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Sconto vs Riduzione – parte seconda

Ne avevamo già parlato e oggi, in occasione della proposta studiata per quelli che abbiamo chiamato “grandi consumatori”, ritorniamo concretamente sull’argomento. Lo sconto proprio non ci piace e, di questi tempi, neppure il saldo. Intendiamoci, ne godiamo quando possiamo farlo ma solo nei casi in cui vestiamo i panni di consumatori e non di “distributori” (tema sul quale promettiamo ritornare), perché siamo convinti che in questi casi c’è sempre una parte che, poco o tanto, ci perde: l’acquirente del giorno prima, il fornitore, il prestatore di un servizio.

No, gli sconti e i saldi non ci piacciono e a essi preferiamo le riduzioni. Prendiamo il caso di un filato, naturalmente proveniente da lana autoctona, tracciabile e prodotto a km zero. Una matassa da un etto può essere imballata singolarmente in un’elegante custodia in cartone corredata da indicazioni d’origine e d’impiego, diventando un’interessante e pratica idea regalo. Per esempio una “wool box”.

Se lo stesso articolo è privo di imballo e delle indicazioni d’origine, non perde le sue peculiarità ma, necessitando di minori elaborazioni, manualità e costi di packaging, può essere proposto a un costo inferiore al precedente. È il caso della matassa sfusa.

Estendendo il ragionamento e aumentando leggermente le quantità in gioco, si può giungere alla definizione di altre modalità di riduzione dei costi. Le matasse escono dagli stabilimenti di produzione fascettate e imbustate a gruppi di cinque. Bene: nel caso ci occorra una quantità di lana sufficiente a confezionare un maglione o desideiamo contenere i costi dividendoli con un’amica, 500 g sono la quantità che fa al caso nostro. Se poi non ci formalizziamo e ci va bene ricevere le matasse anche senza fascetta personalizzata, eviteremo costi di manipolazione e materiale riducendo ulteriormente il prezzo finale del prodotto. In ultima analisi, visto l’azzeramento dei costi di trasporto per ordini superiori a 50 euro, ecco il senso dell’acquisto di due confezioni da 500 g. Questa la nostra filosofia.

In pratica, ogni costo che non sosteniamo è un risparmio per i nostri “consum-attori” (anche di questo parleremo diffusamente) con benefici diretti sul portafogli e sull’ambiente (minori movimentazioni su gomma. È questo che intendiamo quando parliamo di “comportamenti intelligenti”.

Concludiamo con un esempio pratico e, naturalmente, con un invito a sperimentare nuove strategie di riduzione su www.thewoolbox.it.


  [*spese di trasporto azzerate]

Ecco perché sconti e saldi non ci piacciono.

Elisa* intervista Agostina Zwilling


Questa settimana incontriamo Agostina Zwilling, artista e donna di grande carisma che ci accompagnerà nella conoscenza del feltro (e anche un po’ di noi stessi).

Buongiorno, Agostina. La prima domanda è quasi di rito: raccontaci come nasce la passione per il feltro e in generale per il mondo dei tessuti.

Nasce come tutte le passioni: per caso. Molto giovane studio figurinismo a Torino e inizio a sondare tutte le possibili tecniche di manipolazione di fibre e tessuti, perché già allora l’esigenza maggiore era quella di creare non solo modelli, ma anche tessuti originali. Sperimento continuamente nuove combinazioni e abbinamenti di colori, fibre e materiali. In questa mia incessante ricerca creativa ho riscoperto l’antico mestiere della produzione del feltro, che interpreto in modo contemporaneo del tutto personale, fino a testarne le potenzialità, oltre che nel campo della moda, anche nel mondo dell’arte.

Il feltro, quindi, è stato fin da subito arte e comunicazione?

