolata a trovare soluzioni agli ostacoli che via via si presentavano loro, spronandomi a cercare espedienti magari poco ortodossi secondo i canoni della tessitura, ma efficaci al fine di ottenere un tessuto ben fatto. Per questo dico che non ci sono allievi e insegnanti, ma solo persone che tessono insieme.

I tuoi ultimi due progetti, ossia il libro Sculture di tessuto. Percorsi tra arte, artigianato e spiritualità e la mostra al Santuario di Oropa dal titolo Per sora nostra madre terra, contengono entrambi un forte richiamo verso l’Alto. Si può dire che attraverso il telaio si dispieghi una forma di meditazione o di preghiera?

Sì, certamente, per me è stato così. Mi ritengo fortunata perché ho potuto scegliere di vivere tra i boschi, nel silenzio di una casa piccolissima e povera ma immersa nel verde. A questo si aggiunga la mia frequentazione giovanile di gruppi parrocchiali dove mi è stato insegnato il piacere di conoscere e approfondire la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Sedersi al telaio può significare raccogliere i propri pensieri senza interrompere l’operosità delle mani e questo è preghiera.

Cosa proponi nei due corsi che terrai per The Wool School?

Ho deciso di proporre per entrambi i corsi l’apprendimento della tessitura a mano su telaio a pettine-liccio, che è il modello più semplice. Impareremo innanzitutto come si prepara per bene un ordito, perché su un ordito ben fatto è poi facile tessere qualsiasi cosa, dal tappeto pesante alla tendina leggerissima. Ma noi siamo molto ambiziosi e quindi su questo ordito ben teso cominceremo subito a tessere arazzi, attraverso l’apprendimento di tecniche differenti. Ogni allievo, al termine del corso, porterà a casa il risultato delle sue prime fatiche tessili e sarà in grado di utilizzare come meglio crede le tecniche apprese: potrà fare le sciarpa per i regali di Natale o lanciarsi in avventurosi impieghi dei materiali più disparati per creare arazzi unici e irripetibili. Se poi qualcuno è senza lavoro sarà in grado anche di iniziare una piccola produzione per la vendita, riservandosi in futuro di approfondire altre tecniche e l’utilizzo di altri telai.

L’intreccio si presta a molteplici metafore e significati. C’è un messaggio che ti piacerebbe “far passare” tra le trame del corso?

È un bellissimo gioco quello della ricerca di metafore e significati attorno alla tessitura e agli intrecci. Mi sta a cuore soprattutto quello del tessere relazioni tra persone diverse tra loro che prima non si conoscevano e che, nodo dopo nodo, imparano a conoscersi e a stare bene tra loro. Insomma, trame di pace, per una convivenza pacifica tra le persone.

Per concludere, un’ultima domanda: c’è un libro che ti è rimasto nel cuore e che ci consiglieresti?

Considero i libri miei compagni di viaggio, veri e propri amici. Tra i tanti che adoro ce n’è uno in particolare che porto nel cuore ed è Diario 1941-1943 di Etty Hillesum, ragazza ebrea di ventisette anni che affronta i campi di concentramento e la morte nel lager di Auschwitz con uno straordinario senso di responsabilità, restando fedele al suo popolo, al bello e al buono della vita. Etty è una giovane donna di Amsterdam, colta e passionale, che vive le sue storie d’amore e i suoi interrogativi spirituali nel clima d’odio del nazismo. Sceglie di non sfuggire alla propria sorte ma di reagire all’orrore e alla violenza rimanendo “un cuore pensante” anche nelle baracche dei lager e riuscendo a respingere fino all’ultimo momento ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancora più “inospitale”. Un libro da tenere a portata di mano nei momenti di gioia e in quelli di sofferenza, per ricordarci sempre, come dice lei, che “la vita è bella”.

Ritorno a casa


The Wool Box presenta Asterischi*, la nuova rubrica curata da ElisaNata a Busto Arsizio, mamma del piccolo Lorenzo di sei mesi, Elisa si è diplomata al liceo sperimentale e ha lavorato per diciassette anni in banca, durante i quali si è laureata in scienze dell’educazione. Dopo un’esperienza di un paio d’anni nel sociale, un radicale cambiamento di vita l’ha portata in Namibia. Fino al rientro non programmato nel biellese, dove tutt’ora risiede. Appassionata di cucito e assemblaggio tessuti, realizza creazioni con le sue galline.

