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Si fa presto a dire vello


L’interesse che avete mostrato per i contenuti tecnici ci spinge a continuare a parlare della nostra passione anche in termini operativi. Questo interesse all’approfondimento, che riteniamo fondamentale per costituire la base di un sapere profondo, ci fa pensare che siamo sulla buona strada.

Immaginiamo quindi di frequentare insieme un corso formativo elementare, indispensabile per il successivo perfezionamento, ovviamente dedicato alle sapienze manuali, quelle già proposte con successo nel 2011. Nell’arco di quest’anno le riconfermeremo, ampliandone le dimensioni e approfondendone i contenuti: knitting, felt, wawing, dyeng, design, fashion (per usare una terminologia aggiornata che ci metta in relazione con il resto del mondo).

Come alla scuola elementare s’insegna a tenere in mano la matita e a tracciare segni riconoscibili sul foglio, eccoci a trattare la base dei nostri lavori in lana: il vello. Non stupisca il fatto che, a fronte di una notevole quantità di manuali e testi scientifici sulle fibre e sulle singole lavorazioni industriali, ci si riduca a queste righe per focalizzare l’attenzione sul consueto, quello che tutti abbiamo sott’occhio e di cui, dandolo per scontato, sappiamo poco o nulla. Lasciamo i microscopi alle università, avviciniamoci alla pecora e, docilmente come lei stessa ci ha insegnato a fate, guardiamola e tocchiamole il vello. Chissà che quest’esplorazione non ci sia d’aiuto per apprezzarne maggiormente le peculiarità e per suggerire modalità più proficue di gestione delle tose.

La lana che la ricopre non è sicuramente uniforme né per lunghezza né per finezza, né per pulizia e tanto meno per colore. Se confrontassimo contemporaneamente pecore di razze diverse, ci accorgeremmo della differenza intima e sostanziale dei velli – colore, finezza, lunghezza, nervosità – ma apprezzeremmo il fatto che le disomogeneità di uno stesso vello si ripetono in modo pressoché identico su tutti, a seconda della loro posizione sul corpo dell’animale. In particolare la lana sul collo e sulle spalle risulta più fine e morbida, quella sulle parti posteriori più secca e gialla, quella sulla schiena più fragile, quella sulle cosce spessa e quella sulle gambe ruvida e ordinaria.

Un’osservazione banale e tuttavia chiarificatrice: anche su uno stesso animale la fibra non è identica e, di conseguenza, trattare tutto il vello indifferenziatamente significa solo penalizzare le parti più nobili e diminuirne il valore commerciale. Una volta comprese le differenze, è bene separare le parti in relazione all’uso che intendiamo farne, evitando per quanto possibile di operare divisioni troppo minute, ben consapevoli di quanto intendiamo realizzare: per esempio, una maglia da uomo o una coperta è bene che siano realizzate con fibre melangiate di qualità diversa, in modo da prevedere una buona uniformità del filato (e non restare senza proprio all’ultimo gomitolo).

A seconda delle dimensioni (variabili di razza in razza), si usa suddividere il vello in tre o quattro differenti qualità che, all’insegna della massima semplicità ed efficacia, riportiamo schematizzate qui sotto, laddove 1 indica la qualità “migliore” e 4 quella “peggiore” (ovviamente virgolettato, in quanto migliore e peggiore sono aggettivi relativi all’impiego e non assoluti).

Una volta separato il vello come sopra, dovrete decidere se lavarlo o no, dipende da quanto è sporco (e anche qui leggete un appunto sulle modalità di allevamento). In molti casi è bene procedere alla sola rimozione del vegetale e delle parti ricche di materia organica, in modo tale da mantenere sulla fibra il grasso di lana e la lanolina che potranno favorire le lavorazioni successive. In ogni caso ponetelo all’interno di federe in cotone, traspiranti ma chiuse, e segnate sopra ciascuna il contenuto: razza, data, allevamento, qualità. Ne potrete così fruire agevolmente quando ne avrete bisogno.

Un ultimo consiglio: le parti meno adatte a essere lavorate perché sporche, infeltrite, ingiallite, troppo ricche di materiale organico, potranno essere efficacemente impiegate nell’orto, mescolate a compost o concime. Della lana non si butta nulla.