Ho mosso i miei primi passi da artista che ero bambina, cominciando con pittura e scultura. Da lì in poi ho sempre sentito l’urgenza e il bisogno di comunicare e l’arte mi è stata compagna, parallelamente alla mia vita professionale. Pertanto, una volta incontrato il feltro, ho trovato naturale utilizzarlo nelle mie opere, insieme agli altri materiali che già manipolavo.

Il feltro sembra essere diventato una tendenza di questi ultimi anni (tanti i corsi, le produzioni artigianali, l’interesse), ma in realtà è un’arte arcaica, come la definisci tu: nel tuo percorso hai provato a risalire alle origini di questa lavorazione? Cos’hai scoperto?

Il feltro è un tessuto che non ha né trama né ordito, ed è creato semplicemente con le mani senza l’uso di strumenti specifici. Protegge dal freddo, dalla pioggia e dal vento. I popoli nomadi dell’Asia centrale, infatti, lo usano ancora oggi per isolare e arredare pareti e tetti delle loro abitazioni, ma anche per creare letti, tappeti e arazzi. È un tessuto frutto del lavoro comune, soprattutto di donne e bambini, e viene preparato nel periodo della tosatura delle pecore, secondo rituali e gesti che ricordano i movimenti di una danza. I manufatti sono realizzati seguendo solo la fantasia e l’istinto, senza schemi prestabiliti, e proprio per questo risultano carichi di simbologie arcaiche. Per non perdere contatto con questa tradizione, a Istanbul, ad esempio, sono stati istituiti corsi universitari appositamente dedicati allo studio del feltro. Lo stesso vale per il Nord Europa, in particolare per i paesi scandinavi, dove esistono scuole e istituti che offrono corsi di specializzazione sulla tecnica dell’infeltrire. Anche nelle regioni alpine il feltro è molto diffuso e apprezzato. L’Italia, infatti, è un paese con una lunga tradizione di allevamento ovino, tanto che l’industria laniera e tessile negli anni Sessanta ha avuto un grande sviluppo. Purtroppo il boom industriale ha sconvolto l’equilibrio di agricoltura e pastorizia, con effetti devastanti, e come conseguenza sono cambiate anche le abitudini di vita, rendendo obsolete attività che le nostre nonne svolgevano nell’ambito della vita familiare e sociale. Gesti antichi, densi di significati, sono scomparsi all’improvviso con il progresso.
Ripercorrere la storia del feltro è interessante perché attraverso rappresentazioni e tecniche abbiamo la possibilità di conoscere tanti aspetti della vita di un tempo, e credo che il contesto perfetto per questo tipo di ricostruzione storica siano i musei. Ma riprodurre e imitare le vecchie tecniche è limitativo: mi considero una contemporanea e voglio esprimermi nel mio tempo e con il mio linguaggio personale, dialogando con i miei settori di riferimento artistico e professionale.

La lavorazione del feltro è fisicamente impegnativa: la fatica aiuta in qualche modo a esprimere ciò che si agita dentro? Può diventare essa stessa veicolo di comunicazione?

Non parlerei di fatica, piuttosto di un rito che coinvolge tutto il corpo e che aiuta a esprimere piacere e creatività. Queste dimensioni si trovano in stretto rapporto, perché il piacere fornisce la motivazione e le energie necessarie al processo creativo il quale, a sua volta, aumenta il piacere e la gioia di vivere. Con il piacere, la vita è un’avventura creativa; senza, è solo una lotta per la sopravvivenza.

In tanti tuoi lavori utilizzi la tecnica del nunofeltro: di che cosa si tratta?

“Nuno” è una parola giapponese che significa “tessuto”. L’invenzione di questa tecnica viene attribuita all’australiana Polly Blakney Stirling nel 1992, in collaborazione con la sua assistente Sachiko Kotaka. Si tratta di manipolare una quantità minima di fibre di lana con un tessuto puro di base, come garza di seta o chiffon di seta, per poter ottenere un feltro leggero, dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quello tradizionale. Il processo di infeltrimento nuno è ideale per ottenere tessuti leggeri, adatti a creare capi d’abbigliamento o accessori moda, in una vasta gamma di effetti e colori, dalle texture decisamente molto interessanti.

