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Il Natale di The Wool Box


Anche quest’anno ce lo siamo perso. Quante occasioni avremo ancora, non tanto per rimediare quanto per godere appieno dell’Avvento? Non si tratta di essere clericali, cattolici o confessionali, quanto di cogliere il valore di queste quattro settimane che ci preparano al Natale. Eppure anche quest’anno sono volate via.

Saranno state le vicissitudini di governo, l’aumento dell’età pensionabile e delle imposte, gli scenari esteri e interni e gli equilibrismi delle grandi potenze, lo spread (del quale fino a qualche mese fa ignoravamo l’esistenza e che oggi ci incolla al televisore), le perdite della borsa (nella quale, peraltro, non abbiamo investito un solo centesimo). Decine, centinaia le scuse ipotizzabili, ognuna plausibile e tutte protese verso un identico risultato: la preoccupazione. Sembra che senza non riesca a vivere. Che si tratti di masochismo?

L’inverno è ancora lungo. Tecnicamente è appena iniziato, eppure la natura ha già mutato il suo corso, e le giornate iniziano il loro faticoso allungarsi verso una nuova primavera. Non ce ne rendiamo conto e ci apprestiamo nuovamente a mortificare una festa celebrando un rito banale e consumistico, tra piccole grane, protagonismi e protagonisti, “baruffe chiozzotte” di goldoniana memoria, il nostro nome riportato sotto a una minuta irrilevante ma ipersignificativa ai nostri occhi, i nostri sforzi migliori volti ad alimentare il nostro ego, fino a non essere più in grado di cogliere la nostra reale dimensione.

Silenzio. Quanto bisogno ne avremmo. Una pausa dal frastuono incontrollato e spesso volgare della superficialità che avvolge molti dei nostri rapporti. Ci vorrebbero passi in punta di piedi, sobrietà ed eleganza nei gesti.

La mente va ad Andrea, là fuori. Le sue pecore hanno appena superato il ponte sul fiume. Fa freddo, e il suono degli animali è quanto più vicino al silenzio si possa immaginare. Chissà se almeno a lui non è sfuggito di mano il tempo, se l’Avvento per lui dura l’intero arco dell’anno, se ogni giorno, ogni attimo diventa un’epifania sacra. In ogni caso, lui e il suo gregge ci stanno pungolando, ci sussurranno che un’altra via è possibile, che non sempre la frenesia equivale a benessere, che ritmo e cadenza strutturano una regola alla quale sarebbe bene adattarsi, che il maggiore vizio della nostra epoca è la mancanza di fiducia, di visione del futuro: in una parola, la paura. Riecheggiano, scovate in chissà quale cassetto della memoria, parole forti di un uomo forte: «Non abbiate paura».

Cercheremo di non avere più paura. E vorremmo fare di questo proposito un auspicio per il nuovo anno, con l’augurio di trascorrere un Natale sereno, per tutti voi che leggendoci e sostenendoci state alimentando la speranza di un futuro diverso. Grazie e buone feste.

The Wool Box

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Ritorno a casa


The Wool Box presenta Asterischi*, la nuova rubrica curata da ElisaNata a Busto Arsizio, mamma del piccolo Lorenzo di sei mesi, Elisa si è diplomata al liceo sperimentale e ha lavorato per diciassette anni in banca, durante i quali si è laureata in scienze dell’educazione. Dopo un’esperienza di un paio d’anni nel sociale, un radicale cambiamento di vita l’ha portata in Namibia. Fino al rientro non programmato nel biellese, dove tutt’ora risiede. Appassionata di cucito e assemblaggio tessuti, realizza creazioni con le sue galline.

Sono le sei del mattino. Riva Valdobbia è in fermento per l’annuale Fiera di San Michele, un tempo fiera del bestiame, riconvertita oggi in una colorata e frequentata festa dell’artigianato. Quest’anno, anziché con il mio adorato pollaio di stoffa riciclata, sono qui in veste di ambasciatrice per The Wool Box, con coperte, gomitoli, manufatti in feltro (tutta lana proveniente dai pascoli biellesi e valsesiani) e tanta voglia di raccontare una bella storia.