Ancora un ringraziamento a Deborah Gray che ha raccolto sapientemente parte di queste informazioni nel suo prezioso testo Filare a mano: come creare bei filati

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Esse e zeta

Quando tra qualche anno guarderemo alle testimonianze che lasciamo giorno dopo giorno su queste pagine, confidiamo di ritrovarci tra le mani una sorta di manuale della lana, dei velli, delle lavorazioni e delle fonti di ispirazione.

Durante il suo workshop sulla filatura manuale Deborah Gray c’è stata di enorme aiuto per comprendere il significato della terminologia tecnica che caratterizza un filato, specie se realizzato a mano. Uno dei dubbi su cui ha fatto piena chiarezza è il significato di “torsione S” e “torsione Z”. Un filato viene realizzato unendo fra loro più fibre elementari, che stanno insieme conformemente alla loro natura, lunghezza, finezza e alle caratteristiche meccaniche che vengono loro impresse. Filando, infatti, le fibre vengono sottoposte a un movimento di “avvitamento”, che è inversamente proporzionale alla tendenza delle stesse a restare unite tra loro: in pratica, più le fibre manifestano la naturale tendenza a stare unite, minore è lo sforzo richiesto per ottenere tale risultato.

Prendendo in mano un filato e osservandolo attentamente, si pone subito una questione: da che parte avvitare le fibre? Queste infatti si possono avvolgere da sinistra in basso verso destra in alto (torsione Z), o viceversa da destra in basso verso sinistra in alto (torsione S).

Realizzando a mano un filato a un solo capo, si comprende immediatamente come questo non sia in equilibrio, ovvero tenda a ritorcersi su se stesso arricciandosi e stringendo ancora di più le fibre, condizione che lo rende, di fatto, inutilizzabile. È però affascinante scoprire che accoppiando tra loro due filati così instabili, a patto che lo siano allo stesso modo (S o Z), le forze “distruttive” si annullano dando origine a un nuovo filato che ha trovato un suo equilibrio perfetto perché torto esattamente con la metà della torsione del filo singolo. Così due filati disequilibrati di torsione Z si accoppiano fra loro generando un filato S in perfetto equilibrio (naturalmente vale anche il contrario) ciascuno cedendo metà della propria dote di torsione.

A questo punto non c’è limite alla fantasia e, compreso il meccanismo, si potranno accoppiare altri filati a patto che abbiano lo stesso verso di torsione. Per esempio sarà possibile realizzare un filato a tre capi, accoppiando due capi S (Z+Z) con uno a un solo capo di torsione S: insieme daranno origine a un filato Z. Semplice, vero? Provare per credere.

In conclusione, è facile osservare che dal punto di vista della stabilità del filato un buon prodotto sarà sempre ritorto e mai a un ply singolo. Solo in questo modo non tenderà a sciogliersi. Viceversa il filato a un solo ply tenderà a srotolarsi anche quando sarà già stato trasformato, per esempio in maglia, causando da subito lo “sbilanciamento” dell’intero capo finito, specie al primo lavaggio, quando le fibre tenderanno a rilassarsi.

Vi lasciamo con un ultimo suggerimento ricevuto dalla nostra maestra: «Quando archiviate un filato che avete realizzato a mano, indicate se è Z o S: così potrete abbinarlo correttamente a seconda che lo sposiate con un filato S o Z». A questo punto, via alla marcia nuziale e… buoni lavori.

Valentina l’ammaliatrice


14 novembre 2011

Sono arrivati gli arazzi di Marilena Terzuolo. È un momento magico, perché finalmente ho la possibilità di vedere con i miei occhi i lavori di quest’artista, che crea le sue opere con telai a mano. La particolarità di questi arazzi è che, oltre a essere tutti diversi tra loro, spesso all’interno della stessa creazione non c’è un passaggio identico all’altro. Come per esempio Alba: realizzato in lana sarda e cotone e tinto con colori naturali, le sue minute lavorazioni in rilievo rendono unica ogni passata, e se ci si mette a controllare bene ci si accorge che spesso i disegni sembrano ripetersi, ma non sono mai, mai identici. È affascinante. Presto saranno tutti sul sito e non vedo l’ora di averli tra le mani, per conoscere ogni piccola differenza e tecnica di lavorazione utilizzata, anche se devo ammettere che i miei ricordi di tessitura sono un po’ sfocati…

V.