Esistono ancora nuove frontiere, sfide, sperimentazioni nell’ambito delle tecniche di lavorazione?

Senza sperimentazione sarei una persona morta. La curiosità di andare oltre la materia mi ha sempre affascinato e trascinato in momenti creativi intensi. Mi è necessario, è un vero e proprio bisogno.

Molte tue opere rappresentano messaggi di denuncia contro la violazione dei diritti umani. Prendono vita in occasione di sollecitazioni particolari, come per esempio una mostra a tema, oppure nascono come esigenza di espressione riguardo a questioni sociali che ti stanno a cuore e attorno a cui desideri destare l’attenzione?

I diritti umani calpestati sono il mio “fil rouge” artistico perché laddove vi sono condizioni di violazione, muoiono i sogni. La denuncia di violenze e soprusi è il tema di tante mie opere, anche se non posso dire che il mio sia un fine sociale: considero i miei lavori esclusivamente come espressione personale e tale resta la loro utilità. Tutto quello che segue (esposizioni, fruizione delle opere da parte del pubblico, e anche un eventuale movimento delle coscienze), per quanto bello e importante, non è mai motivazione della nascita di un’opera. Quella riguarda solo me.

I tuoi lavori sono spesso connessi, in modi diversi, all’Africa: hai un legame particolare con questo continente?

Sì, molto intimo. È alla base della mia riflessione sul corpo femminile e sulla sua rappresentazione. La mia opera Main liée, pied lié, mani e piedi legati, fa riferimento alle minacce esterne a cui il corpo è costantemente sottoposto: è il simbolo dell’impossibilità di muoversi, condizione nella quale noi occidentali vogliamo tenere il popolo africano. La vulnerabilità e la ricerca della propria identità sono componenti fondamentali nel mio lavoro.

Fra le tante mostre a cui hai partecipato, ce n’è una a cui ti senti particolarmente legata?

PELLE, l’ultima mostra di cui sono stata curatrice. L’assunto alla base di questa nuova esperienza espositiva è il desiderio di analizzare il ruolo del feltro come frontiera naturale tra moda e sostenibilità, stimolo e strumento espressivo della creatività, con il chiaro intento di tracciare una nuova strada da intraprendere per l’industria del fashion e del design tessile. È su questa premessa che si sono concretizzati gli inviti alle artiste scelte per la loro attitudine a costruire il “Tessuto Innovativo” con lana organica e fibre naturali. È stata un’occasione importante per mettere in discussione con gioiosa passione e lucido disincanto i miti e i riti del settore moda, profondamente in crisi, indicando la necessità di ri-fondare principi e valori del processo produttivo, in un’ottica di sostenibilità.

Hai fondato l’Italian Felt Academy per poter offrire una formazione di alto livello insieme ad altre artiste: è la risposta a una richiesta che avete incontrato o avete proposto di vostra iniziativa una concezione del feltro qualitativamente più alta?

ItFA si basa sulle mie esperienze e su ciò che intendo per formazione. Credo si tratti di un processo tutt’altro che esclusivamente riconducibile al tradizionale “travaso” di saperi, o al semplice “addestramento” teso a sviluppare capacità tecniche. La formazione è soprattutto un processo educativo fondato sul rispetto e sulla valorizzazione del capitale umano di ogni allievo, ma anche sulla crescita e spendibilità del suo potenziale creativo. In questa prospettiva, per poter insegnare, occorrono esperienze professionali consolidate e, naturalmente, “vocazione formativa”. Conoscere una materia o una professione non basta, occorre saper “tirar fuori” (ex-ducere) da ogni allievo tutto il potenziale creativo e renderlo concretamente uno strumento operativo. La portata di questa didattica sta soprattutto nell’adattamento a una realtà in continua evoluzione: ne è un esempio il rapporto tra lavorazione del feltro ed ecosostenibilità, completamente modificato negli ultimi dieci anni in termini di logiche, sistemi organizzativi e, ovviamente, di competenze richieste alle persone che si accostano a quest’area di attività professionale. Io ne sono convinta e l’esperienza me lo ribadisce ogni giorno: lavorare in questo settore non è più solo saper disegnare, ma saper creare, tenendo conto di tutta una serie di fattori (sociologici, psicologici, culturali, economici, tecnologici, ambientali e via dicendo). In un mondo accademico ancora così pesantemente attardato a rispondere alle nuove esigenze formative e alle attuali complessità del mercato, Italian Felt Academy si fa portatrice di innovazione sia nei contenuti sia nelle metodologie didattiche, affinché il “momento formativo” diventi un’occasione unica per sviluppare nuovi approcci culturali, nuove capacità e competenze indispensabili per consentire la conoscenza delle risorse personali.