Sono le sei del mattino. Riva Valdobbia è in fermento per l’annuale Fiera di San Michele, un tempo fiera del bestiame, riconvertita oggi in una colorata e frequentata festa dell’artigianato. Quest’anno, anziché con il mio adorato pollaio di stoffa riciclata, sono qui in veste di ambasciatrice per The Wool Box, con coperte, gomitoli, manufatti in feltro (tutta lana proveniente dai pascoli biellesi e valsesiani) e tanta voglia di raccontare una bella storia.

Molti gli sguardi curiosi. Li lascio avvicinare, toccare i filati, annusare la lana, accarezzare coperte… E poi non si resiste: ci sorridiamo e le parole scorrono da sole e raccontano di questa interessante realtà a due valli da qui. Il recupero di tose che andrebbero perse perché troppo esigue per essere lavorate con la giusta convenienza, la salvaguardia delle piccole, importanti razze autoctone, l’obiettivo di raccogliere i velli delle centinaia di razze ovine europee, la ricerca e la valorizzazione delle piccole produzioni artigianali legate alla lana, l’entusiamo, i progetti, i corsi… Lascio i pieghevoli con l’indicazione del sito («Così potete dare un’occhiata») e raccolgo gli indirizzi mail di chi vuole essere informato su ciò che accade. Sono qui per raccontare eppure, come spesso accade, mi ritrovo ad ascoltare.

Ascolto la storia del signor Mario, radici biellesi e una vita passata nei lanifici. «Questa sì che la riconosco, questa è la nostra lana, un pò ruvida, ma vuole mettere! Perchè, sa, adesso si usano tutte quelle lane morbide, che sono calde, per carità! Ma con quelle fibre così corte non si possono certo ottenere filati resistenti. Non lo vede che tutti i maglioni di cachemire hanno le toppe ai gomiti? Una volta i maglioni duravano una vita…». Al signor Mario non lascio nessun pieghevole. Tra le mani ha il suo bastone e in tasca la nostra lanosofia ben radicata. Di una tastiera non saprebbe che farsene.

Poi c’è il marito di Annette, tanti anni nei rifugi di montagna dove «le coperte erano proprio tutte così, come queste: lana un po’ cruda, ma calda e soprattutto resistente, eterna». Calore, e qualcosa che non sia effimero: tutto quel che cerca chi arriva lassù, dopo la fatica del sentiero.

Una piccola signora, mani nodose e una nuvola di capelli bianchi, si avvicina ai gomitoli e come mossa da un gesto istintivo, vi affonda le dita e gli occhi si perdono dietro chissà quali ricordi, quasi commossi, come se tornassero a casa. «La lana di una volta…». Ogni parola sarebbe di troppo, cerco di ascoltare la sua emozione. E la ringrazio.

E poi c’è Luca, appassionato frequentatore della valle, nessuna “storia di una volta” da raccontare, ma forse una nuova storia da scrivere attorno alla coperta che decide di regalarsi. «La compro per la baita in Val Vogna!». La conosco quella baita, è a Cà Vescovo, una manciata di casette lungo il sentiero della Val Vogna, che si animano la domenica grazie alla voglia di evasione da cui nessuno di noi è immune. Su una pietra ai piedi dell’ingresso c’è la data di costruzione: 1866. Scommetto che la baita ne ha già viste di coperte così. È probabile che le abbia persino viste nascere, giù nella stalla, alla luce di una candela, tra le mani di una donna che filava di sera. E non posso evitare di fantasticare che, presto, fuori da quella porta, passerà un gregge in discesa verso l’ovile caldo dell’inverno. Sarà proprio quello che ha donato il vello per la coperta di Luca? Mi piace immaginare che sia così e che, una volta ogni tanto, il prodotto di una terra ritorni a casa propria.

Tra tanti incontri, scambi e parole, la giornata è scivolata via. Carico in macchina le mie lane e le mie storie e punto in direzione casa: la valle in discesa, una fila di artigiani e di curiosi che si muove insieme a me, a farmi compagnia. Poi, all’improvviso, tutti fermi. Che succede? Che bello, la transumanza! (E qui, la penna di chi scrive, vorrebbe tanto trasformare la mandria di mucche in arrivo in un bel gregge di pecore, per donare alla storia un finale perfetto! Ma la penna, e la coscienza, si inchinano entrambe alla verità). Arrivano i pastori, in famiglia: bambini sorridenti sul dorso delle mucche, ragazzi che badano all’ordine con energia e con l’aiuto dei fedeli amici a quattro zampe, gli adulti, attenti, stanchi, appagati: in ogni ruga una stagione, in ogni passo la fatica di chi non molla. Il caldo sta per finire, i pascoli hanno donato la loro ricchezza, è tempo di rientrare. A voi, amici preziosi, buon ritorno a casa.