Molti gli sguardi curiosi. Li lascio avvicinare, toccare i filati, annusare la lana, accarezzare coperte… E poi non si resiste: ci sorridiamo e le parole scorrono da sole e raccontano di questa interessante realtà a due valli da qui. Il recupero di tose che andrebbero perse perché troppo esigue per essere lavorate con la giusta convenienza, la salvaguardia delle piccole, importanti razze autoctone, l’obiettivo di raccogliere i velli delle centinaia di razze ovine europee, la ricerca e la valorizzazione delle piccole produzioni artigianali legate alla lana, l’entusiamo, i progetti, i corsi… Lascio i pieghevoli con l’indicazione del sito («Così potete dare un’occhiata») e raccolgo gli indirizzi mail di chi vuole essere informato su ciò che accade. Sono qui per raccontare eppure, come spesso accade, mi ritrovo ad ascoltare.

Ascolto la storia del signor Mario, radici biellesi e una vita passata nei lanifici. «Questa sì che la riconosco, questa è la nostra lana, un pò ruvida, ma vuole mettere! Perchè, sa, adesso si usano tutte quelle lane morbide, che sono calde, per carità! Ma con quelle fibre così corte non si possono certo ottenere filati resistenti. Non lo vede che tutti i maglioni di cachemire hanno le toppe ai gomiti? Una volta i maglioni duravano una vita…». Al signor Mario non lascio nessun pieghevole. Tra le mani ha il suo bastone e in tasca la nostra lanosofia ben radicata. Di una tastiera non saprebbe che farsene.

Poi c’è il marito di Annette, tanti anni nei rifugi di montagna dove «le coperte erano proprio tutte così, come queste: lana un po’ cruda, ma calda e soprattutto resistente, eterna». Calore, e qualcosa che non sia effimero: tutto quel che cerca chi arriva lassù, dopo la fatica del sentiero.

Una piccola signora, mani nodose e una nuvola di capelli bianchi, si avvicina ai gomitoli e come mossa da un gesto istintivo, vi affonda le dita e gli occhi si perdono dietro chissà quali ricordi, quasi commossi, come se tornassero a casa. «La lana di una volta…». Ogni parola sarebbe di troppo, cerco di ascoltare la sua emozione. E la ringrazio.

E poi c’è Luca, appassionato frequentatore della valle, nessuna “storia di una volta” da raccontare, ma forse una nuova storia da scrivere attorno alla coperta che decide di regalarsi. «La compro per la baita in Val Vogna!». La conosco quella baita, è a Cà Vescovo, una manciata di casette lungo il sentiero della Val Vogna, che si animano la domenica grazie alla voglia di evasione da cui nessuno di noi è immune. Su una pietra ai piedi dell’ingresso c’è la data di costruzione: 1866. Scommetto che la baita ne ha già viste di coperte così. È probabile che le abbia persino viste nascere, giù nella stalla, alla luce di una candela, tra le mani di una donna che filava di sera. E non posso evitare di fantasticare che, presto, fuori da quella porta, passerà un gregge in discesa verso l’ovile caldo dell’inverno. Sarà proprio quello che ha donato il vello per la coperta di Luca? Mi piace immaginare che sia così e che, una volta ogni tanto, il prodotto di una terra ritorni a casa propria.

Tra tanti incontri, scambi e parole, la giornata è scivolata via. Carico in macchina le mie lane e le mie storie e punto in direzione casa: la valle in discesa, una fila di artigiani e di curiosi che si muove insieme a me, a farmi compagnia. Poi, all’improvviso, tutti fermi. Che succede? Che bello, la transumanza! (E qui, la penna di chi scrive, vorrebbe tanto trasformare la mandria di mucche in arrivo in un bel gregge di pecore, per donare alla storia un finale perfetto! Ma la penna, e la coscienza, si inchinano entrambe alla verità). Arrivano i pastori, in famiglia: bambini sorridenti sul dorso delle mucche, ragazzi che badano all’ordine con energia e con l’aiuto dei fedeli amici a quattro zampe, gli adulti, attenti, stanchi, appagati: in ogni ruga una stagione, in ogni passo la fatica di chi non molla. Il caldo sta per finire, i pascoli hanno donato la loro ricchezza, è tempo di rientrare. A voi, amici preziosi, buon ritorno a casa.

