Archivi tag: filatura a mano

Esse e zeta

Quando tra qualche anno guarderemo alle testimonianze che lasciamo giorno dopo giorno su queste pagine, confidiamo di ritrovarci tra le mani una sorta di manuale della lana, dei velli, delle lavorazioni e delle fonti di ispirazione.

Durante il suo workshop sulla filatura manuale Deborah Gray c’è stata di enorme aiuto per comprendere il significato della terminologia tecnica che caratterizza un filato, specie se realizzato a mano. Uno dei dubbi su cui ha fatto piena chiarezza è il significato di “torsione S” e “torsione Z”. Un filato viene realizzato unendo fra loro più fibre elementari, che stanno insieme conformemente alla loro natura, lunghezza, finezza e alle caratteristiche meccaniche che vengono loro impresse. Filando, infatti, le fibre vengono sottoposte a un movimento di “avvitamento”, che è inversamente proporzionale alla tendenza delle stesse a restare unite tra loro: in pratica, più le fibre manifestano la naturale tendenza a stare unite, minore è lo sforzo richiesto per ottenere tale risultato.

Prendendo in mano un filato e osservandolo attentamente, si pone subito una questione: da che parte avvitare le fibre? Queste infatti si possono avvolgere da sinistra in basso verso destra in alto (torsione Z), o viceversa da destra in basso verso sinistra in alto (torsione S).

Realizzando a mano un filato a un solo capo, si comprende immediatamente come questo non sia in equilibrio, ovvero tenda a ritorcersi su se stesso arricciandosi e stringendo ancora di più le fibre, condizione che lo rende, di fatto, inutilizzabile. È però affascinante scoprire che accoppiando tra loro due filati così instabili, a patto che lo siano allo stesso modo (S o Z), le forze “distruttive” si annullano dando origine a un nuovo filato che ha trovato un suo equilibrio perfetto perché torto esattamente con la metà della torsione del filo singolo. Così due filati disequilibrati di torsione Z si accoppiano fra loro generando un filato S in perfetto equilibrio (naturalmente vale anche il contrario) ciascuno cedendo metà della propria dote di torsione.

A questo punto non c’è limite alla fantasia e, compreso il meccanismo, si potranno accoppiare altri filati a patto che abbiano lo stesso verso di torsione. Per esempio sarà possibile realizzare un filato a tre capi, accoppiando due capi S (Z+Z) con uno a un solo capo di torsione S: insieme daranno origine a un filato Z. Semplice, vero? Provare per credere.

In conclusione, è facile osservare che dal punto di vista della stabilità del filato un buon prodotto sarà sempre ritorto e mai a un ply singolo. Solo in questo modo non tenderà a sciogliersi. Viceversa il filato a un solo ply tenderà a srotolarsi anche quando sarà già stato trasformato, per esempio in maglia, causando da subito lo “sbilanciamento” dell’intero capo finito, specie al primo lavaggio, quando le fibre tenderanno a rilassarsi.

Vi lasciamo con un ultimo suggerimento ricevuto dalla nostra maestra: «Quando archiviate un filato che avete realizzato a mano, indicate se è Z o S: così potrete abbinarlo correttamente a seconda che lo sposiate con un filato S o Z». A questo punto, via alla marcia nuziale e… buoni lavori.

Valentina l’ammaliatrice


14 novembre 2011

Sono arrivati gli arazzi di Marilena Terzuolo. È un momento magico, perché finalmente ho la possibilità di vedere con i miei occhi i lavori di quest’artista, che crea le sue opere con telai a mano. La particolarità di questi arazzi è che, oltre a essere tutti diversi tra loro, spesso all’interno della stessa creazione non c’è un passaggio identico all’altro. Come per esempio Alba: realizzato in lana sarda e cotone e tinto con colori naturali, le sue minute lavorazioni in rilievo rendono unica ogni passata, e se ci si mette a controllare bene ci si accorge che spesso i disegni sembrano ripetersi, ma non sono mai, mai identici. È affascinante. Presto saranno tutti sul sito e non vedo l’ora di averli tra le mani, per conoscere ogni piccola differenza e tecnica di lavorazione utilizzata, anche se devo ammettere che i miei ricordi di tessitura sono un po’ sfocati…

V.