15 novembre 2011

La giornata di oggi è stata quasi interamente dedicata a spulciare gli arazzi uno per uno, per etichettarli e descriverli. Misurarli, numerarli, associare il numero alla descrizione fornitaci da Marilena è un’ottima occasione per capire come vengono create queste opere. Il telaio a mano moderno è diverso nella struttura e nell’utilizzo rispetto a quello industriale utilizzato un tempo nelle fabbriche, è più piccolo e leggero. Ma rimane un’arte il saperlo utilizzare. Chiunque può mettersi a telaio, se gli viene spiegato come si usa, e imparare a far passare la navetta della trama, battere il pettine, cambiare la disposizione dei licci dove passano i fili in ordito e così via. La vera magia sta nell’inventare passaggi nuovi, sperimentare, provare, e se non va bene disfare e provare ancora fino a trovare la quadra che permette di realizzare un capo unico. Ciò che più mi ha meravigliato dei lavori di Marilena è stata l’armonia con cui è riuscita a includere nelle sue opere materiali diversi, come succede nel piccolo Pryntyll, in cui si incontrano lana azzurra, juta, un nastro di seta azzurro, alcuni bastoncini di cannella e un ramo levigato dall’acqua di mare che Marilena ha trovato sulla spiaggia.

V.

17 novembre 2011

Nonostante le mille cose che sempre succedono qui tra l’esposizione, l’ufficio e i nostri molteplici ospiti, il torpore che s’impossessa di me nei mesi invernali a volte sembra prendere il sopravvento: lo sguardo perso nel nulla, la mente svuotata da ogni pensiero, nemmeno avessi raggiunto la pace dei sensi. Mi riprendo di solito mentre il signor L. mi sta dicendo o chiedendo qualcosa, ma puntualmente mi sono persa la parte iniziale della domanda. Che figure! Eppure è così, e mi accorgo che perdo la concezione del tempo, dimentico che giorno è, che ore sono, cosa devo fare… Non per noia, sia ben chiaro: qui non potrei annoiarmi neanche se volessi. Ci sono talmente tante cose da fare, persone da conoscere, nuovi prodotti da catalogare, che mi mancherebbe proprio il tempo materiale per farlo, e per fortuna! Ma è una questione stagionale, non ci posso fare nulla.

V.

18 novembre 2011

Direttamente dalla Scozia, oggi è arrivata la nostra insegnante di filatura, Deborah Gray. Il suo modo di fare dolce e materno mette subito a proprio agio, e il suo italiano praticamente perfetto è stato una sorpresa per me. So bene quanto la nostra lingua sia difficile da imparare per uno straniero, specie per chi parla inglese, perché la grammatica complessa e le nostre moltissime parole mettono in confusione. Addirittura ci sono italiani che non sanno parlare correttamente la loro lingua! È stato per me motivo di orgoglio vedere l’impegno di Deborah nel pronunciare correttamente termini difficili e specifici. Ma la cosa divertente è che, da quando è arrivata, il nostro ufficio si è riempito di filarini e di parole. Poi abbiamo portato il materiale per il corso nel nostro magazzino, e Deborah si è messa a controllare che fosse tutto a posto, accorgendosi che le mancava un po’ di olio per gli ingranaggi dei filarini. Ma nessuno qui ne aveva, nemmeno olio da cucina. Allora la sottoscritta, armata di fascino femminile e occhioni da cerbiatta, sono partita per la mia personale missione. La mia meta: il meccanico a duecento metri da noi che, ammaliato dal mio charme, mi ha concesso di portare via mezzo bicchiere di plastica di olio da motore. Romantico, vero? Sembrava un fumetto mentre si grattava la testa con aria interrogativa, chiedendosi perché mai una ragazza avesse bisogno di mezzo bicchiere di olio esausto… È anche per questo motivo che adoro il mio lavoro: c’è sempre qualcosa di divertente da fare!

V.

Filatura con Deborah Gray: last calling

Arrivals di Malpensa. Una valigiona a rotelle stracolma di fusi e filarini. E un largo sorriso che parte dagli occhi e arriva fino alle mani. Equipaggiata del suo entusiasmo contagioso, c’è mancato poco che Deborah Gray tenesse lì la sua prima lezione di filatura, incurante della stanchezza per quel viaggio iniziato al mattino presto nel cuore della Scozia. Solare ed esuberante, basta starle vicino per immaginarsi subito intenti a pedalare e a sgranare tra le dita un interminabile filo di Penelope.

