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Valentina e i bizzarri ospiti di Wools of Europe


12 dicembre 2011

Oggi l’aria è più natalizia che mai. In ufficio stelline e palline di feltro penzolano ovunque, e un alberello piccino picciò che ho recuperato dalla soffitta ha trovato il suo posto accanto alla mia scrivania ed è stato addobbato fino a scoppiare. Le scrivanie, poi… Anche loro straripano, ma di fogli, fatture e appunti vari. Sembra che non si riesca a fare stare tutto in un solo posto, è pazzesco. L. ormai ha sempre i ferri in mano e sforna campioncini, cappellini, mantelline, scialli. È  una situazione piacevolmente caotica. È il genere di caos che precede le feste, dove tutti diventano frenetici e le strade sono invase da automobilisti storditi che sembrano aver scordato dove si trova il pedale dell’acceleratore! Ma manca poco a Natale e siamo tutti più buoni, no?

V.

13 dicembre 2011

Ho fatto un regalo di Natale al mio computer. Per la gioia del signor L., due graziose casse di discreta qualità che ho trovato in soffitta. Ora finalmente quando il capo non c’è i topini (io e L.) balleranno a ritmo di musica!

V.

14 dicembre 2011

Ma capitano tutti a me! Oggi pomeriggio sono venuti a visitare la mostra due signori piuttosto anziani. Uno alto alto e magro, l’altro decisamente più basso e calvo. Hanno iniziato a parlare del più e del meno con me e L., e ci raccontavano di fatti e misfatti di quando erano giovani. A un certo punto ho fatto per allontanarmi, perché avevo delle cose da fare, e il signore altissimo mi si è avvicinato e ha attaccato una filippica su una sua compagna di classe, che io conosco, su cui a suo tempo aveva fatto un pensierino, ma che poi si era sposata. «Come sta? Vero che è ancora una bella donnina? Un bel carattere, una gran bella persona…». Non la smetteva più! Cosa posso farci io se hai perso l’attimo? Comunque ho cercato di riavvicinarmi a L. e al signore più basso, che mi sembrava meno verboso, e invece la combinazione tra i due è stata come tra la nitroglicerina e la centrifuga: letale. A un certo punto, prima di riuscire a indirizzarli verso l’esposizione, il signore logorroico mi si è avvicinato a un palmo dal naso e mi ha detto: «Ma com’è che non ce n’erano di ragazze così alte ai miei tempi?». No comment. Credo di essermi lasciata sfuggire una risatina imbarazzata… Mezz’ora prima della chiusura, invece, si è presentato un ragazzino di quattordici anni. L’abbiamo accompagnato alla mostra, e intanto L. gli ha chiesto come mai fosse venuto a visitare l’esposizione. Risposta: aveva preso tre insufficienze oggi, e voleva posticipare più possibile il momento della resa dei conti in casa. Non fosse stato per la faccina seria e mortificata che aveva, mi sarei messa a ridere! L. gli ha spiegato che la strigliata era d’obbligo, e non perché la mamma fosse una strega, ma perché la scuola serve a noi per il nostro futuro, e le insufficienze ci devono aiutare a migliorare e a colmare le nostre lacune. Poco dopo gli ha telefonato la madre, infuriata, che gli ha intimato di rientrare a casa. Immediatamente.

V.

15 dicembre 2011

Stamattina sono entrata nel nostro magazzino. Che impressione: i mucchi di lana scelta che albergavano (ormai da quando sono arrivata qui) indisturbati in tutto lo spazio dello stabilimento, ora sono ordinatamente disposte in balloni rettangolari perfettamente incellofanati, tutti rigorosamente divisi per tipologia ed etichettati, pronti per essere mandati al lavaggio. Presto verranno spediti e il magazzino sarà completamente vuoto. E poi? Be’, in primavera cominceremo a ricevere la lana della nuova tosa, e nel frattempo avremo ricevuto tutti i prodotti ottenuti dalla lavorazione della lana della primavera passata.

V.