15 novembre 2011

La giornata di oggi è stata quasi interamente dedicata a spulciare gli arazzi uno per uno, per etichettarli e descriverli. Misurarli, numerarli, associare il numero alla descrizione fornitaci da Marilena è un’ottima occasione per capire come vengono create queste opere. Il telaio a mano moderno è diverso nella struttura e nell’utilizzo rispetto a quello industriale utilizzato un tempo nelle fabbriche, è più piccolo e leggero. Ma rimane un’arte il saperlo utilizzare. Chiunque può mettersi a telaio, se gli viene spiegato come si usa, e imparare a far passare la navetta della trama, battere il pettine, cambiare la disposizione dei licci dove passano i fili in ordito e così via. La vera magia sta nell’inventare passaggi nuovi, sperimentare, provare, e se non va bene disfare e provare ancora fino a trovare la quadra che permette di realizzare un capo unico. Ciò che più mi ha meravigliato dei lavori di Marilena è stata l’armonia con cui è riuscita a includere nelle sue opere materiali diversi, come succede nel piccolo Pryntyll, in cui si incontrano lana azzurra, juta, un nastro di seta azzurro, alcuni bastoncini di cannella e un ramo levigato dall’acqua di mare che Marilena ha trovato sulla spiaggia.

V.

17 novembre 2011

Nonostante le mille cose che sempre succedono qui tra l’esposizione, l’ufficio e i nostri molteplici ospiti, il torpore che s’impossessa di me nei mesi invernali a volte sembra prendere il sopravvento: lo sguardo perso nel nulla, la mente svuotata da ogni pensiero, nemmeno avessi raggiunto la pace dei sensi. Mi riprendo di solito mentre il signor L. mi sta dicendo o chiedendo qualcosa, ma puntualmente mi sono persa la parte iniziale della domanda. Che figure! Eppure è così, e mi accorgo che perdo la concezione del tempo, dimentico che giorno è, che ore sono, cosa devo fare… Non per noia, sia ben chiaro: qui non potrei annoiarmi neanche se volessi. Ci sono talmente tante cose da fare, persone da conoscere, nuovi prodotti da catalogare, che mi mancherebbe proprio il tempo materiale per farlo, e per fortuna! Ma è una questione stagionale, non ci posso fare nulla.

V.

18 novembre 2011

Direttamente dalla Scozia, oggi è arrivata la nostra insegnante di filatura, Deborah Gray. Il suo modo di fare dolce e materno mette subito a proprio agio, e il suo italiano praticamente perfetto è stato una sorpresa per me. So bene quanto la nostra lingua sia difficile da imparare per uno straniero, specie per chi parla inglese, perché la grammatica complessa e le nostre moltissime parole mettono in confusione. Addirittura ci sono italiani che non sanno parlare correttamente la loro lingua! È stato per me motivo di orgoglio vedere l’impegno di Deborah nel pronunciare correttamente termini difficili e specifici. Ma la cosa divertente è che, da quando è arrivata, il nostro ufficio si è riempito di filarini e di parole. Poi abbiamo portato il materiale per il corso nel nostro magazzino, e Deborah si è messa a controllare che fosse tutto a posto, accorgendosi che le mancava un po’ di olio per gli ingranaggi dei filarini. Ma nessuno qui ne aveva, nemmeno olio da cucina. Allora la sottoscritta, armata di fascino femminile e occhioni da cerbiatta, sono partita per la mia personale missione. La mia meta: il meccanico a duecento metri da noi che, ammaliato dal mio charme, mi ha concesso di portare via mezzo bicchiere di plastica di olio da motore. Romantico, vero? Sembrava un fumetto mentre si grattava la testa con aria interrogativa, chiedendosi perché mai una ragazza avesse bisogno di mezzo bicchiere di olio esausto… È anche per questo motivo che adoro il mio lavoro: c’è sempre qualcosa di divertente da fare!

V.

Filatura con Deborah Gray: last calling

Arrivals di Malpensa. Una valigiona a rotelle stracolma di fusi e filarini. E un largo sorriso che parte dagli occhi e arriva fino alle mani. Equipaggiata del suo entusiasmo contagioso, c’è mancato poco che Deborah Gray tenesse lì la sua prima lezione di filatura, incurante della stanchezza per quel viaggio iniziato al mattino presto nel cuore della Scozia. Solare ed esuberante, basta starle vicino per immaginarsi subito intenti a pedalare e a sgranare tra le dita un interminabile filo di Penelope.