Donna mite e materna, accanto a Deborah tutto sembra più facile: proprio come dando la mano alla mamma ci si sente tranquilli, la sua presenza induce alla calma, e non serve dire quanto ce ne sia bisogno di questi tempi. Anche il suo italiano, condito da un buffo accento d’oltremanica, costituisce un accessorio in sintonia con l’atmosfera di The Wool School. Proprio perché non è la sua prima lingua, la nostra amica ha imparato a soppesare sapientemente le parole e a formulare ogni frase con precisione, sia nel rigore formale sia nel contenuto.

Per l’appuntamento di sabato e domenica è già tutto pronto. Il magazzino trabocca di lane biellesi, d’Abruzzo, fini, ordinarie, chiare e morettate. Alcuni velli interi attendono solo di essere trasformati in filo, lo stesso che in seguito sarà usato per realizzare un maglione, un copricapo, un paio di guanti o semplicemente per formare un gomitolo di cui andare orgogliosi. Ora non ci resta che godere del piacere della filatura: per chi non lo avesse ancora fatto, c’è ancora la possibilità di mettere mano al fuso e di avere la fortuna di conoscere personalmente questa straordinaria donna del Nord.

Elisa* intervista Deborah Gray


Questa volta il filo di lana ci porta da Deborah Gray, inglese d’origine e scozzese d’adozione, filatrice di lunga data con una grande passione per tutte le arti manuali, tanto da poter essere definita un’artista a tutto tondo.

Buongiorno, Deborah. Cominciamo dalle origini: grazie alle donne della tua famiglia fin da bambina hai vissuto immersa in un mondo di fili e filati. Si può dire che le tue passioni siano nate proprio allora?

Senza dubbio. Sono cresciuta con mia madre e mia nonna, sarte e magliaie esperte. Uno dei miei primi ricordi è legato proprio alla nonna che mi racconta la storia della coperta stesa sul mio letto. Era formata da tanti quadrati di maglia diversi, ognuno ricavato da lavori ai ferri che lei stessa aveva confezionato per tutta la famiglia e che erano stati poi riciclati in questo modo. Ogni riquadro aveva una storia, che io ascoltavo affascinata. C’erano addirittura ritagli di vecchi vestiti risalenti al periodo della guerra. Poiché ero l’unica bambina in una casa tutta di donne ero senz’altro più “esposta” di altri miei coetanei ai lavori manuali. A tutte le ragazze della generazione di mia madre venivano insegnati i rudimenti di maglia e cucito fin dalla tenera età, e ci si aspettava che diventassero abili sarte e magliaie. Mia madre mi raccontava che durante la guerra lei e le sue compagne di classe confezionavano calze ai ferri per i marinai. Da lei ho ereditato il bisogno di avere sempre le mani occupate. Posso dire che la tradizione della mia famiglia sia riassunta dal detto «Il diavolo fa lavori per mani pigre»: se a casa nostra te ne stavi senza far niente, qualcuno ti trovava immediatamente un lavoro, quindi era sempre bene essere occupati in un’attività di propria scelta! Eppure sono stata sul punto di abbandonare per sempre il lavoro a maglia all’età di sette anni, quando la mia classe ricevette l’incarico di confezionare strofinacci bianchi di cotone: riuscite a immaginare qualcosa di più noioso da lavorare ai ferri? Per dieci anni non volli più saperne di ferri e filati, ma in compenso iniziai a confezionare abiti, prima per le mie bambole e poi per me. Con il tempo iniziai a cucire gonne, giacche e camicette per le amiche in cambio di tagli di stoffa che poi usavo per le mie creazioni. Fu un coloratissimo maglione confezionato con la tecnica fair-isle che mi fece riprendere in mano i ferri: decisa a rifarlo, con l’aiuto di mia madre arrivai alla fine del progetto, anche se probabilmente la qualità del lavoro lasciava assai a desiderare. Da allora, mi capita raramente di non avere un lavoro iniziato sui ferri. Mia mamma e mia nonna, però, non hanno mai filato, finché io stessa non l’ho insegnato loro negli anni Ottanta.

Prima di approdare al fuso hai quindi sperimentato altre attività manuali come la maglia e il cucito: cosa ti ha dato la filatura che non hai trovato altrove?