Valentina: le mani nella lana

9 giugno 2011

Qui alla The Wool Box Company la sistemazione delle scrivanie è un po’ precaria: gli “uffici” consistono in un lungo salone con il soffitto alto 4 metri, diviso in due da uno scaffale in legno, tanto grande quanto brutto, che per il momento è tutto quello che possiamo usare per ordinare i capi in arrivo. Qua e là, qualche reliquia tessile, come un telaio a mano piazzato al centro della stanza e qualche altro ammennicolo risalente più o meno alla stessa epoca (erano poi i macchinari che mia nonna usava per tessere quando lavorava in fabbrica!). Un televisore e uno stereo con relative casse sono situati sul lato luminoso del locale, mentre le scrivanie e gli scaffali se ne stanno nascosti dalla vista nell’angolo più buio, tra altri mobili di dubbia utilità e materiale di cui non conosco nemmeno l’utilizzo.
Tutto il resto del salone è occupato dall’esposizione di capi provenienti da ogni dove, lavorati a mano e tinti con colori naturali o senza tintura alcuna. Ci sono coperte, gilet, tappeti, ponchos, soprammobili, abiti di ogni forma e colore, con indicati accanto l’autore e la provenienza. Uno spettacolo che ogni volta mi lascia a bocca aperta.
Il mio lavoro è tutt’altro che pesante. Peccato dover andare via domani… ho appena iniziato! Ma il mare mi aspetta, e speriamo che non piova.

V.

13 giugno 2011

Oggi il signor L. non c’è e sarà fuori sede anche nei prossimi giorni. Poco male: nel frattempo sono stata affidata al magazzino dove viene scelta la lana. Ho accolto con sollievo l’idea di dovermi allontanare dall’ufficio per qualche giorno (soprattutto perché cominciavo ad avere freddo seduta alla scrivania, nel mio angolino poco illuminato) e poter toccare con mano il materiale inviato dagli allevatori.
Il primo impatto con il forte odore di pecora non è stato piacevole, ma dopo pochi minuti mi sono abituata, e non mi dava più fastidio. Così ho iniziato a scartare lana in magazzino con il signor M., e ancora non mi spiego come non sia impazzito lavorando per tutto questo tempo da solo, senza musica né rumori, tranne quello del muletto quando deve spostare balle o casse di lana. Io, nei dieci minuti in cui sono rimasta da sola, sono corsa a prendere il lettore Mp3, perché il silenzio che c’era li dentro mentre ero intenta a dividere i velli delle pecore era talmente assoluto da fare male alle orecchie.
Quando si è in due, invece, lavorare diventa veloce e piacevole, ed è anche piuttosto semplice. Si prende con il muletto uno dei grossi sacchi pieni di lana (balle) che vengono ammucchiati all’arrivo su un lato del magazzino, divisi per allevatore, si posa il sacco sul tavolone, lo si apre, e man mano si fa uscire la lana. In un sacco medio ci sta circa un quintale di lana, ma è poi tutta ancora da dividere.
Ho anche scoperto che non solo ogni allevatore ha pecore diverse, ma anche che ognuno fa della lana un po’ quello che gli pare! Per esempio, il primo che ho visto lo immagino un tipo molto meticoloso, che porta spesso le pecore al pascolo. Perché? In primo luogo i sacchi erano tutti di nylon. È importante che sia così, perché nonostante sia più costoso del polipropilene, il nylon tinge con gli stessi colori della lana, quindi il filato non sarà pieno di fibre aliene dai colori più disparati, come nel caso di lana chiusa in sacchi di polipropilene. Poi ogni sacco era stato accuratamente rammendato nei punti in cui si era lacerato, e la lana al suo interno era profumata e pulita, grossolanamente suddivisa in neretta (la lana delle pecore scure) e ordinario (le fibre più comuni, non troppo corte né lunghissime).
Io e il signor M. abbiamo separato ulteriormente quella lana, mettendola in grosse casse di plastica, suddivisa in fibre corte, lunghe fini, ordinarie, punte spesse (nelle zone come sotto la pancia le fibre sono più grossolane ed ispide), pelo morto (importante, perché se lasciato in mezzo alle altre fibre renderebbe il filato pungente, e poi non tinge, rimanendo bianchissimo), pezzame (fibre troppo rovinate o sporche) e poco altro, in base al tipo di materiale. Lavorare con questo tipo di lana è stato veloce e quasi divertente!

V.