Cincin, Valentina!


19 settembre 2011

In questi giorni mi sto occupando del volantino per il Cincin Knitting, l’aperitivo di presentazione dei Knit Café che si terranno a partire dalla prossima settimana al Solletico Café di Biella, un locale che si trova in piazza San Giovanni Bosco e che non conoscevo. L. dice che è davvero carino, un bar tavola fredda equo-solidale dove già da un po’ alcune persone si incontrano per lavorare a maglia ogni tanto. Noi vorremmo farlo diventare un appuntamento settimanale. Mi affascina l’idea di bere uno spritz tra ferri e gomitoli.

V.

20 settembre 2011

Stamattina L.&L. mi hanno raccontato di com’è andata al Cheese festival di Bra. Sono molto soddisfatti e super eccitati, e io sono un po’ invidiosa. L. ha conosciuto tantissime persone, tra cui due studenti spagnoli che studiano lì a Bra e che vorrebbero venire a trovarci, una magliaia che le ha detto di avere trenta persone che lavorano da lei, una signora che ha visto una borsa in un negozio e ha deciso di copiarla… insomma non è stata zitta un momento! Io sono rimasta ad ascoltare, immaginando come dev’essere stato bello girare tra le bancarelle, parlare con la gente e mangiare formaggio tutto il giorno. Caschi il mondo, la prossima volta non me lo perdo.

V.

21 settembre 2011

Dato che oggi è il suo compleanno, L. si è regalata una giornata in montagna con la sua amica. Sono contenta per lei: ama camminare, non può proprio farne a meno… Io invece sono troppo pigra. Qui sul lavoro ho preso l’abitudine di uscire nella pausa pranzo, ma non certo per fare movimento! Mi prendo un buon libro e mi siedo sulla panchina davanti alla roggia, al sole, e me ne sto un po’ lì a rosolarmi e a perdermi nelle storie di qualcun altro. Oggi in particolare ne ho avuto bisogno: il signor L. mi ha chiesto di occuparmi del sito internet dell’azienda, di sistemare le cose che non vanno bene, correggere gli errori, inserire le immagini, insomma renderlo operativo. È un lavoro certosino, e io proprio tutta ’sta pazienza non ce l’ho. Ma man mano che ci provo, sbaglio, ci riprovo e finalmente ci riesco, il mio orgoglio ne trae beneficio. Per me è un lavoro del tutto inedito, ma spero di imparare in breve tempo. Mi entusiasma vedere il nuovo sito che prende forma!

V.

22 settembre 2011

Sono distrutta. Mi gira la testa e mi fumano le orecchie, ma ancora non ho finito. Tutta colpa del sito internet! In particolare delle sciarpe: erano organizzate per lunghezza, poi il nostro webmaster ha proposto di organizzarle per colore, e allora ho dovuto cambiare di nuovo tutto, riscrivere il nome, modificare le immagini… un lavoraccio! Ma non è finita qui. Il signor L. ha deciso (e non ha tutti i torti) che sarebbe molto meglio renderle tutte visibili, queste benedette sciarpe, in ogni colore e misura. Quindi ho dovuto ricominciare da capo per la terza volta, rinominando quelle che c’erano già, cambiando i prezzi e le immagini e creando nuovi spazi per tutta la marea di sciarpe che ancora non erano catalogate. Per carità, è un genere di lavoro che mi piace fare, ma a fine giornata mi ritrovo con il cervello fuso. Se continuo con questi ritmi domani riuscirò a portare a termine il sito, e sarà una vera soddisfazione.

V.

23 settembre 2011

Stasera ci sarà il Cincin Knitting e io avrei voluto andare con L. ad allestire la nostra “postazione”. Purtroppo, anche se si fanno programmi, molto spesso capitano degli imprevisti, e infatti le famose sciarpe di cui sopra mi hanno messo i bastoni tra le ruote. Terminata la catalogazione di ogni singolo capo, è stata la volta delle immagini. Il webmaster al telefono mi ha spiegato per bene come fare, e io ho fatto esattamente il contrario di quanto mi ha detto, infilando tutta una sfilza di dati nella cartella sbagliata. Mentre glielo dicevo, riuscivo quasi a vederlo mettersi le mani tra i capelli… poverino! Così sono dovuta restare al computer quasi fino alle sei e mezza. Ora scappo, ché ho ancora mille cose da fare prima di poter andare a knittare al Solletico!