Quando ho provato a filare per la prima volta, alla fine degli anni Settanta, mi sembrava di trovarvi un legame naturale con il lavoro a maglia e le altre attività creative che avevo sempre fatto (il macramé era assai popolare all’epoca, così come il crochet), senza considerare la crescita di movimenti culturali basati sui concetti di ritorno alla natura e autosufficienza. Anche il denaro era un fattore da considerare: ero una studentessa con pochi spiccioli in tasca e avevo saputo che al prezzo di due o tre gomitoli avrei potuto comprare un vello intero, sufficiente per confezionarmi almeno un paio di capi d’abbigliamento. Ma l’aspetto che più mi affascinava era la possibilità di prendere qualcosa allo stato grezzo, come un vello, e attraverso il solo uso delle mie mani e di pochi strumenti, riuscire a ottenere una grande varietà di filati da trasformare a loro volta in vestiti, accessori e in un’infinita gamma di oggetti decorativi e funzionali. Appena preso tra le mani il primo fuso, precario e barcollante, sentii dentro di me il desiderio di imparare di più e fare meglio. Trovai un’insegnante e provai un filatoio a ruota: la passione era nata!

Questa passione per la filatura è legata all’utilizzo diretto dei filati che produci?

Si, io vedo il filato come qualcosa da utilizzare per creare qualcos’altro, non come un punto d’arrivo. Proprio per questo, per me, deve essere funzionale e adatto allo scopo. Dal primo momento in cui maneggio il materiale grezzo, che sia un vello, un bozzolo di seta o un’altra fibra anche parzialmente lavorata, inizio a pensare a ciò che vorrei creare con il filo che otterrò e a come preparare e lavorare le fibre in modo da evidenziarne le caratteristiche migliori. Allo stesso modo, se ho in mente un progetto particolare scelgo con cura le fibre da usare ed eventualmente mischiare, per creare il filato più adatto. Attualmente uso i miei filati soprattutto per lavori a maglia, su schemi disegnati da me, o talvolta per decorare lavori in feltro. Il mio telaio è momentaneamente smantellato perché non ho abbastanza spazio in casa, quindi da alcuni anni purtroppo non ho modo di tessere i miei filati.

Fra i diversi materiali che hai sperimentato, qual è quello con cui preferisci lavorare?

Mi piace sperimentare tutte le fibre che mi capita di avere tra le mani. Quando insegnavo fisiologia agli studenti di veterinaria ero solita recuperare fibre durante le visite che facevamo allo zoo di Edimburgo: mi è capitato anche di raccogliere materiale pettinando i cammelli dello zoo con un rastrello da giardino! Il mio esperimento più recente è stata la filatura della peluria di scoiattolo trovata sotto un albero, al parco (risultato: un filato inconsistente, difficile da lavorare per via delle fibre troppo corte e viscide). La seta è molto bella da vedere e da toccare, ma se filata partendo dal top risulta troppo molle per essere lavorata a maglia. Diversa è la filatura partendo dal bozzolo: i successivi lavori a maglia hanno una texture migliore, anche se prediligo la filatura mista di seta con lana o cashmere. Ma il mio materiale preferito resta in assoluto la lana: è perfetta in termini di resistenza, isolamento termico e vestibilità, e con una gamma così ampia di razze ovine si possono ottenere fibre adatte praticamente per tutti gli scopi. Le mia preferita è la pura lana Shetland, proveniente dall’omonima razza: al tocco risulta “viva” – caratteristica che manca anche ad alcune delle lane più belle, come la merino – e ha una gamma di magnifici colori naturali. Può essere abbastanza sottile per creare i famosi scialli traforati delle isole Shetland (uno scialle di un metro lavorato ai ferri, che può passare attraverso la fede nuziale di una donna) e allo stesso tempo abbastanza robusta per poter lavorare maglioni, giacche e coperte. Ricordiamo, in ogni caso, che ovunque decidiamo di rifornirci per la nostra materia prima, optare per le fibre naturali, specialmente da fonti conosciute, significa scegliere di aiutare i piccoli allevatori e la microeconomia delle comunità rurali.

La filatura non è l’unica attività di cui ti occupi: si tratta di bisogno di alternare o piuttosto è la curiosità di sperimentare materiali e tecniche diversi?