Donna mite e materna, accanto a Deborah tutto sembra più facile: proprio come dando la mano alla mamma ci si sente tranquilli, la sua presenza induce alla calma, e non serve dire quanto ce ne sia bisogno di questi tempi. Anche il suo italiano, condito da un buffo accento d’oltremanica, costituisce un accessorio in sintonia con l’atmosfera di The Wool School. Proprio perché non è la sua prima lingua, la nostra amica ha imparato a soppesare sapientemente le parole e a formulare ogni frase con precisione, sia nel rigore formale sia nel contenuto.

Per l’appuntamento di sabato e domenica è già tutto pronto. Il magazzino trabocca di lane biellesi, d’Abruzzo, fini, ordinarie, chiare e morettate. Alcuni velli interi attendono solo di essere trasformati in filo, lo stesso che in seguito sarà usato per realizzare un maglione, un copricapo, un paio di guanti o semplicemente per formare un gomitolo di cui andare orgogliosi. Ora non ci resta che godere del piacere della filatura: per chi non lo avesse ancora fatto, c’è ancora la possibilità di mettere mano al fuso e di avere la fortuna di conoscere personalmente questa straordinaria donna del Nord.

Continuano i corsi The Wool School: iscrizioni aperte

The Wool School

Emma, Marilena, Graziana, Deborah, Agostina e Helene.
Da Torino, Asti, Salerno, Perthshire, Verona e Reykjavik.
Donne. Maestre. Ognuna straordinaria nella sua arte.
Saranno con noi – da noi – a partire dal 22 ottobre e ci accompagneranno fino a Natale. Ci condurranno per mano in un percorso, mettendo a nostra disposizione presenza, esperienza e saperi.

Emma, elegante, competente e precisa, ci insegnerà a leggere e a scrivere pattern di lavori a maglia. Nel corso dei primi incontri parlerà di scialli: ce li farà vedere, toccare e ci spiegherà come leggerli, tradurli e realizzarli. Poi, poco prima di Natale, allo stesso modo ci guiderà nel mondo dei cardigan.

Marilena, una donna mistica che trasforma in sculture le sue trame, ci insegnerà a passare la spola tra i fili d’ordito fino a scorgere il profilo di un arazzo. Ci aiuterà a decifrare le basi di quest’arte, mettendoci in grado di comprendere la tecnica e la sapienza racchiuse in un manufatto che si trasforma in arte.

Graziana, con la sua pluriennale esperienza di ricercatrice universitaria nel campo delle tinture naturali, in particolare vegetali, nonché in veste di presidente dell’associazione “I colori del Mediterraneo”, a novembre ci regalerà il sole e il calore del Cilento e della gente che lo abita. Un assaggio della scuola tintoriale partenopea, che nel Settecento costituiva l’avanguardia internazionale in materia.

Deborah, vivace scozzese innamorata della nostra penisola, ci mostrerà com’è possibile filare a mano il sucido per trarne la magia precisa e certosina di un filo unico e irripetibile. Per il suo laboratorio abbiamo selezionato due velli nazionali preziosissimi, uno dei quali non avrà nemmeno bisogno di essere tinto, perché già scuro.

Agostina, con la sua forza e la sua energia, ci introdurrà in un percorso di feltratura a partire da lane sucide. Conoscerla, ammirare le sue creazioni, vederla all’opera e lavorare insieme a lei sarà un’esperienza da ricordare, fisica eppure fortemente concettuale.

Helene, francese innamorata dei paralleli artici che di tanto in tanto scende a maggiori mitezze, ci porterà dall’Islanda i colori di quella terra, effimeri nelle tinte sgargianti e costanti nei toni invernali.

Per soddisfare le esigenze, che captiamo sempre più frequentemente, di chi desidera abbracciare nuovi saperi, culture e tecniche e approfondire la conoscenza del mondo e degli altri, abbiamo organizzato una serie di incontri di alto livello per permettere a chiunque di arricchire le proprie conoscenze attingendo alle migliori fonti disponibili. La filosofia dei laboratori si articola in pochi semplici punti:

  1. Fonti autorevoli. Ospitiamo solo insegnanti riconosciuti, il cui spirito vibra in sintonia con la nostra lanosofia.
  2. Accessibilità. I corsi sono democraticamente aperti anche agli “uditori”, ossia coloro che per questioni di tempo, impegni, disponibilità, non potranno essere allievi regolari a tutti gli effetti. Anche se non prenderanno parte attiva alle lezioni, potranno respirare l’atmosfera dei seminari e arricchire il proprio bagaglio di conoscenza.
  3. Livello superiore. Intendiamo porre in atto il nostro proposito di elevare gli standard qualitativi nel campo delle attività manuali, tentando di spostare in alto l’asticella della qualità e della sua comprensione.