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Montagne di lana

Pagliosa, barbe, moretta, fine, ordinaria. Con rigore e metodo, frutto dell’esperienza di un’intera vita professionale, il nostro Mario passa a mano uno a uno i velli che gli allevatori portano quotidianamente al nostro centro-raccolta e li separa con sapienza nelle diverse montagne di lana (con relativa indicazione di origine: pancia, schiena, posteriore eccetera) che in questi giorni hanno invaso il magazzino della nostra Wool Company.

Montagne di lana profumata, stipata a mano dentro sacchi dell’immondizia, contenitori di carta già usati per il mangime degli animali da cortile o talvolta in bisacce per lo più lacere e mal chiuse. Lane disomogenee e spesso sporche, che dimostrano quanta strada c’è ancora da fare. Lo sa bene chi è venuto da noi per imparare a organizzare più proficuamente le attività di tosa.

Può sembrare incredibile, ma molto spesso gli stessi allevatori sono i primi a non considerare adeguatamente il valore dei propri velli. La tosa viene vista come un male necessario, un’incombenza da svolgere in fretta e alla meno peggio: tanto prima, tanto meglio. Il risultato è che quando la lana sucida arriva in magazzino necessita di un’importante dose di manipolazione (quella che compete al nostro Mario per l’appunto) per essere adeguatamente suddivisa e destinata agli utilizzi più opportuni.

Per ovviare al problema e consentire all’allevatore una maggiore valutazione commerciale del suo prodotto, il Consorzio Biella The Wool Company ha prodotto un manuale pratico estremamente chiaro, semplice ed efficace. Il testo, preciso ed elementare come qualsiasi documento che voglia veramente servire a qualcosa, è contenuto in due fogli A4 piegati a libretto. Un vero e proprio vademecum della tosa da tenere nel taschino della giacca.

Si parte ribadendo il concetto fondamentale che la lana deve essere considerata una materia prima e che bisogna fare tutto il possibile per garantirle un giusto valore economico e commerciale. Si prosegue poi con le regole generali per la tosa dove, tra le altre, sono ribadite le precedenze: prima i velli più fini, gli animali più giovani, i velli bianchi. Nel documento sono indicate le precauzioni da prendere per evitare l’“inquinamento” da vegetali, le buone pratiche di alimentazione degli animali nelle ore che precedono l’operazione, le corrette modalità di raggruppamento degli ovini e infine le corrette modalità di tosa e imballaggio. Regole semplici alla portata applicativa di chiunque, che non obbligano l’allevatore a sforzi organizzativi particolari consentendogli di raggiungere l’importante obiettivo di valorizzazione della sua lana.

Chi vorrà farci visita, potrà toccare con mano l’effetto concreto di queste attenzioni. Abbiamo fatto realizzare alcuni plaid – simili per lavorazione, forma, dimensioni e trattamenti di finissaggio – derivati in parte da velli raccolti “alla buona” e in parte da un’attività più attenta. Il risultato è evidente alla mano e agli occhi. Per carità, lunghezza media, finezza e resa continueranno a essere appannaggio di operatori professionali in grado di valutare a vista il destino del vello e il nostro Mario continuerà a esserci indispensabile ma, con l’applicazione di poche e chiare regole, si potranno raggiungere concreti miglioramenti. Anche questo è cultura della lana.

Stupido è chi lo stupido fa

Carlo Maria Cipolla l’ha descritto efficacemente nel suo Allegro ma non troppo (Il Mulino, Bologna 1988): gli stupidi costituiscono un gruppo più influente persino di sistemi di potere come le mafie o le lobby industriali. Disorganizzati e senza ordinamento, privi di vertici o statuto, riescono tuttavia a operare con incredibile coordinazione ed efficacia.

Le cinque leggi fondamentali sulla stupidità sono troppo argute per non meritare di essere citate.

 1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.

3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.

4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.