Attività come la tintura derivano spontaneamente dalla filatura. Mi piace usare soprattutto tinture naturali, derivanti da piante raccolte in giro o cresciute direttamente nel mio giardino. Quest’estate ho sperimentato il mix di tinture vegetali e luce solare (uno dei vantaggi di vivere così a nord è proprio quello di avere giornate molto lunghe durante l’estate), e ho avuto buoni risultati sia con i fiori sia con le bacche, ma ammetto che mi piacciono molto anche alcuni degli effetti che si possono ottenere soltanto tramite l’utilizzo di tinture sintetiche. Il feltro è un’altra compagnia naturale della tessitura. Le tecnica di infeltrimento ad aghi è adatta per creare piccoli oggetti e per le decorazioni, ma non è il processo che prediligo. Mi soddisfa molto di più il procedimento ad acqua, per la possibilità di creare oggetti tridimensionali senza cuciture, come borse, pantofole o cappelli (che si possono usare come ciotole nel caso in cui si sbagli la misura!). Riuscire a portare quasi a termine un progetto in un’unica volta è agli antipodi dei lunghi tempi della filatura, del lavoro ai ferri o della tessitura, nonostante la tecnica del feltro ad acqua sia un lavoro fisicamente molto duro.
Uscendo dal mondo di fili e filati, mi piace anche lavorare il vetro. Sono stata sempre attratta dai colori e dalla struttura del vetro fatto a mano e mi piace la sfida di disegnare qualcosa che si possa realizzare semplicemente tagliando il vetro a mano. Le caratteristiche del materiale e della lavorazione sono molto diverse da quelle del mondo dei filati e richiedono un tipo di concentrazione particolare. La lavorazione manuale del vetro è un mestiere antico, anche se non quanto quello della filatura: entrambe mi regalano un senso di connessione con oggetti pieni di storia e con le persone che li hanno creati.

Sembra facile immaginare che l’attività della filatura lasci libera la mente: quando il filo corre tra le mani, dove volano i pensieri?

Ogni progetto va pianificato per bene a monte, ma la fase di preparazione in genere è ripetitiva e la mente ha subito modo di essere libera. Poi inizia il lavoro di filatura: inizialmente occorre concentrarsi per ottenere il giusto spessore e la giusta torsione del filo, ma appena trovato il ritmo inizia la fase rilassante, in cui i pensieri possono correre in tutte le direzioni. Oppure ci si può concentrare sul movimento e sul processo, escludendo tutti gli altri pensieri, proprio come in una sorta di meditazione. Le attività ritmiche e ripetitive, soprattutto quelle che richiedono la coordinazione mani-occhi (e piedi, nel caso di un filatoio a ruota), sono note per gli effetti benefici che hanno sul cervello, sulla pressione sanguigna e su tanti altri fattori fisici. Anche imparare qualcosa di nuovo è uno stimolo positivo, a qualsiasi età, e può addirittura ridurre o ritardare la demenza senile. I filatori sono sempre alle prese con tradizioni diverse, fibre o tecniche innovative, nuovi modi di usare il filato o quanto meno di porre rimedio agli errori: il nostro cervello dev’essere davvero in forma! Inoltre la filatura può essere anche un’attività da condividere socialmente. In Inghilterra esistono molti gruppi di filatura, più o meno formali, che si riuniscono periodicamente non solo per lavorare ma per imparare e socializzare. Sarebbe carino vedere anche in Italia qualche spin-café, accanto agli ormai numerosi knit-café.

All’attivo hai un sito, un libro fresco di stampa (Filare a mano: come creare bei filati, un manuale pratico in italiano), una nuova collaborazione con il sito Maglia e Uncinetto: come mai, secondo te, tanto interesse nei confronti dell’arte lenta della filatura?

Probabilmente una delle ragioni sta proprio nella lentezza. La filatura è un’attività di calma e creatività, grazie alla quale si può produrre qualcosa di bello e di utile. Un modo produttivo di rilassarsi che permette anche di riavvicinarsi alle origini degli oggetti che usiamo quotidianamente, lontano dalla produzione di massa e in direzione di creazioni uniche e sostenibili. La maggior parte delle persone a cui ho insegnato a filare negli ultimi 25 anni (quasi tutte donne) svolgevano già attività legate al mondo dei filati, come la tessitura o il lavoro ai ferri, ed erano interessate ad approfondire la conoscenza dei materiali oppure a recuperare una parte della storia familiare, come per esempio una generazione di nonni filatori. Ho anche insegnato ad alcuni uomini, in particolare a due ingegneri che erano però più interessati ai processi e ai macchinari che non ai filati prodotti.
Il libro che ho scritto nasce per venire in aiuto ai miei “studenti” italiani con un manuale pratico di filatura scritto nella loro lingua, visto che non sono riuscita a trovare niente del genere sul mercato. La stesura del testo ha richiesto davvero molto tempo, dato che non conosco perfettamente l’italiano, e mi sono poi trovata nella buffa situazione di doverla tradurre nella mia lingua madre su richiesta dei miei allievi inglesi.