Inutile dirlo, ma le adesioni ai seminari sono a numero chiuso. Limitare le iscrizioni è l’unico modo per permettere alle insegnanti di seguire ogni partecipante in modo puntuale. Per informazioni su date, costi e programmi, scriveteci all’indirizzo info@thewoolbox.it.

Tempi orizzontali

  

Viviamo tempi orizzontali, in cui si è persa la tensione verso l’alto, verso il cielo. Alle cupole e alle torri si preferiscono le spianate dei centri commerciali o di quei parchi giochi per adulti chiamati outlet, dove alla ricerca di gesti sapienti, lenti e preziosi si è sostituito il bisogno di avere sempre a portata di mano la grossolanità dozzinale del “made in somewhere” a basso prezzo (e generalmente di ancor più ridotto valore). Ci lasciamo consumare dall’ansia di consumare e perdiamo sempre di più la capacità di leggere e comprendere i fenomeni, la passione per il particolare, il gusto del dettaglio, la tensione al perfezionamento e quindi al futuro. Proprio ieri Rossana, una nostra amica stilista, tra l’arrabbiato e il deluso si lamentava del fatto che le sue creazioni vengano percepite come troppo eleganti. «Non lo sono affatto, si tratta di capi da giorno. Il problema è che a forza di jeans e magliette le donne oggi non sanno più riconoscere un abito elegante neppure quando hanno la fortuna di poterne godere».

Prendiamo atto con amarezza che, a causa di questa confusione, si è persa almeno una generazione di knitters, fagocitata dai meccanismi alienanti di impresa, ufficio, impegni, il più delle volte inutili ma indispensabili a mantenerci in perpetua rotazione o, se vogliamo, “on spinning” (proprio quello che, non abbastanza esausti, ci precipitiamo a fare in palestra alla fine del lavoro). Incontrare una cinquantenne in grado di lavorare a maglia o di leggere uno schema oggi è una vera rarità. Non importa se lo sferruzzare viene sempre più caldeggiato per contrastare lo stress e le depressioni, e per riappropriarsi di valori come ritmo, pazienza, misura. Sono concetti a cui siamo ormai disabituati, e parole come studio, applicazione e metodo stanno rapidamente scomparendo dal nostro vocabolario.

In questo scenario, ci sembra che il “prestigio” assegnato dal senso comune a un prodotto o a un manufatto abbia un’importanza relativa. Nell’arte spesso non sono i “contenuti” di un’opera ad avere valore intrinseco, proprio perché legati a vicende, contesti e gusti mutevoli, ma sono le forme, con la progettualità e la creatività che sottendono, a essere immutabili ed eterne.

«Gli dei di Omero sono morti da un pezzo, ma è rimasta l’Iliade». Rileggendo le Metamorfosi di Ovidio e godendo dello stupore di un passo che ci descrive come una razza dura, abituata alle fatiche perché nata dalle pietre scagliate da Pirra e Deucalione dopo il diluvio universale, ci siamo lasciati tentare da un’idea: perché non progettare e proporre dei corsi di “scrittura” dei modelli a maglia, contattando esperti d’eccezione in grado di insegnarci passo dopo passo, prendendoci per mano, come fermare sulla carta le nostre idee più creative? Tutti, anche i più esperti tra noi, sentiamo il bisogno di imparare di nuovo a leggere e a scrivere, e di farlo con la giusta lentezza, senza pressioni o ansie da prestazione. Solo riscoprendo i fondamentali saremo in grado di vivere con consapevolezza e in profondità il presente e di eternare ciò che siamo proiettandoci verso il futuro.

È questo il progetto a cui stiamo lavorando per completare il calendario autunnale. Con lo stesso spirito passeremo poi alla filatura a mano, alla tintura naturale, alla lavorazione del feltro, alla realizzazione di manufatti a maglia e all’uncinetto e molto altro ancora. Rispettando i ritmi necessari, ritroveremo il tempo e il piacere di guardare di nuovo verso cielo, aggiungendovi magari qualche nostra personale stella.