14 giugno 2011

Ieri ho parlato troppo presto. Dopo aver terminato la scelta della lana iniziata ieri, abbiamo attaccato speranzosi i sacchi di un altro allevatore, ma il nostro ottimismo è ben presto scemato. I sacchi si presentavano già in modo totalmente diverso: alcuni erano addirittura di carta e gli altri, di cui pochi in nylon, erano rotti, con la lana che usciva dagli squarci come da grosse ferite.
Abbiamo aperto i primi due sacchi di carta marrone sul tavolo e siamo stati investiti da un penetrante odore di ammoniaca. La lana puzzava di stantio ed era umida, e doverci infilare le dita in mezzo non è stato un vero piacere… Abituarsi non è stato facile, e l’operazione di divisione era molto più lenta. Alla fine della giornata ero sinceramente contenta di andare a casa a farmi una doccia!
Domani spero di non dover più lavorare con lana come quella.

V.

Valentina incontra The Wool Box


20 maggio 2011

Ho mandato qualche curriculum alle aziende della zona, senza molta convinzione. In realtà vorrei fare un’esperienza fuori dall’Italia… chissà, magari trovo una fattoria in Irlanda e vado a lavorare lì sei mesi! L’idea mi alletta molto.

V.

30 maggio 2011

In tarda mattinata è arrivata la telefonata del signor L., che mi invitava a fare un colloquio nell’azienda neonata di cui si occupa, la The Wool Box Company. Una realtà unica nel suo genere, quasi a chilometro zero, perché soltanto a Biella si effettuano tutte le lavorazioni della lana. La filosofia dell’azienda, mi ha detto, è garantire al cliente che i prodotti in vendita sono totalmente tracciabili a partire dalla pecora, dall’allevatore, alle fabbriche di lavorazione, fino alla borsa di feltro o al filato da sferruzzare.
Più per curiosità che per vero e proprio interesse ho accettato di andare. Vedremo cosa ne salta fuori.

V.

2 giugno 2011

Devo dire che è stato il colloquio più bizzarro cui abbia mai presenziato. L’azienda si trova a Miagliano, sopra ad Andorno, in montagna, a quindici minuti di curve da Biella. La sede è ospiatata negli uffici di una vecchia struttura del 1850, nata come cotonificio e poi adattata a lanificio circa un secolo più tardi. Come quasi tutte le fabbriche della zona, anche questa è stata costruita sulle sponde di un torrente, il Cervo.
Ho suonato il campanello e la voce squillante della segretaria mi ha spiegato dove andare. Mi è piaciuta subito: una donna vivace e solare, sempre sorridente. Ho finalmente incontrato il signor L., che mi ha invitata a entrare in un salone e a sedermi ad un tavolo di legno, con sedie da laboratorio scolastico (durissime e scomode!). Tutti intorno, persino appesi ai pali di sostegno, erano esposti prodotti di ogni genere: un pastrano nero, un paio di tappeti dall’aria ispida, borse, capi d’abbigliamento e non, tutto in lana o feltro. Tutti fatti a mano, come mi è stato spiegato in seguito.
Il signor L. ha parlato per la maggior parte del tempo, chiedendomi poche cose, per lo più della mia esperienza in Australia. Poi mi ha portata a vedere la vecchia fabbrica e devo dire che è stata un’esperienza affascinante! I piani superiori sono diroccati e abbandonati, come la maggior parte delle vecchie strutture del Biellese. Ma il piano inferiore ha un’architettura fin troppo simile a quella di una cattedrale per non far venire i brividi… Faceva freddissimo lì sotto, e dai vetri rotti delle finestre a sesto acuto, altissime e maestose, entrava il rumore dell’acqua. L’umidità penetrata attraverso le pareti, per metà in pietra e per metà in mattoni pieni, riempiva l’aria, con un pungente odore di muschio. Il mio visionario interlocutore parlava di restauri e mostre, ristorante e parcheggio per i pullman, e io, allibita, seguivo quella fantasia dandole forma nella mia mente e, accidenti, quello scenario sembrava quasi fattibile se non reale!
Dopo quasi due ore, ancora stordita da quel viaggio nel passato, ho ripreso la macchina e sono tornata a casa, non del tutto sicura di cosa pensare. Ora devo capire se questa esperienza non rischi di rivelarsi un buco nell’acqua oppure possa essermi utile.

V.