5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Preso atto e condivisa la definizione data al punto 3, è evidente che ci troviamo sempre più spesso a vivere sollecitazioni “stupide”. Come definire altrimenti le proposte d’acquisto di prodotti griffati o di pret-a-porter frutto di transazioni di velli spesso poco chiare, produzioni talvolta dubbie, decine di migliaia di chilometri di trasporti, lavorazioni all’altro capo del mondo? Danni per noi stessi, il nostro ambiente, gli ecosistemi, le economie, il futuro.

D’altro canto, per quanto riguarda la lana, l’abbandono sui campi o nei fossi delle tose italiane ed europee o la loro vendita sottocosto ai mercati internazionali è una pratica ancora, purtroppo, estremamente diffusa e di conseguenza la difficoltà di reperire prodotti tracciabili – e quindi fare scelte virtuose – è ancora estremamente elevata.

A Parma, al Forum Internazionale della Creatività Tessile “Italia Invita”, ce l’hanno confermato in molti provenienti da altre latitudini, di fatto tutti coloro che con gli allevatori (e non solo con le cartoline dei loro stereotipi) convivono e lavorano: la pratica è diffusa e, di fatto, è diventata una costante. Complice la fame di lana sui mercati, specie quelli dell’Est, quest’anno sono state ventilate proposte di acquisto di sucido a qualche centesimo in più, tuttavia in un contesto di totale assenza di progetto e programmazione del futuro.

Tutti i giorni, soprattutto in questo periodo di tosa, i pastori che ci conoscono e sanno come lavoriamo ci portano i loro velli, sapendo che da noi i frutti del loro lavoro non finiranno in discarica. Soprattutto si stupiscono del filato dell’anno scorso, della mano di quel filo che i più, anche quelli che la sanno lunga, consideravano impossibile da ottenere. Lo stupore non cede alle tentazioni e, nella maggior parte dei casi, questi produttori preferiscono seguire la loro lana nel suo percorso di valorizzazione anziché pensarla in viaggio verso l’Oriente e ritorno.

Ovviamente, queste persone non rientrano nel catalogo della stupidità di Cipolla. L’autore infatti identifica nel suo libro altre tre tipologie umane: quella degli sprovveduti, ovvero coloro che danneggiando se stessi avvantaggiano altri, quella dei banditi, che danneggiano gli altri per trarne vantaggio, e infine quella che accomuna i comportamenti intelligenti, di chi trae un beneficio avvantaggiandole persone con cui si relaziona. I produttori responsabili appartengono a quest’ultima categoria e chissà che giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, non riusciamo a farne parte tutti.

Un giorno da pecora

Vi abbiamo già mostrato le foto del nostro Primo maggio dal barbiere insieme alle Prealpes du Sud. Discendenti da razze siriane, queste pecore sono originarie degli altopiani profumati di lavanda a cavallo dei dipartimenti di Drome, Ardeche e Haute Alpes. Rapida a saziarsi, pigra nel movimento, il ventre basso e le orecchie corte: l’aspetto più evidente della pecora Prealpes du Sud è il petto, privo di fibra. Pare che questa conformazione serva a limitare il fastidio dei vegetali che nell’erba alta altrimenti si aggrapperebbero fastidiosamente al ventre. La ricoprono lunghe fibre dalla groppa e dai fianchi, rendendola elegante come se fosse vestita con un abito lungo.

Una parte delle pecore ci aspettava in stalla a Caluso, mentre abbiamo incontrato le altre tra l’alta Valle Susa e il Briançonnais, migrate ai pascoli alti per la stagione estiva dopo l’inverno trascorso ai piedi del monastero di Bose. Tendenzialmente sedentaria, questa razza ha dovuto adattarsi alle esigenze degli allevatori che l’hanno portata fino ai pascoli d’alta montagna.

In quel di Caluso, abbiamo aiutato il nostro amico Ezio a prelevare le pecore dal recinto una alla volta, con perizia consumata, aiutandosi con il pastorale, per poi passarle a Giuseppe che, lesto di mano, ha tolto loro il cappotto con abilità tale da consentire la perfetta integrità della consistenza del vello. Analoga attività si è svolta a Bose, dove gli animali hanno dimostrato pazienza e umiltà quasi monastiche.