V.

Vento di settembre

Lo conosciamo bene, il vento di settembre. Si presenta, prima timido e poi sempre più spavaldo, annunciando cambiamenti. Di stagione, di umore, di vita. Il vento di settembre ci ricorda che nulla dura per sempre se non si rinnova e che dove mancano il respiro, il soffio e quella che i greci chiamavano psyché, l’anima, la corruzione avanza inarrestabile.
C’era vento anche quando sono arrivate da noi Elisa, Lorenza e Letizia. Belle nella loro essenza di donne, concrete ma capaci di sognare, traboccanti di vita, esperienza, volontà di futuro, desiderio di ciò che è bello ma sa essere anche buono. A immortalare quella ventata fresca, queste righe, che ci ricordano come dopo ogni inverno sopraggiungano nuove primavere, a testimonianza del nostro essere immortali, eterni nelle nostre idee, nelle tracce che lasciamo, nell’entusiasmo che riusciamo a trasmettere.
Ve ne doniamo un soffio. Permettetegli di entrare come abbiamo fatto noi.

Buongiorno Emilio, Linda e Valentina, a voi e a tutti i volti e i nomi che sono racchiusi nella vostra bellissima Wool Box.
Sono Elisa, una delle ragazze che venerdì scorso sono venute a conoscervi. Per la precisione, sono la “gallinara” (ricordate le mie galline di stoffa, vero?, quelle con la carta di identità…), nonché mamma del piccolo Lorenzo, sei mesi e una valanga di energie.
Che dire? Nel viaggio di ritorno, con Letizia e Lorenza, l’adrenalina non smetteva di circolare… Il mondo che avevamo appena conosciuto era davvero “troppo”: troppo affascinante, troppo stimolante, troppo creativo… insomma, troppo per riuscire a contenerlo nella nostra spider. Abbiamo abbassato i finestrini, per dare sfogo ai polmoni e ai pensieri.
Incontrarvi è stata una vera iniezione di energia, di cui sentiamo costantemente il bisogno, perché l’ufficio, il lavoro, le pappe e i pannolini ci costringono a orizzonti a volte troppo limitati. Ma la fantasia e la voglia di fare non ci abbandonano mai, e i sogni sono necessari per non naufragare.
Mi è piaciuto tutto del vostro mondo, a partire da come avete “arredato” l’ufficio – se così si può chiamare quella meraviglia di stanza dove abbiamo chiacchierato – per proseguire con i velli sottovuoto pronti per la mostra, senza tralasciare la stanza-museo con un pezzo della nostra Italia raccontata attraverso le trame dei tessuti. Fino ad arrivare all’entusiasmo contagioso con cui fate tutto questo, agli incontri con tante belle persone, al cerchio che si chiude con il cuore rivolto al sociale. Bello, bello, bello! Come sempre, quando circola tanta energia positiva, non posso che sentirmi stimolata a fare, a partecipare, a condividere. Così sono qui a chiedermi: «Che cosa potrei fare io, in questa Wool Box?».
Partiamo da quello che mi piace, perché è sempre da lì che si deve cominciare. Mi diverto a giocare con le parole, mi piacciono le stoffe e i colori, e ho scoperto la creatività nel cucito attraverso una mucca lilla. Sono portata a ricercare il contatto con le persone, mi piace creare legami e amo il concetto di “rete”. Mi appassiona il riciclo come recupero e creazione di un nuovo senso, adoro stare ai fornelli, mi piace navigare, curiosare, scoprire. Mi rilassa leggere, mi piace chiacchierare quando c’è un senso e rimanere in silenzio quando un senso non c’è. Mi fa star bene il movimento, sono abituata a non fermarmi mai e mi rasserena sapere che c’è sempre strada da fare. Mi piacciono immensamente le mie donne del KnitCafè e l’energia che sono in grado di regalarmi. Mi conquista l’armonia delle forme, dei colori, dei materiali, e quella che le persone sanno regalarmi. Mi piace scrivere ma è bene che per ora finisca questo elenco, altrimenti voi finirete per stancarvi e io per perdere il bandolo della matassa (tanto per restare in tema…).
Tutto questo è frutto di un liceo sperimentale, di diciassette anni di banca durante i quali ho anche preso una laurea in Scienze dell’educazione (sono educatore professionale), di un paio d’anni di part-time per un secondo lavoro nel sociale, seguiti dall’addio al mondo della finanza in favore di un “cambio vita” in Africa, precisamente in Namibia (dove pensavo di trattenermi molto di più, ma che mi ha regalato, fra le altre cose, la scoperta della passione per il cucito – mucca e galline arrivano proprio da lì). E poi ci sono la produzione e la vendita nei mercatini delle mie creazioni, la collaborazione per un paio d’anni con ReMida a Biella, dove i colori, i tessuti, i filati e la fantasia prendono il volo, e last but not least… il mio piccolo Lorenzo.
In questo periodo inizia a tornare prepotente la voglia di fare, e occorre incanalarla per non perderla per strada. Ora, dopo questo “Chi sono e cosa mi piace”, che cosa posso fare per voi? Come posso – se posso – entrare nel vostro mondo?