Per The Wool School proponi un corso sperimentale particolare dal titolo Wool/Water is Life: FeltGhirba: ci racconti di cosa si tratta e per chi è pensato?

Il corso proposto a The Wool School comincerà il venerdì pomeriggio, per protrarsi poi tutto il weekend. Tema di questi tre giorni sarà la realizzazione di una ghirba in feltro. Si tratta di un contenitore per l’acqua, normalmente realizzato in pelle di capra, fabbricato dalle donne di Berhale, un villaggio della Dancalia settentrionale. È un oggetto carico di significato, per diversi aspetti. Innanzitutto rappresenta l’unico mezzo di sostentamento per queste donne e quindi è alla base di un’economia dall’equilibrio fragilissimo. In secondo luogo serve al trasporto e alla conservazione di un elemento vitale come l’acqua. Proprio sulla preziosità di questo bene comune, vogliamo creare una sorta di legame tutto al femminile. Come ho scritto nella locandina di presentazione, noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita per eccellenza. Il contenitore creato durante il corso diventa così simbolo di noi donne occidentali feltraie, che consideriamo l’acqua un tesoro al pari delle donne etiopi e che, sfidando la materia e lavorandola fino a renderla impermeabile, permettiamo la conservazione dell’acqua per periodi di siccità. Questo è un perfetto esempio di ciò che si diceva prima a proposito della mia didattica: è un progetto che unisce pratica artistica, attenzione all’ecosostenibilità e sensibilizzazione culturale.
Per le nostre realizzazioni, The Wool Box metterà a disposizione diversi tipi di lana raccolta con l’ultima tosa dai pastori di tutta Italia. In particolare verranno utilizzati i sucidi di tre razze: Biellese, Suffolk e Prealpes du Sud.

Ci consigli una lettura che hai amato in modo particolare?

Più che di un libro si tratta di un’autrice: Alice Miller, psicanalista e saggista polacca scomparsa poco tempo fa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Ha scritto diversi libri e il suo tema dominante è la pedagogia nera, ossia la violenza educativa che i bambini vivono all’interno delle famiglie. È senz’altro un tema che in qualche modo ci riguarda tutti, come figli o genitori, e che merita sicuramente una riflessione.

Sconto vs riduzione

© herdy

Siamo ben consapevoli di essere una voce fuori dal coro. Diversamente non si comprenderebbe come gran parte del mercato debba il suo successo a logiche diametralmente opposte alle nostre, come quelle dello sconto e dell’offerta speciale. Delle due l’una: o ci hanno fregati prima della promozione vendendoci a prezzi ingiustificati ciò che non valeva così tanto, o uno dei componenti della catena ci sta perdendo. Propendiamo per la prima ipotesi, anche se non escludiamo affatto la seconda (anzi, è possibile che il mercato giochi contemporaneamente su entrambi i fronti). Per rendersene conto è sufficiente fare un viaggio in Oriente o nei paesi dell’Africa che si affacciano sull’Oceano Indiano, seguendo i percorsi della moda.

