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Wools of Europe

Dall’8 ottobre al 31 dicembre, The Wool Box ospita nella sua sede di Miagliano (BI) Wools of Europe, l’esposizione internazionale dedicata a tutti coloro che abbiano a cuore la biodiversità e la trasmissione dei saperi antichi alle generazioni future. Il cuore della manifestazione è come sempre la lana: un assortimento unico al mondo, proveniente da ventidue diverse nazioni europee, che conta quasi un centinaio di velli di differenti razze ovine, alcune in via di estinzione, altre più diffuse, tutte insostituibili nei rispettivi cicli ambientali.

Per valorizzare ulteriormente questa preziosa risorsa, le migliori mani e ingegni d’Europa hanno realizzato alcuni manufatti straordinari. Dall’Islanda alla Grecia, dal Portogallo all’Estonia passando per i Balcani, Francia, Slovacchia, Olanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Romania, la mostra comprende una collezione di centinaia di capolavori unici, ciascuno dei quali porta la firma dell’autore – artigiano, università, cooperativa o artista – che lo ha creato. Calzature in feltro dalla Bosnia Herzegovina, cuscini imbottiti dalla Svizzera, tappeti dalla Repubblica Ceca, sciarpe e guanti dalla Germania, copricapi dal Regno Unito, stuoie che riprendono iscrizioni rupestri e giochi arcaici dall’Italia, maglioni coloratissimi sogno di natura dall’Islanda e poi gonne, abiti, arazzi da ogni angolo del vecchio continente.

L’artista francese Awena Cozannet esporrà “Earth”, una scultura di 7×5 metri composta da pannelli di feltro di lana biellese su cui sono stampate fotografie scattate in Nuova Caledonia rappresentanti una sezione verticale del paesaggio in movimento, rosso come la terra dopo la pioggia.

Vi invitiamo a immergervi nella successione ininterrotta di stimoli di Wools of Europe: un’occasione per conoscere la lana in ogni sua declinazione, riscoprire la ricchezza del saper fare e incontrarsi e confrontarsi nel nome di un vivere sostenibile, più rispettoso dell’ambiente e degli uomini che lo abitano.

Wools of Europe
8 ottobre – 31 dicembre
The Wool Box – Via Vittorio Veneto 2, 13816 Miagliano (BI)
Orari: mar-dom 10:00-12:30; 15:00-19:00
Ingresso: 3 euro. Per bambini e ragazzi fino a 15 anni l’ingresso è gratuito
Info: +39 015 472469, info@thewoolbox.it

Liscia, gassata o…?

«Liscia, gassata o…?» ovvero, per restare più in tema, «tradizionale,  autoctona o…?». La parola che completa il quesito la suggeriamo noi: tracciabile.

Sgombriamo il campo da equivoci. Purché se ne faccia uso, siamo favorevoli all’impiego della lana di ogni origine e in ogni declinazione, tuttavia è opportuno fare alcune distinzioni. Non entriamo al momento nel dibattito su temi scottanti di cui avremo modo di parlare più avanti, dai percorsi intercontinentali cui la lana è sottoposta (chi lo direbbe che parte di quella italiana, per fare un esempio, percorre le rotte dell’Est asiatico per ritornare in Europa trasformata e miscelata a quelle longitudini?) alla tutela di chi la lavora (infortuni, malattie professionali, retribuzioni e tutele sociali, lavoro minorile), fino alle conseguenze sull’ambiente di preparazioni, tinture e finiture, quando trasformata in contesti aggressivi e non controllati. Soffermiamoci invece sulla semplice analisi dei tre aggettivi in questione.

Tradizionale

In senso lato con questo termine ci si riferisce a una lana – o a volte, per i meno attenti, semplicemente a un filato – di qualunque composizione, che si trova disponibile comunemente sul mercato. Ne apprezziamo il colore, la mano, le caratteristiche tecniche e il prezzo, elementi che valutiamo al momento dell’acquisto avendo più o meno in mente l’oggetto che vorremmo vedere realizzato. Non ci interessa l’origine del prodotto e non prendiamo in considerazione gli indicatori sociali e ambientali che lo caratterizzano. Ci piace o meno, ci serve o meno, e nulla più.