Elisa

Cara Elisa, per noi hai già fatto molto: queste righe, insieme ai tuoi occhi, alla tua voce e al tuo entusiasmo, sono state la conferma che ci siamo indirizzati sulla buona strada. La tua freschezza irruente ci ha risvegliato, proprio come un vento che preannuncia il cambiamento.
La nostra porta è aperta e ti aspettiamo. Abbiamo già pronto un bel tavolo da lavoro da dividere con te.

Tasselli


Impeccabile nella sua eleganza sobria. Il tono della voce calmo, privo di asperità. Gli occhi profondi e spalancati sul futuro. È venuta a trovarci ritagliando per noi una porzione del suo tempo centellinato, equamente distribuito tra i lavori per la nuova sede, la gestione delle due unità distaccate, il recupero dei finanziamenti, l’organizzazione degli eventi e chissà quanto altro ancora.

Daniela è la vicepresidente della Lega Italiana Lotta Tumori di Biella. Conoscevamo la LILT e già avevamo intuito la smisurata portata della loro azione e della loro umanità, specie nell’hospice per i malati terminali, ma grazie a lei abbiamo avuto l’opportunità di approfondire nel dettaglio i molti progetti dell’ente sia nell’immediato sia sul medio e lungo periodo.

Quotidianamente siamo sottoposti a una miriade di sollecitazioni, più frequenti con l’approssimarsi delle ricorrenze, ognuna più che valida quando considerata singolarmente. E il rischio, spesso, è di bloccarsi, di non schierarsi, di rimanere in stallo senza riuscire a decidere. Non tanto per mancanza di ideali quanto per un eccesso di possibilità. Noi abbiamo deciso. Le risorse private, la gestione diretta, i profili del comitato direttivo e della consulta, il piglio grintoso di chi ha una missione alta che ha come soggetto l’uomo, ci hanno immediatamente proiettati in quella realtà, impazienti di poter aggiungere un ulteriore tassello virtuoso al nostro progetto aziendale.

Considerando l’incontro con la LILT quasi uno di quei miracoli che colpiscono chi si è smarrito lungo la via di Damasco, non abbiamo potuto fare a meno di aderire a quella che viene definita corporate e che, in sostanza, altro non è che un gruppo di imprese sostenitrici. Una vera consolazione per noi: abbinare alla nostra attività un progetto sociale di un così alto valore ci rasserena e regala nuove forze propulsive per affrontare i momenti di incertezza. Per sottolineare la concretezza dell’impegno, ci sembra giusto comunicare che oltre alla quota fissa di corporate devolveremo alla LILT, così come a ogni altro ente o associazione con cui avremo a che fare, una percentuale dei proventi delle vendite dei nostri prodotti ottenute attraverso i loro canali.

La LILT infatti non è l’unica associazione che abbiamo deciso di sostenere: è la prima con cui abbiamo siglato un accordo, ma abbiamo preso contatti con molte altre realtà. Vi faremo conoscere ogni nuovo tassello che man mano andrà ad aggiungersi a questo percorso ideale che si propone di creare un modo diverso di relazionarsi tra produttori e fruitori, basato sulla condivisione e sulla partecipazione. Un percorso che non avremmo neppure immaginato di sfiorare qualche mese fa, quando ci sembrava di aver completato, a tavolino, la filiera valoriale. Ogni incontro, invece, ci insegna che proprio quando pensiamo di aver concluso un percorso è il momento di doverne immaginare uno del tutto nuovo.

Allevatori, pascoli, ambiente, razze a rischio di estinzione, filiera corta, tradizione, impresa, gratuità, rispetto delle norme, sostegno del sociale, knitter, famiglia… per poi ritornare all’ambiente e riprendere il ciclo. Tutti tasselli virtuosi a cui aggiungerne altri senza prevederne la fine.