No, lo sconto non ci piace proprio. L’unica cosa scontata nello sconto è che qualcuno ci perde: consumatori, fornitori e maestranze, sicurezza, ambiente. Allo sconto preferiamo la riduzione, se è la conseguenza di scelte avvedute e investimenti sul futuro. Facciamo qualche esempio che ci tocca da vicino.

Una cooperativa femminile che ha sede a 1400 metri sul livello del mare produce tessuti a mano straordinari utilizzando anche lane autoctone. Il telaio batte il suo ritmo riproducendo i motivi della tradizione alpina. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – la cooperativa vive enormi difficoltà a inserirsi nel mercato. La troviamo, ne condividiamo l’approccio al lavoro e otteniamo alcuni prodotti da mettere in vetrina. Et voilà, sembra facile ma non è così: ogni articolo in realtà deve essere catalogato, descritto, indossato, contestualizzato, fotografato, posto adeguatamente sul sito che deve preventivamente essere realizzato. Seguono un progetto creativo idoneo, la definizione e il costo delle mailing list e la gestione del magazzino, l’etichettatura, la logistica, i costi di trasporto, i resi e i rifiutati, gli imballi, le poste, le assicurazioni e gli ammanchi, le spese di gestione contabile, le tasse… potremmo andare avanti così un’altra mezz’ora. A questo punto il prezzo di quei tessuti è più che raddoppiato e diventa difficilmente sostenibile anche per il consumatore più sensibile e interessato.

Questo, secondo il flusso consueto delle logiche di mercato che, ovviamente, non possono che incidere sui costi di produzione e quindi mangiarsi la coda ritornando ai circuiti dove il costo del lavoro o gli oneri sociali e ambientali sono ridotti al minimo sindacale (per quelle latitudini). È un meccanismo perverso che favorendo l’acquisto ci danneggia a ogni sua iterazione.

Abbiamo provato a immaginare un percorso alternativo, sempre stando alla larga da progetti e sovvenzioni o desideri di business: fare leva sugli aspetti più nobili di ciascuno di noi, in primis la fiducia. Il primo passo per ottenerla è stato aprire le porte della cucina e permettere a chiunque di fare capolino per sincerarsi in qualunque momento dell’igiene del cuoco. Il secondo è stato l’impegno a onorare i patti, rispettando puntualmente ogni accordo e tenendo fede a quanto pattuito. Il terzo è stato trasformare clienti e fornitori in amici. Partendo da questi presupposti il circuito virtuoso ha iniziato, seppur lentamente, a svilupparsi. Modelle non professioniste che hanno fatto delle loro giornate di lavoro una potenziale vetrina, un fotografo che ha avuto ospitalità quando disperava di trovare un locale dove fare i suoi scatti e riporre le attrezzature, generose collaboratrici che per pura passione hanno lavorato e stanno lavorando per creare modelli originali da proporre al pubblico, organizzatrici infaticabili di occasioni di divulgazione, associazioni e vivaisti pronti a riservarci qualche metro quadrato di serra. C’è stato chi ha ottenuto visibilità, chi una formazione specifica nell’uso di qualche software, chi un’occasione per sentirsi parte di un progetto. Qualcuno ha scorto la possibilità di implementare la propria attività, altri hanno trovato un palcoscenico dove mettersi alla prova come insegnanti. Tutti comunque retribuiti con moneta preziosa che aumenta di valore a ogni nuovo anello della catena e termina o inizia con una persona, il suo lavoro, il nostro ambiente, il nostro futuro.

In questo modo siamo riusciti a contenere il prezzo dei prodotti entro limiti che ci sembrano obiettivamente sottovalutati, specie se rapportati alla qualità di beni che consentono a chiunque di godere di un prodotto unico, e al contempo appropriarsi di una fetta di progetto valoriale senza doversene rammaricare per il costo sostenuto. Ci piacerebbe che foste voi a giudicare, e a breve ve ne daremo la possibilità. In ogni caso siamo certi di stare contribuendo ad aprire un varco in un sistema economico tanto primitivo quanto arrogante, e questo sta accadendo anche grazie al vostro prezioso sostegno.