Autoctona

Alcuni tra i consumatori più sensibili si stanno ponendo alcune domande relative alla filiera, dalla cura nell’allevamento dei capi alle condizioni degli allevatori, dalle modalità di raccolta e compensazione economica delle parti alla produzione dei semilavorati, fino alla manodopera che li crea e alle tutele dell’ambiente. In alcuni casi, affinando lodevolmente la conoscenza del ciclo, riescono pur con difficoltà a mettere le mani su proposte di “lane autoctone”.

Sembra ragionevole ipotizzare che prodotti con tale denominazione si troveranno, a breve, in quantità. Consentiteci tuttavia il dubbio che l’indicazione “lana autoctona” non necessariamente sottenda una filiera virtuosa: spesso si riferisce solo a un’uniformità di razza o a una sorta di denominazione di origine geografica. Nulla a che vedere con un progetto di più ampio respiro che valorizzi, tuteli e compensi tutti gli attori del ciclo.

Tracciabile

Questa ci sembra la chiave di volta nel processo di acquisizione di una corretta responsabilità di acquisto. Conoscere l’area di provenienza della materia prima è già un passo importante, ma sapere il nome degli allevatori, la stagione della tosa, le aziende che l’hanno lavorata, poter stimare i chilometri necessari per i trasporti e impostare un bilancio socio-ambientale comparato, ci sembra un passo decisamente più significativo e corretto.

Non abbiamo dubbi. Tra la tradizionale e l’autoctona, scegliamo la lana tracciabile.


Wools of Europe

L’abbiamo detto più volte: la conservazione della biodiversità è un imperativo etico, un patrimonio da difendere e trasmettere alle generazioni future. La nostra lana, il tesoro che sentiamo il dovere di tutelare e far conoscere, arriva da lontano: ottantasette velli di differenti razze ovine, provenienti da ventisette diverse nazioni europee, alcune in via di estinzione, altre più diffuse, tutte insostituibili nei rispettivi cicli ambientali.

Per valorizzare ulteriormente questa preziosa risorsa, guidati dall’infaticabile Marie Thérèse Chaupin di Atelier Laines d’Europe, abbiamo ottenuto dalla generosità appassionata di mani e ingegni d’Europa (prediligendo quelli considerati più “marginali”) alcuni manufatti straordinari. Dall’Islanda alla Grecia, dal Portogallo all’Estonia passando per i Balcani, Francia, Slovacchia, Olanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Romania, abbiamo raccolto una collezione di centinaia di capolavori unici, ciascuno dei quali porta la firma dell’autore, artigiano, università, cooperativa o artista che lo ha creato. Nomi, cognomi e recapiti di ciascun produttore di questa filiera, che sappiamo virtuosa, diventano un argine alla deriva dell’anonimato. Siamo convinti che sostenerne il lavoro rappresenti un tassello per rendere più sostenibili anche le nostre esistenze.

Affinché il sapere e il saper fare non vadano dispersi, con l’esposizione Wool of Europe – una mostra in perenne movimento che solo nei rari momenti di riposo è conservata nella nostra sede di Miagliano – portiamo in “pellegrinaggio” calzature in feltro dalla Bosnia Herzegovina, cuscini imbottiti dalla Svizzera, tappeti dalla Repubblica Ceca, sciarpe e guanti dalla Germania, copricapi dal Regno Unito, stuoie che riprendono iscrizioni rupestri e giochi arcaici dall’Italia, maglioni coloratissimi sogno di natura dall’Islanda e poi gonne, abiti, arazzi da ogni angolo del vecchio continente. La lana sucida d’origine affianca ogni prodotto finito, a dimostrazione concreta di cosa si può fare con un quello che i regolamenti della Comunità Europea definiscono un “sottoprodotto”.