8 giugno 2011

Stamattina ho firmato il contratto. L’appuntamento era alle 9.30, ma ero talmente eccitata che mi sono svegliata prestissimo e sono arrivata sul posto con quasi un’ora di anticipo. Sono andata a fare colazione in un bar, ho letto il giornale, ma sembrava che il tempo non passasse mai. Alla fine è arrivato il signor L. e abbiamo fatto tutto in meno di mezz’ora.
Inizierò domani. Non vedo l’ora.

V.

Stupido è chi lo stupido fa

Carlo Maria Cipolla l’ha descritto efficacemente nel suo Allegro ma non troppo (Il Mulino, Bologna 1988): gli stupidi costituiscono un gruppo più influente persino di sistemi di potere come le mafie o le lobby industriali. Disorganizzati e senza ordinamento, privi di vertici o statuto, riescono tuttavia a operare con incredibile coordinazione ed efficacia.

Le cinque leggi fondamentali sulla stupidità sono troppo argute per non meritare di essere citate.

 1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.

3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.

4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.

5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Preso atto e condivisa la definizione data al punto 3, è evidente che ci troviamo sempre più spesso a vivere sollecitazioni “stupide”. Come definire altrimenti le proposte d’acquisto di prodotti griffati o di pret-a-porter frutto di transazioni di velli spesso poco chiare, produzioni talvolta dubbie, decine di migliaia di chilometri di trasporti, lavorazioni all’altro capo del mondo? Danni per noi stessi, il nostro ambiente, gli ecosistemi, le economie, il futuro.

D’altro canto, per quanto riguarda la lana, l’abbandono sui campi o nei fossi delle tose italiane ed europee o la loro vendita sottocosto ai mercati internazionali è una pratica ancora, purtroppo, estremamente diffusa e di conseguenza la difficoltà di reperire prodotti tracciabili – e quindi fare scelte virtuose – è ancora estremamente elevata.

A Parma, al Forum Internazionale della Creatività Tessile “Italia Invita”, ce l’hanno confermato in molti provenienti da altre latitudini, di fatto tutti coloro che con gli allevatori (e non solo con le cartoline dei loro stereotipi) convivono e lavorano: la pratica è diffusa e, di fatto, è diventata una costante. Complice la fame di lana sui mercati, specie quelli dell’Est, quest’anno sono state ventilate proposte di acquisto di sucido a qualche centesimo in più, tuttavia in un contesto di totale assenza di progetto e programmazione del futuro.

Tutti i giorni, soprattutto in questo periodo di tosa, i pastori che ci conoscono e sanno come lavoriamo ci portano i loro velli, sapendo che da noi i frutti del loro lavoro non finiranno in discarica. Soprattutto si stupiscono del filato dell’anno scorso, della mano di quel filo che i più, anche quelli che la sanno lunga, consideravano impossibile da ottenere. Lo stupore non cede alle tentazioni e, nella maggior parte dei casi, questi produttori preferiscono seguire la loro lana nel suo percorso di valorizzazione anziché pensarla in viaggio verso l’Oriente e ritorno.

Ovviamente, queste persone non rientrano nel catalogo della stupidità di Cipolla. L’autore infatti identifica nel suo libro altre tre tipologie umane: quella degli sprovveduti, ovvero coloro che danneggiando se stessi avvantaggiano altri, quella dei banditi, che danneggiano gli altri per trarne vantaggio, e infine quella che accomuna i comportamenti intelligenti, di chi trae un beneficio avvantaggiandole persone con cui si relaziona. I produttori responsabili appartengono a quest’ultima categoria e chissà che giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, non riusciamo a farne parte tutti.

Il miglior amico del pastore

© canedioropa.jimdo.com

«Pasa darè Birba, pasa via!» [Va’ dietro Birba, vai!]. Docile e scattante, il cane fende l’erba alta della brughiera – che non è una prerogativa esclusivamente britannica ma anche della nostra Italia – per cogliere, insieme al comando, lo sguardo del padrone, anzi del capobranco. Birba si precipita a radunare il gregge: impeccabile, elegante, efficace. A lavoro ultimato, ritorna a ricevere la giusta gratificazione per il compito eseguito, una carezza sotto la gola.

Non un morso alla pecora, anche se a volte, specie a quelle più testarde o lente, verrebbe voglia di darne qualcuno, solo per vederle muovere più speditamente ed evitare di disperdere il gruppo, riducendo così il rischio di un assalto.