Questa mitezza è pareggiata dalla scarsità della fibra: con un chilo, un chilo e mezzo di sucido da ogni pecora, il prodotto della tosa è stato di 100-150 kg di lana, non di più. A segnalare la presenza degli agnelli, qualche chilo di vello particolarmente corto e fine, le cui estremità della fibra erano raccolte a punta, segno che prima di allora quegli animali non erano mai stati tosati.

I cento chili di Ezio unitamente ai duecento di Giuseppe non forniranno più di 130-150 kg di filato, ma tra noi e quella lana sucida è stato amore a prima vista: l’abbiamo comprata e quanto prima la metteremo in lavorazione per poterne disporre. Chi vorrà, a settembre potrà utilizzare questa fibra che a partire da oggi inizia la sua gestazione: verrà privata di vegetali e residui organici, selezionata per finezza, lavata, pettinata, filata, trasformata in matassa o avvolta su rocca e, se sarà possibile viste le ridotte quantità a disposizione, suddivisa in due parti di differente mano e colore. Un percorso di circa quattro mesi, sulla cui evoluzione non mancheremo di aggiornarvi.

Liscia, gassata o…?

«Liscia, gassata o…?» ovvero, per restare più in tema, «tradizionale,  autoctona o…?». La parola che completa il quesito la suggeriamo noi: tracciabile.

Sgombriamo il campo da equivoci. Purché se ne faccia uso, siamo favorevoli all’impiego della lana di ogni origine e in ogni declinazione, tuttavia è opportuno fare alcune distinzioni. Non entriamo al momento nel dibattito su temi scottanti di cui avremo modo di parlare più avanti, dai percorsi intercontinentali cui la lana è sottoposta (chi lo direbbe che parte di quella italiana, per fare un esempio, percorre le rotte dell’Est asiatico per ritornare in Europa trasformata e miscelata a quelle longitudini?) alla tutela di chi la lavora (infortuni, malattie professionali, retribuzioni e tutele sociali, lavoro minorile), fino alle conseguenze sull’ambiente di preparazioni, tinture e finiture, quando trasformata in contesti aggressivi e non controllati. Soffermiamoci invece sulla semplice analisi dei tre aggettivi in questione.

Tradizionale

In senso lato con questo termine ci si riferisce a una lana – o a volte, per i meno attenti, semplicemente a un filato – di qualunque composizione, che si trova disponibile comunemente sul mercato. Ne apprezziamo il colore, la mano, le caratteristiche tecniche e il prezzo, elementi che valutiamo al momento dell’acquisto avendo più o meno in mente l’oggetto che vorremmo vedere realizzato. Non ci interessa l’origine del prodotto e non prendiamo in considerazione gli indicatori sociali e ambientali che lo caratterizzano. Ci piace o meno, ci serve o meno, e nulla più.

Autoctona

Alcuni tra i consumatori più sensibili si stanno ponendo alcune domande relative alla filiera, dalla cura nell’allevamento dei capi alle condizioni degli allevatori, dalle modalità di raccolta e compensazione economica delle parti alla produzione dei semilavorati, fino alla manodopera che li crea e alle tutele dell’ambiente. In alcuni casi, affinando lodevolmente la conoscenza del ciclo, riescono pur con difficoltà a mettere le mani su proposte di “lane autoctone”.

Sembra ragionevole ipotizzare che prodotti con tale denominazione si troveranno, a breve, in quantità. Consentiteci tuttavia il dubbio che l’indicazione “lana autoctona” non necessariamente sottenda una filiera virtuosa: spesso si riferisce solo a un’uniformità di razza o a una sorta di denominazione di origine geografica. Nulla a che vedere con un progetto di più ampio respiro che valorizzi, tuteli e compensi tutti gli attori del ciclo.

Tracciabile

Questa ci sembra la chiave di volta nel processo di acquisizione di una corretta responsabilità di acquisto. Conoscere l’area di provenienza della materia prima è già un passo importante, ma sapere il nome degli allevatori, la stagione della tosa, le aziende che l’hanno lavorata, poter stimare i chilometri necessari per i trasporti e impostare un bilancio socio-ambientale comparato, ci sembra un passo decisamente più significativo e corretto.