Ve ne diamo un assaggio, certi di emozionarvi.

La turbopecora

Pensiamo ai motori turbo. Al loro avvento, molti non riuscivano a capacitarsi dell’apparente contraddizione che rappresentavano. Una falsa interpretazione del principio di conservazione dell’energia arroccava molti ingenui nella ricerca dell’errore intrinseco alla promessa di minori consumi con maggiori prestazioni.

«È impossibile» era l’esclamazione più ricorrente. Quello che sfuggiva era il concetto di spreco, di cui il turbo non costituiva null’altro che una riduzione.

A distanza di anni l’individuazione dello spreco, che per alcuni è una costante esistenziale, non ha ancora fatto breccia nel pensiero comune. Anche la lana autoctona soffre di questo vizio. I pastori traggono reddito principalmente dalla macellazione. La lana, contrariamente a ogni buon senso, è spesso considerata un rifiuto. La pecora deve essere tosata per restare in salute ma, normalmente, il ricavo della vendita del vello non raggiunge il costo della tosa.

Il risultato sono smaltimenti non ortodossi o vendite sottocosto; in ogni caso perdita di identità, di valore, di reddito, di tracciabilità, fino ad arrivare all’indicazione, riportata per numerose specie ovine sugli annali di agraria alla voce “Lana”: «Non utilizzata. Questa produzione incide solo negativamente sul bilancio aziendale».

Invece, lavorare la lana di pastori proprietari di piccole greggi non commercialmente pregiate, specie transumanti e nomadi, costituisce un atto concreto di intelligenza, intesa come guadagno da parte di tutti gli attori coinvolti e come investimento per il futuro. Un maggior numero di pastori significa pascoli al posto di discariche o terreni incolti, scenari più gradevoli allo sguardo, torrenti governati che non tracimino a ogni piena, tutela di razze in via di estinzione, preservazione di una sapienza millenaria e prospettive future per le nuove generazioni.

La dignità è un valore da coltivare ed è abbondante sull’alpeggio. Spetta a ciascuno di noi scendere in campo, mettersi in gioco e divulgare una nuova cultura. Al di là dei facili proclami, è bello pensare che sia compito di ognuno operare per realizzare un progetto sociale, immaginare un futuro diverso, più equo, più eco, più pulito, più dignitoso per tutti.

Il ciclo della lana: selezione e scarto

La selezione della lana riveste un capitolo fondamentale nella definizione del ciclo laniero. Prima di essere lavorata, la lana tosata (chiamata in gergo “sucido”) viene lasciata riposare al caldo, al fine di favorire la fluidità delle fibre intrappolate nel grasso del pelo, e sottoposta a un accurato esame da parte di una figura professionale ormai in via d’estinzione, lo scartino.

Un tempo, per trasformare i giovani apprendisti in esperti conoscitori, ci volevano in media cinque anni, l’equivalente di un’odierna laurea magistrale. Al termine di tale periodo, gli allievi sapevano riconoscere razza e origine del vello della pecora, età e condizioni di salute dell’animale e stagione di tosa, e valutare la finezza della fibra, la resistenza, il diametro, la resa in termini di prodotti di scarto, la quantità di grasso contenuto nella lana, e soprattutto la migliore destinazione di quel vello ancora così grezzo al fine di trarne il miglior prodotto possibile.

Per farlo, è indispensabile avere sensi allenati. A occhio la fibra viene separata in base alle ipotesi di lavorazione, il tatto consente di preventivarne resa (quanta lana e quanto scarto), morbidezza e il contenuto in grasso, l’udito restituisce la resistenza della lana fatta vibrare tesa tra le dita, l’olfatto definisce la qualità e individua eventuali problematiche d’origine. Tutti i sensi insieme permettono di tracciare un profilo empirico della fibra più rapidamente e accuratamente rispetto a qualsiasi analisi di laboratorio.