Tempi straordinari

«Viviamo tempi straordinari». Così il capitano Jack Aubrey, sul suo veliero ridotto a un colabrodo, commentava l’esito della lotta con la nave francese Acheron. Nessuno fra gli ufficiali comprendeva il senso di tanto entusiasmo, specie in mezzo all’oceano ancora minaccioso e con quel nemico così rapido in prossimità. Solo l’occhio eccitato del comandante della Surprise brillava di saggezza e follia tra le schegge e le falle, ricordo della battaglia.
«Viviamo tempi straordinari». Proprio ieri ci siamo ritrovati a ripetere, senza possedere i titoli dell’eroe di Master and Commander o fisici scolpiti alla Russell Crowe, le stesse parole. Il clima era tuttavia per alcuni versi (e azzardati paragoni) simile: crollo della borsa di Milano, indici occupazionali in picchiata, prezzo del carburante in salita, trombe d’aria al Nord e caldo record al Sud, delitti efferati e impuniti. Eppure anche noi abbiamo pronunciato quella frase.
Un simile atteggiamento, che ad alcuni potrebbe sembrare incosciente o addirittura presuntuoso, ha invece basi solide: evitare i circuiti cancerosi dei giochi di potere, di partito, di associazione, preferire le strade tortuose e in salita a quelle spianate, amare i propri progetti e le persone che li sostengono o a cui sono destinati. E osare. Senza remore, senza timori, senza paure, puntando sempre a fare meglio.
Viviamo in un contesto dove tutto è facile e costa relativamente poco. Proviamo a fare alcuni esempi. Con un click ci colleghiamo col mondo e siamo liberi di dire ciò che pensiamo, scriverlo e diffonderlo senza timori o censure. Facebook ci permette di conoscere e dialogare in tempo reale con un tessitore sudamericano o una magliaia norvegese, e Skype ci consente di parlare per ore gratuitamente con la Nuova Zelanda. Qualsiasi corriere può spedire un nostro pacco in Canada in pochi giorni e in altrettanti possiamo riceverne uno dalla Cina. Ci si può muovere tra Milano e Roma in quattro ore, e negli ultimi dieci anni è difficile ricordare più qualche manciata di minuti di interruzioni dell’energia elettrica. E soprattutto non siamo sottoposti alle fatiche fisiche che dovevano sostenere i nostri padri, o ancora di più i nostri nonni.
Naturalmente non proprio tutto è facile e poco costoso, e naturalmente non sempre lo è per tutti, ma alle nostre latitudini chiunque ha la possibilità di cogliere le occasione senza farsi ingabbiare da un pessimismo immobilizzante o da nostalgie di un passato che non potrà, comunque, più ripetersi. Evitare di confondere lo scambio con il business regala la consapevolezza che esistono ricchezze non quantificabili in euro ma depositabili in casseforti blindate: quelle della nostra esistenza, degli scambi relazionali, della crescita umana.
Vi chiediamo di essere pazienti per questo panegirico un po’ “da anziani”. Di tanto in tanto lo rivolgiamo alla nostra Valentina, che lo accoglie con il rispetto dovuto alla nostra veneranda età (complice anche il suo Mp3) e ci preme condividere anche con voi ciò che c’è alla base della nostra “scommessa”. Prodotti sostenibili, rispettosi, portatori di valori e di saperi, che guardano al futuro e non al passato, disponibili a prezzi accessibili che non sminuiscano o offendano nessun anello della catena che li ha creati. Una catena, spesso ce lo dimentichiamo, che è sempre costituita da occhi, mani, sogni, desideri di futuro.

Liscia, gassata o…?

«Liscia, gassata o…?» ovvero, per restare più in tema, «tradizionale,  autoctona o…?». La parola che completa il quesito la suggeriamo noi: tracciabile.