Come mai tieni molti corsi in Italia? A prescindere dal tuo amore per il nostro paese, c’è una tradizione riguardante la tessitura che le persone vogliono recuperare?

Mi fa sempre molto piacere insegnare alle persone a filare, ovunque esse siano, ma certamente adoro insegnare in Italia! Mi offre l’opportunità di combinare due passioni: viaggiare nel vostro paese e trasmettere la mia conoscenza a persone che vogliono davvero imparare. Sto tentando di scoprire qualcosa di più sulla tradizione della filatura a mano in Italia, ma sembra esserci una sorta di interruzione nel tramandarne la conoscenza tra la generazione dei nonni e quella attuale. Sono in molti a essere interessati al recupero di questo antico sapere, ma sono poche le risorse locali in grado di insegnare: spero di riuscire a sopperire almeno in parte a questo bisogno. I miei corsi in Italia sono cominciati quasi per caso, quando in un famoso sito di knitting notai che molti italiani ponevano domande sulla filatura senza riuscire a ottenere risposte. In questo modo sono entrata in contatto con una persona volenterosa che mi ha aiutato a organizzare la prima sessione di prova a Firenze. Da allora ho tenuto sei corsi a Lucca, due in Sardegna, e i prossimi saranno quelli per The Whool School.

I corsi che proporrai sono due. Per chi sono pensati? Quali sono i contenuti?

Assieme agli organizzatori abbiamo pensato a due corsi diversi da proporre in un unico weekend: una giornata dedicata ai principianti (sabato 19 novembre) e una di approfondimento (domenica 20 novembre) dedicata a chi ha già qualche esperienza di filatura. Nel corso base si comincerà dai primi rudimenti partendo proprio da un vello grezzo. The Whool Box mi ha gentilmente inviato i campioni di quattro diversi velli e fra questi ho scelto quello che meglio si presta a essere filato a mano, la razza sambucana. Divideremo il vello secondo le diverse qualità della lana che lo compongono, per poi imparare i modi per prepararlo alla lavorazione. Analizzeremo anche altri tipi di fibre, come la seta, e impareremo a mischiarle ai colori prima della filatura. Nel pomeriggio si comincerà a filare usando dei fusi, producendo filati a un capo singolo e doppi. Affronteremo diversi argomenti tra cui il lavaggio dei filati e il fissaggio del filo ritorto. Per non perdere gli insegnamenti, metterò a disposizione le copie del mio libro che gli allievi potranno portare a casa, insieme alle matasse di filo che avranno prodotto.
Nella giornata dedicata agli esperti comincerò chiedendo se qualcuno ha argomenti particolari che desidera trattare (a questo proposito, invito a scrivermi una mail prima del corso, in modo da preparare approfondimenti e materiale, e sarebbe anche utile sapere se i corsisti porteranno i propri filatoi ed eventualmente di che tipo). Proveremo a creare e mischiare fibre nuove e tradizionali, conosceremo diverse tipologie di filati che ognuno avrà la possibilità di provare a creare. Discuteremo insieme su come ottenere lo spessore corretto e il numero di torsioni necessario per creare il filato adatto a ogni progetto, tutte tecniche che gli studenti potranno sperimentare sul campo. Gli strumenti che porterò con me saranno disponibili per la vendita e se necessario posso organizzare anche una spedizione per eventuale materiale ordinato durante i corsi.

Anche per te la domanda riservata alle nostre maestre: un libro che hai amato e che ci consiglieresti.

Tralasciando i manuali inerenti la filatura (i più interessanti sono ormai tutti fuori stampa!) ho una grande passione per i romanzi ambientati in Italia, proprio perché amo il vostro paese. In particolare ne ricordo uno, Miss Garnet’s Angel di Salley Vickers, ambientato in una splendida Venezia: amore e arte in una delle più belle città del mondo!