Non abbiamo dubbi. Tra la tradizionale e l’autoctona, scegliamo la lana tracciabile.


La turbopecora

Pensiamo ai motori turbo. Al loro avvento, molti non riuscivano a capacitarsi dell’apparente contraddizione che rappresentavano. Una falsa interpretazione del principio di conservazione dell’energia arroccava molti ingenui nella ricerca dell’errore intrinseco alla promessa di minori consumi con maggiori prestazioni.

«È impossibile» era l’esclamazione più ricorrente. Quello che sfuggiva era il concetto di spreco, di cui il turbo non costituiva null’altro che una riduzione.

A distanza di anni l’individuazione dello spreco, che per alcuni è una costante esistenziale, non ha ancora fatto breccia nel pensiero comune. Anche la lana autoctona soffre di questo vizio. I pastori traggono reddito principalmente dalla macellazione. La lana, contrariamente a ogni buon senso, è spesso considerata un rifiuto. La pecora deve essere tosata per restare in salute ma, normalmente, il ricavo della vendita del vello non raggiunge il costo della tosa.

Il risultato sono smaltimenti non ortodossi o vendite sottocosto; in ogni caso perdita di identità, di valore, di reddito, di tracciabilità, fino ad arrivare all’indicazione, riportata per numerose specie ovine sugli annali di agraria alla voce “Lana”: «Non utilizzata. Questa produzione incide solo negativamente sul bilancio aziendale».

Invece, lavorare la lana di pastori proprietari di piccole greggi non commercialmente pregiate, specie transumanti e nomadi, costituisce un atto concreto di intelligenza, intesa come guadagno da parte di tutti gli attori coinvolti e come investimento per il futuro. Un maggior numero di pastori significa pascoli al posto di discariche o terreni incolti, scenari più gradevoli allo sguardo, torrenti governati che non tracimino a ogni piena, tutela di razze in via di estinzione, preservazione di una sapienza millenaria e prospettive future per le nuove generazioni.

La dignità è un valore da coltivare ed è abbondante sull’alpeggio. Spetta a ciascuno di noi scendere in campo, mettersi in gioco e divulgare una nuova cultura. Al di là dei facili proclami, è bello pensare che sia compito di ognuno operare per realizzare un progetto sociale, immaginare un futuro diverso, più equo, più eco, più pulito, più dignitoso per tutti.

Il ciclo della lana: selezione e scarto

La selezione della lana riveste un capitolo fondamentale nella definizione del ciclo laniero. Prima di essere lavorata, la lana tosata (chiamata in gergo “sucido”) viene lasciata riposare al caldo, al fine di favorire la fluidità delle fibre intrappolate nel grasso del pelo, e sottoposta a un accurato esame da parte di una figura professionale ormai in via d’estinzione, lo scartino.

Un tempo, per trasformare i giovani apprendisti in esperti conoscitori, ci volevano in media cinque anni, l’equivalente di un’odierna laurea magistrale. Al termine di tale periodo, gli allievi sapevano riconoscere razza e origine del vello della pecora, età e condizioni di salute dell’animale e stagione di tosa, e valutare la finezza della fibra, la resistenza, il diametro, la resa in termini di prodotti di scarto, la quantità di grasso contenuto nella lana, e soprattutto la migliore destinazione di quel vello ancora così grezzo al fine di trarne il miglior prodotto possibile.

Per farlo, è indispensabile avere sensi allenati. A occhio la fibra viene separata in base alle ipotesi di lavorazione, il tatto consente di preventivarne resa (quanta lana e quanto scarto), morbidezza e il contenuto in grasso, l’udito restituisce la resistenza della lana fatta vibrare tesa tra le dita, l’olfatto definisce la qualità e individua eventuali problematiche d’origine. Tutti i sensi insieme permettono di tracciare un profilo empirico della fibra più rapidamente e accuratamente rispetto a qualsiasi analisi di laboratorio.