Sgombriamo il campo da equivoci. Purché se ne faccia uso, siamo favorevoli all’impiego della lana di ogni origine e in ogni declinazione, tuttavia è opportuno fare alcune distinzioni. Non entriamo al momento nel dibattito su temi scottanti di cui avremo modo di parlare più avanti, dai percorsi intercontinentali cui la lana è sottoposta (chi lo direbbe che parte di quella italiana, per fare un esempio, percorre le rotte dell’Est asiatico per ritornare in Europa trasformata e miscelata a quelle longitudini?) alla tutela di chi la lavora (infortuni, malattie professionali, retribuzioni e tutele sociali, lavoro minorile), fino alle conseguenze sull’ambiente di preparazioni, tinture e finiture, quando trasformata in contesti aggressivi e non controllati. Soffermiamoci invece sulla semplice analisi dei tre aggettivi in questione.

Tradizionale

In senso lato con questo termine ci si riferisce a una lana – o a volte, per i meno attenti, semplicemente a un filato – di qualunque composizione, che si trova disponibile comunemente sul mercato. Ne apprezziamo il colore, la mano, le caratteristiche tecniche e il prezzo, elementi che valutiamo al momento dell’acquisto avendo più o meno in mente l’oggetto che vorremmo vedere realizzato. Non ci interessa l’origine del prodotto e non prendiamo in considerazione gli indicatori sociali e ambientali che lo caratterizzano. Ci piace o meno, ci serve o meno, e nulla più.

Autoctona

Alcuni tra i consumatori più sensibili si stanno ponendo alcune domande relative alla filiera, dalla cura nell’allevamento dei capi alle condizioni degli allevatori, dalle modalità di raccolta e compensazione economica delle parti alla produzione dei semilavorati, fino alla manodopera che li crea e alle tutele dell’ambiente. In alcuni casi, affinando lodevolmente la conoscenza del ciclo, riescono pur con difficoltà a mettere le mani su proposte di “lane autoctone”.

Sembra ragionevole ipotizzare che prodotti con tale denominazione si troveranno, a breve, in quantità. Consentiteci tuttavia il dubbio che l’indicazione “lana autoctona” non necessariamente sottenda una filiera virtuosa: spesso si riferisce solo a un’uniformità di razza o a una sorta di denominazione di origine geografica. Nulla a che vedere con un progetto di più ampio respiro che valorizzi, tuteli e compensi tutti gli attori del ciclo.

Tracciabile

Questa ci sembra la chiave di volta nel processo di acquisizione di una corretta responsabilità di acquisto. Conoscere l’area di provenienza della materia prima è già un passo importante, ma sapere il nome degli allevatori, la stagione della tosa, le aziende che l’hanno lavorata, poter stimare i chilometri necessari per i trasporti e impostare un bilancio socio-ambientale comparato, ci sembra un passo decisamente più significativo e corretto.

Non abbiamo dubbi. Tra la tradizionale e l’autoctona, scegliamo la lana tracciabile.


L’insostenibile leggerezza della sostenibilità

«Aggettivo. Che si può sostenere». Così, con le variazioni del caso, recitano i vocabolari alla voce “sostenibile”. Tuttavia, comunque lo si analizzi, l’aggettivo non implica necessariamente che il sostantivo si sostenga davvero: semplicemente indica che questo è strutturato in modo tale da potersi sostenere. Un’indagine più mirata suggerisce di considerare come, nel caso dello sviluppo, questo sia sostenibile quando «compatibile con l’equità sociale e gli ecosistemi […], operante quindi in regime di equilibrio ambientale».

