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Il miglior amico del pastore

© canedioropa.jimdo.com

«Pasa darè Birba, pasa via!» [Va’ dietro Birba, vai!]. Docile e scattante, il cane fende l’erba alta della brughiera – che non è una prerogativa esclusivamente britannica ma anche della nostra Italia – per cogliere, insieme al comando, lo sguardo del padrone, anzi del capobranco. Birba si precipita a radunare il gregge: impeccabile, elegante, efficace. A lavoro ultimato, ritorna a ricevere la giusta gratificazione per il compito eseguito, una carezza sotto la gola.

Non un morso alla pecora, anche se a volte, specie a quelle più testarde o lente, verrebbe voglia di darne qualcuno, solo per vederle muovere più speditamente ed evitare di disperdere il gruppo, riducendo così il rischio di un assalto.

Discendenti dei lupi, i cani da pastore si sono differenziati dai propri progenitori per vivere con l’uomo e aiutarlo nella sua storia. Originari dall’Anatolia e Mesopotamia sono nati, cresciuti ed evoluti con pecore e pastori. Storie intime di vita comune, di passi raminghi, di transumanze che partendo da quelle terre sono giunte alle nostre latitudini.

Da pascolo” e “da sorveglianza”: i cani si sono specializzati in due distinte branche. I primi mantengono radunato il gregge lungo i suoi spostamenti, i secondi vegliano sulla sicurezza durante la notte o nei rari momenti di pausa. Inclinazioni innate che solo la sapienza esperienziale dell’allevatore sa riconoscere già nei cuccioli, instradati al futuro più proficuo per quella comunità. Incroci sapienti tra maschi e femmine più dotati, geni concessi solo per simpatia, mai per denaro.

Il dizionario Hoepli attribuisce alle sole pecore il significato del termine “gregge”. Non siamo d’accordo: il gregge si completa con i cani, gli asini e i pastori. In questo caso è giusto parlare di comunità, gruppi di anime che si amano, si rispettano, evolvono insieme. Come ogni vero affetto silenzioso, lontano dal vociare delle masse (queste sì, vere greggi) e che si riconosce solo quando si perde o si rischia di perderlo, così queste comunità discrete ci ricordano solo timidamente la loro esistenza e di rado urlano il disagio della marginalità mantenendosi fedeli a una storia millenaria di servizio all’uomo ed alla sua società.

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Tacoli e Tacoler [Pecore e Pastori]

Furbesco. Così, in mancanza di sinonimi più felici (e questo la dice lunga), veniva chiamato il linguaggio comune che ha rappresentato una vera koinè pastorale in tutto l’arco alpino. La slacadura du tacoler, la “parlata dei pastori di pecore”, era una lingua di difesa che affratellava nella durezza della quotidianità i pastori di ogni regione al di qua e al di là delle Alpi. Una lingua sobria, essenziale, sempre all’erta, proprio come le vite dei pastori, delle greggi, degli insostituibili cani. La visione di un pascolo libero, non segnato da ceppi di confine, capace di annullare le frontiere grazie a un’unica parlata, senza bisogno di proclami, regolamenti, commi e codicilli.

Pecore”, “sbirro”, “taci!”: queste le parole chiave del furbesco, pronunciate sempre a voce bassa e con l’imprescindibile mimica del volto a supplire la limitatezza del vocabolario. Fonte di fascino per quelle esistenze raminghe, e insieme di diffidenza verso i transumanti, padroni del loro gregge e del loro tempo e per questo visti con sospetto. La vita ai margini, la lentezza, l’acume esperienziale, il contatto con la natura primordiale, la lontananza dalle mode, le mani avvezze al miracolo della vita nascente e a quello della morte: inevitabile che esistenze simili comportassero diffidenza e timore nei confronti dei “normali”, e un conseguente bisogno di protezione, di comunità. Nulla di furbesco, insomma.

Negli anni Sessanta, con una straordinaria intuizione, Sergio Trivero ha immortalato in una poesia un momento di quotidianità pastorale, utilizzando questo linguaggio arcaico.

La stra’ dla corda

’N tal bait
la gnarella
a la patum-a.
Merni e tacoli
– na poncia –
sa spatero ’n tal pranscët.
Mi, ran dla caroa
i oacc;
sotta ’n deir
na strëuo sbordì,
tamagneu
dla plucca driccia.
’Ndocca ’n tasch:
– contacc la béra! –
l’é vej la diccia:
L’é temp d’ariorda,
tasca buss!
che a l’amburn-a
ij volo j’anime
e a colio ’l sion
’n sla strà dla corda.

(Barba Sergio Trivero)

La cresta della montagna – Nella stalla / la piccola / dorme. / Vacche e pecore, / – un gregge – / brucano nel prato grasso. / Io, al bordo del sentiero / osservo; / sotto un masso erratico / un po’ spauriti, / agnelli / col pelo ritto. / Allora capisco. / – accidenti alla vecchia! – / è vero il detto: / È giunto il tempo della fienagione, / taci! / che all’imbrunire / le anime volano / e piegano il foraggio / sulla cresta della montagna. (Sergio Trivero)

Amore senza peccato

Un quintale circa di peso, lo sguardo pacifico e mansueto, il carattere abituato agli umori scostanti dell’uomo. Essenziale come la sua terra e suoi abitanti, orecchie lunghe e basse, tozza e resistente. È la pecora biellese, che gli specialisti identificano come ovis aries sudanica, comunemente detta anche piemontese alpina.

La biellese giunge ai piedi delle Alpi dall’Asia Minore, dopo secoli di viaggio e incroci, al seguito delle popolazioni transumanti mediorientali. Stando a Massimino Scanzio Bais, è probabile che il vello rustico di queste pecore verso il 1100 abbia fornito la materia prima per i panni degli Umiliati, che «per i loro voti di povertà e il loro carattere popolare trascuravano le produzioni fini». Sembra anche che le stesse, la sera del 23 marzo 1307, abbiano assistito al crollo delle ultime resistenze degli eresiarchi di fra Dolcino.

Solo nel 1600 viene censita nei registri di pastorizia e bestiame biellese e riconosciuta come razza. Nel 1768 fornisce il filato per produrre più di millecinquecento paia di calze al giorno destinate all’esercito del re Carlo Emanuele III. Come ancora racconta Scanzio, «uomini, vecchi, donne e bambini di Pettinengo e Camandona lavoravano a tempo perso la maglia, alla sera mentre attendevano nella stalla l’ora di andare a letto. Le ragazzine sferruzzavano mentre conducevano le bestie al pascolo. Forse sferruzzavano anche gli innamorati mentre stavano tubando. Anzi c’era allora un proverbio secondo il quale “amore con la calza è amore senza peccato”».

Quasi estinta nel dopoguerra, la biellese ritrova vigore a partire dagli anni Sessanta e riesce, nonostante gli incroci casuali, ad arrivare ai giorni nostri.

La pecora biellese non è stanziale, il suo carattere predilige la transumanza e i suoi pastori praticano ancora forme arcaiche di nomadismo. Il suo vello, da tempi immemorabili è stato soggetto alle più svariate lavorazioni, nobili e meno, e solo negli ultimi decenni è stato destinato a imbottiture e tappeti tralasciando le più onerose tecniche di pettinatura: le esperienze di filatura hanno prodotto in tempi recenti quantità amatoriali di cardato, sobrio, rustico e introvabile.

Fino a oggi.

Ma questa è un’altra storia da raccontare…

[continua]