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20110818-133653.jpgTrent’anni fa a parlare di vino non ci si azzardava quasi. Storie da osteria, ubriacature sguaiate, pittoreschi avvinazzati cantati da Guccini. E poi lo scandalo del metanolo a dare il colpo di grazia al settore.
Per l’ennesima volta a sbloccare lo stallo è stata la necessità di superare un dramma collettivo. Attraverso la scoperta dei vitigni da parte del grande pubblico, il perfezionamento delle selezioni, la cura dei prodotti, le etichette, le degustazioni.
Una volta tanto ci piacerebbe che i cambiamenti non fossero conseguenza di tragedie (che peraltro non ci riesce d’immaginare in questo contesto) o strategie di manipolazione dei consumi studiate a tavolino da qualche multinazionale, quanto frutto di una maturità raggiunta. Di un desiderio di accrescere e approfondire la propria conoscenza, di appropriarsi di un prodotto ideale per il raggiungimento di un obiettivo valorialmente buono e importante per il futuro.
È possibile che, annusato il business, qualcuno provi a trasformare l’idea in una fonte di euro. Poco male, ci accontenteremo della paternità dell’intuizione. Emancipare la lana, specie quella da maglieria, dall’universo stereotipato del mondo delle massaie, delle nonnine, delle casalinghe, divulgando con dettagli valoriali un prodotto oggi il più delle volte anonimo o legato a bisogni e mode indotte (che dire del merino o del cachemire propinati in tutte le salse?).
Non dimentichiamoci che il mondo è pieno di fibre. Di sola lana in Europa si contano più di cinquecento tipi da razze autoctone differenti. Che dire di camelidi, yak e tanti altri? Tutte fibre degne, uniche, irripetibili. E poi allevatori, valori, tradizioni e culture da salvaguardare anche attraverso lo stimolo a continuare un’attività percepita in modo positivo dal consumatore e non relegata alla marginalità sociale.
È per questo motivo che abbiamo deciso di tracciare per ogni fibra una sorta di carta d’identità, che come per le etichette dei vini di migliore qualità, descriva origine, zona di provenienza, caratteristiche e miglior impiego del prodotto.
Siamo partiti con l’identificare e comunicare (sul retro di ciascuna confezione di lana) la razza della pecora, il pascolo dove è cresciuta, la data della tosa e le proprietà organolettiche del vello. Poi siamo passati a descrivere il filato, il tipo di lavorazione cui è stato sottoposto, le caratteristiche e applicazioni più idonee, i ferri più adatti per lavorarlo.
Ci è piaciuto moltissimo: abbiamo appreso una quantità straordinaria di informazioni che siamo pronti a trasmettere. Così, almeno nelle nostre intenzioni, la lana da fibra omogeneizzata – differenziata più per tipologia commerciale e colore che per qualità e caratteristiche intrinseche, di difficile comparazione se non a memoria di chi l’ha lavorata – potrà trasformarsi in un prodotto unico e fortemente connotato. Un prodotto la cui carta d’identità dia informazioni puntuali riguardo alle migliori finalità per i quali è stato progettato, senza trascurare chi ne ha resa possibile la disponibilità, allevatori in primis.

Sai da dove viene la tua lana?

Se un tempo i consumatori si accontentavano di conoscere le caratteristiche di un prodotto leggendo l’etichetta, oggi si dimostrano sempre più interessati anche alla storia di ciò che acquistano. Per questo la tracciabilità, ovvero la conoscenza di tutti gli anelli della catena che hanno portato al risultato finale, rappresenta un elemento fondamentale per attestare la qualità di un prodotto.

Quando si parla di lana, per garantire la tracciabilità non si possono usare mezzi termini o nascondersi dietro alle ambiguità che talvolta si insinuano nelle normative, nei marchi e nelle certificazioni. È indispensabile conoscere tutti gli attori coinvolti nel percorso di trasformazione della lana e verificare che i singoli passaggi del processo rispondano a determinati standard qualitativi:

  • un allevatore di cui si conoscano le razze trattate, i pascoli e la cura che dedica alle greggi, e con cui siano stati stabiliti accordi di lavorazione, dopo aver identificato l’impiego ideale della materia prima;
  • la qualità del vello sucido, di cui siano state stimate caratteristiche e rese;
  • un impianto di lavaggio e di cardatura selezionato e un nastro di pettinatura idoneo alle lavorazioni successive (filatura, tintoria, ritorcitura, aspatura);
  • il progetto del capo finito e il suo processo di lavorazione (per esempio, tessitura, maglieria e confezione), attribuito ad aziende in grado di valorizzare al meglio il prodotto;
  • un prodotto finale di cui sia garantita la produzione locale a chilometro zero, nel rispetto della sicurezza e della salute dei lavoratori, dell’ambiente e dell’etica del lavoro.

Poter tracciare ogni singolo passaggio della filiera di lavorazione consente di tutelare maggiormente i consumatori al momento dell’acquisto, ma anche di renderli più consapevoli del valore legato all’origine di ciò che comprano e di avvicinarli alle persone coinvolte nel processo di produzione, trasformazione e realizzazione di un prodotto.

La lana che vogliamo

La lana si adatta perfettamente ai nostri tempi: è una fibra naturale al 100%, ecosostenibile e rinnovabile, efficiente dal punto di vista energetico e biodegradabile. Un materiale antico ma al contempo altamente tecnologico, tutt’ora ineguagliato nonostante i continui tentativi di riprodurne artificialmente le qualità.

Ma c’è lana e lana.

Ogni tipo di vello non è mai identico a se stesso. La lana cambia ogni anno in relazione al clima, al pascolo, alla razza, al singolo animale e alla cura che l’allevatore dedica al suo gregge. Per questo al momento dell’acquisto è importante poter scegliere lana tracciabile, che consenta di conoscere tutte le fasi produttive, dalla pecora fino al consumatore finale. Una personalizzazione che tutela gli allevatori, fa crescere la consapevolezza dei consumatori e garantisce la qualità del prodotto. Inoltre, solo in questo modo è possibile dimostrare la conformità di un prodotto a standard etici e di ecosostenibilità.

In tutta Europa la lana oggi è in pericolo: la maggioranza delle pecore viene allevata solo per la carne e per il latte e la quota tessile diminuisce progressivamente a fronte di una produzione asiatica in continua crescita. Così, parte della produzione laniera corre il rischio di essere abbandonata, e con questa il popolo dei transumanti e i loro armenti.

L’utilizzo di lane autoctone rappresenta non solo un supporto per i produttori, ma anche un’azione di recupero di una risorsa tradizionale, la riscoperta di antichi saperi e un sostegno alla nascita di microeconomie all’interno dei contesti rurali.

Le lane tipiche, storicizzate, vanno a collocarsi in una fetta oggi non esistente di mercato sostenibile, non solo dal punto di vista economico ma anche in senso lato, visti i presupposti di ecologicità e tracciabilità della materia prima, della catena produttiva e quindi del prodotto finito.

Promuovendo azioni concrete a favore di allevatori e di razze ovine in via di estinzione e offrendo un supporto essenziale per contrastare la loro scomparsa, gli allevatori, i produttori, i trasformatori e i consumatori di lana possono diventare parte attiva di un ampio progetto di salvaguardia dell’ambiente e di coloro che lo abitano.