Tralasciando il non marginale contributo degli aspetti relativi alla preservazione della salute degli attori coinvolti (indicazione non riportata nella definizione), che a nostro avviso sono parimenti importanti, resta il dubbio sul fatto che chiunque possa definire un proprio prodotto, una propria filiera, come sostenibile. Fino a prova contraria, naturalmente. In quel caso, forse, basta qualche scusa e tutto può tornare come prima, senza tenere in considerazione l’evidente e deludente conseguenza di aver contribuito a screditare un settore, a ingannare chi agisce in buona fede e ad alimentare un vizioso sistema di business.

Per dirla con un recente intervento di L. Jucker, «gli elementi distintivi con cui i produttori vogliono smarcarsi dal prodotto “industriale”, restano spesso velleitari, ambigui e in definitiva poco significativi. […] Si accentua un certo interesse a qualificare gli articoli per la “filiera corta”, o “a chilometro zero”, da cui provengono, sebbene non sia sempre chiaro da dove si conti la distanza. […] La “ecosostenibilità” [è una] qualità magica che può esser attribuita per fede senza bisogno di dimostrarla. A volte sembra sufficiente che un tessuto sia greggio per dire di avere realizzato un prodotto “eco”».

Ci sembra interessante segnalare anche questo punto di vista sicuramente fuori dal coro. In ogni caso, a ognuno di noi spetta la responsabilità di dare concretamente sostegno alla sostenibilità, informandosi direttamente sulla filiera produttiva, stabilire rapporti umani all’interno di questa e, quando possibile, visitarla personalmente poiché, per dirla ancora con lo stesso Jucker del quale condividiamo l’anelito, si va affermando «un pubblico giovane, curioso e attento alle proposte, che fa ben sperare nel “greening”, più che nel “greenwashing”». In loro, e anche in voi, riponiamo le nostre speranze per una nuova generazione di consumatori finalmente responsabili.

Wools of Europe

L’abbiamo detto più volte: la conservazione della biodiversità è un imperativo etico, un patrimonio da difendere e trasmettere alle generazioni future. La nostra lana, il tesoro che sentiamo il dovere di tutelare e far conoscere, arriva da lontano: ottantasette velli di differenti razze ovine, provenienti da ventisette diverse nazioni europee, alcune in via di estinzione, altre più diffuse, tutte insostituibili nei rispettivi cicli ambientali.

Per valorizzare ulteriormente questa preziosa risorsa, guidati dall’infaticabile Marie Thérèse Chaupin di Atelier Laines d’Europe, abbiamo ottenuto dalla generosità appassionata di mani e ingegni d’Europa (prediligendo quelli considerati più “marginali”) alcuni manufatti straordinari. Dall’Islanda alla Grecia, dal Portogallo all’Estonia passando per i Balcani, Francia, Slovacchia, Olanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Romania, abbiamo raccolto una collezione di centinaia di capolavori unici, ciascuno dei quali porta la firma dell’autore, artigiano, università, cooperativa o artista che lo ha creato. Nomi, cognomi e recapiti di ciascun produttore di questa filiera, che sappiamo virtuosa, diventano un argine alla deriva dell’anonimato. Siamo convinti che sostenerne il lavoro rappresenti un tassello per rendere più sostenibili anche le nostre esistenze.

Affinché il sapere e il saper fare non vadano dispersi, con l’esposizione Wool of Europe – una mostra in perenne movimento che solo nei rari momenti di riposo è conservata nella nostra sede di Miagliano – portiamo in “pellegrinaggio” calzature in feltro dalla Bosnia Herzegovina, cuscini imbottiti dalla Svizzera, tappeti dalla Repubblica Ceca, sciarpe e guanti dalla Germania, copricapi dal Regno Unito, stuoie che riprendono iscrizioni rupestri e giochi arcaici dall’Italia, maglioni coloratissimi sogno di natura dall’Islanda e poi gonne, abiti, arazzi da ogni angolo del vecchio continente. La lana sucida d’origine affianca ogni prodotto finito, a dimostrazione concreta di cosa si può fare con un quello che i regolamenti della Comunità Europea definiscono un “sottoprodotto”.

Ve ne diamo un assaggio, certi di emozionarvi.