Discendenti dei lupi, i cani da pastore si sono differenziati dai propri progenitori per vivere con l’uomo e aiutarlo nella sua storia. Originari dall’Anatolia e Mesopotamia sono nati, cresciuti ed evoluti con pecore e pastori. Storie intime di vita comune, di passi raminghi, di transumanze che partendo da quelle terre sono giunte alle nostre latitudini.

Da pascolo” e “da sorveglianza”: i cani si sono specializzati in due distinte branche. I primi mantengono radunato il gregge lungo i suoi spostamenti, i secondi vegliano sulla sicurezza durante la notte o nei rari momenti di pausa. Inclinazioni innate che solo la sapienza esperienziale dell’allevatore sa riconoscere già nei cuccioli, instradati al futuro più proficuo per quella comunità. Incroci sapienti tra maschi e femmine più dotati, geni concessi solo per simpatia, mai per denaro.

Il dizionario Hoepli attribuisce alle sole pecore il significato del termine “gregge”. Non siamo d’accordo: il gregge si completa con i cani, gli asini e i pastori. In questo caso è giusto parlare di comunità, gruppi di anime che si amano, si rispettano, evolvono insieme. Come ogni vero affetto silenzioso, lontano dal vociare delle masse (queste sì, vere greggi) e che si riconosce solo quando si perde o si rischia di perderlo, così queste comunità discrete ci ricordano solo timidamente la loro esistenza e di rado urlano il disagio della marginalità mantenendosi fedeli a una storia millenaria di servizio all’uomo ed alla sua società.

Tacoli e Tacoler [Pecore e Pastori]

Furbesco. Così, in mancanza di sinonimi più felici (e questo la dice lunga), veniva chiamato il linguaggio comune che ha rappresentato una vera koinè pastorale in tutto l’arco alpino. La slacadura du tacoler, la “parlata dei pastori di pecore”, era una lingua di difesa che affratellava nella durezza della quotidianità i pastori di ogni regione al di qua e al di là delle Alpi. Una lingua sobria, essenziale, sempre all’erta, proprio come le vite dei pastori, delle greggi, degli insostituibili cani. La visione di un pascolo libero, non segnato da ceppi di confine, capace di annullare le frontiere grazie a un’unica parlata, senza bisogno di proclami, regolamenti, commi e codicilli.

Pecore”, “sbirro”, “taci!”: queste le parole chiave del furbesco, pronunciate sempre a voce bassa e con l’imprescindibile mimica del volto a supplire la limitatezza del vocabolario. Fonte di fascino per quelle esistenze raminghe, e insieme di diffidenza verso i transumanti, padroni del loro gregge e del loro tempo e per questo visti con sospetto. La vita ai margini, la lentezza, l’acume esperienziale, il contatto con la natura primordiale, la lontananza dalle mode, le mani avvezze al miracolo della vita nascente e a quello della morte: inevitabile che esistenze simili comportassero diffidenza e timore nei confronti dei “normali”, e un conseguente bisogno di protezione, di comunità. Nulla di furbesco, insomma.

Negli anni Sessanta, con una straordinaria intuizione, Sergio Trivero ha immortalato in una poesia un momento di quotidianità pastorale, utilizzando questo linguaggio arcaico.

La stra’ dla corda

’N tal bait
la gnarella
a la patum-a.
Merni e tacoli
– na poncia –
sa spatero ’n tal pranscët.
Mi, ran dla caroa
i oacc;
sotta ’n deir
na strëuo sbordì,
tamagneu
dla plucca driccia.
’Ndocca ’n tasch:
– contacc la béra! –
l’é vej la diccia:
L’é temp d’ariorda,
tasca buss!
che a l’amburn-a
ij volo j’anime
e a colio ’l sion
’n sla strà dla corda.

(Barba Sergio Trivero)

La cresta della montagna – Nella stalla / la piccola / dorme. / Vacche e pecore, / – un gregge – / brucano nel prato grasso. / Io, al bordo del sentiero / osservo; / sotto un masso erratico / un po’ spauriti, / agnelli / col pelo ritto. / Allora capisco. / – accidenti alla vecchia! – / è vero il detto: / È giunto il tempo della fienagione, / taci! / che all’imbrunire / le anime volano / e piegano il foraggio / sulla cresta della montagna. (Sergio Trivero)