Lana in festa

Impossibile resistere al ritmo dei 9/8. Lo scorso weekend oltre 6000 visitatori si sono messi in coda per partecipare alla Wool Fest di Cockermouth, una delle più importanti fiere del settore laniero della Gran Bretagna. Due giorni di festa accompagnata da musica e balli popolari, con più di un centinaio di espositori.

A dire il vero, parlare di “espositori” ci sembra riduttivo: bisognerebbe coniare un termine più appropriato che renda la passione per la materia molto più che per il profitto di chi offriva le proprie originali produzioni: lana sucida, lavata, filata a mano, tinta a mano, con principi vegetali, in bottiglia, a freddo, bollita, passata al microonde. Molti impegnati a tessere al telaio, a sferruzzare, a lavorare il feltro. E poi intagliatori di bottoni in pietra, in legno e in ceramica. Non mancavano gli artisti, i creatori di pupazzi per bambini, i disegnatori a china e a pastello, gli stampatori di tessuti, gli annodatori di tappeti, i librai specializzati con libri recenti e pubblicazioni d’antan.

A Cockermouth i visitatori hanno potuto trovare tutto ciò che normalmente esula dai circuiti commerciali classici o evoluti e ne hanno approfittato. Tutti sono usciti con borse piene di prodotti, ognuno a suo modo prezioso e comunque introvabile. Anche noi non siamo stati da meno e, oltre alla borsa, ci siamo riempiti gli occhi, il cuore e la mente delle sensazioni e dell’atmosfera che si respirava lassù sul 55° parallelo.

E, consentitecelo, il bello è che non abbiamo trovato nemmeno una persona spocchiosa. Nessun maestro o benevolo dispensatore di saggezza centellinata: da chi ha parcheggiato la sua Jaguar o il Range Rover a chi ha raggiunto il festival a piedi dopo aver trascorso la notte in tenda, tutti erano accomunati da un’unica grande passione, quella per la lana e per la conoscenza della filiera che l’ha preceduta.

Crediamo sia questo il valore aggiunto della manifestazione: l’approccio al tema. Non più tardi di una settimana fa ci era stato chiesto un parere sullo scarso successo in termini di pubblico a una manifestazione a nostro giudizio straordinaria che aveva in oggetto gli stessi argomenti. Al di là del numero ridotto di espositori, il discrimine è stato l’approccio troppo enfatico dato sia dagli organizzatori sia dagli espositori ad attività che comunque appartengono alla tradizione e non alla punta avanzata del pensiero o dell’originalità artistica. In buona sostanza, quello che ci sembra di cogliere in Italia è una tendenza a sradicare la lana dal proprio contesto popolare, elevandola a un livello di manifestazione artistica o artigianalità evoluta, o persino di disciplina scientifica che, di fatto, ha come effetto il raffreddamento e l’allontanamento del grande pubblico. Pare di cogliere, in molte realtà nazionali, una sorta di profonda barriera tra il detentore di un sapere e il neofita, un confine che scoraggia i tentativi dei più timidi.

Come direbbe il fondatore del consorzio Biella The Wool Company, «non c’è nulla di più popolare della lana». Sono più di diecimila anni che conosciamo e lavoriamo questo materiale: non c’è nulla da inventare. Semmai c’è molto da riscoprire e rielaborare, fruendo degli strumenti di cui siamo oggi in possesso. Siamo chiamati a fare un passo indietro per farne due in avanti. Crediamo che anche questa sia cultura. Popolare, certo, ma comunque cultura, e ci piace molto pensare che possa essere mutuata e adattata anche alle nostre latitudini.

Ancora ebbri di pioggia, vento e passione, ci sentiamo in dovere di dichiarare il nostro entusiasmo per aver preso parte a una vera e propria manifestazione di orgoglio per un prodotto popolare che ha ancora tanto da dare. Basta solo fermarsi e lasciarlo parlare anziché coprirlo con i nostri belati. Vi lasciamo al sito della Wool Fest, anticipandovi che stiamo pensando a un concorso per i lettori del blog. Che ne direste se il premio fosse una due giorni a Cockermouth il prossimo anno?