Archivi tag: valorizzazione

Ritorno a casa


The Wool Box presenta Asterischi*, la nuova rubrica curata da ElisaNata a Busto Arsizio, mamma del piccolo Lorenzo di sei mesi, Elisa si è diplomata al liceo sperimentale e ha lavorato per diciassette anni in banca, durante i quali si è laureata in scienze dell’educazione. Dopo un’esperienza di un paio d’anni nel sociale, un radicale cambiamento di vita l’ha portata in Namibia. Fino al rientro non programmato nel biellese, dove tutt’ora risiede. Appassionata di cucito e assemblaggio tessuti, realizza creazioni con le sue galline.

Sono le sei del mattino. Riva Valdobbia è in fermento per l’annuale Fiera di San Michele, un tempo fiera del bestiame, riconvertita oggi in una colorata e frequentata festa dell’artigianato. Quest’anno, anziché con il mio adorato pollaio di stoffa riciclata, sono qui in veste di ambasciatrice per The Wool Box, con coperte, gomitoli, manufatti in feltro (tutta lana proveniente dai pascoli biellesi e valsesiani) e tanta voglia di raccontare una bella storia.

Molti gli sguardi curiosi. Li lascio avvicinare, toccare i filati, annusare la lana, accarezzare coperte… E poi non si resiste: ci sorridiamo e le parole scorrono da sole e raccontano di questa interessante realtà a due valli da qui. Il recupero di tose che andrebbero perse perché troppo esigue per essere lavorate con la giusta convenienza, la salvaguardia delle piccole, importanti razze autoctone, l’obiettivo di raccogliere i velli delle centinaia di razze ovine europee, la ricerca e la valorizzazione delle piccole produzioni artigianali legate alla lana, l’entusiamo, i progetti, i corsi… Lascio i pieghevoli con l’indicazione del sito («Così potete dare un’occhiata») e raccolgo gli indirizzi mail di chi vuole essere informato su ciò che accade. Sono qui per raccontare eppure, come spesso accade, mi ritrovo ad ascoltare.

Ascolto la storia del signor Mario, radici biellesi e una vita passata nei lanifici. «Questa sì che la riconosco, questa è la nostra lana, un pò ruvida, ma vuole mettere! Perchè, sa, adesso si usano tutte quelle lane morbide, che sono calde, per carità! Ma con quelle fibre così corte non si possono certo ottenere filati resistenti. Non lo vede che tutti i maglioni di cachemire hanno le toppe ai gomiti? Una volta i maglioni duravano una vita…». Al signor Mario non lascio nessun pieghevole. Tra le mani ha il suo bastone e in tasca la nostra lanosofia ben radicata. Di una tastiera non saprebbe che farsene.

Poi c’è il marito di Annette, tanti anni nei rifugi di montagna dove «le coperte erano proprio tutte così, come queste: lana un po’ cruda, ma calda e soprattutto resistente, eterna». Calore, e qualcosa che non sia effimero: tutto quel che cerca chi arriva lassù, dopo la fatica del sentiero.

Una piccola signora, mani nodose e una nuvola di capelli bianchi, si avvicina ai gomitoli e come mossa da un gesto istintivo, vi affonda le dita e gli occhi si perdono dietro chissà quali ricordi, quasi commossi, come se tornassero a casa. «La lana di una volta…». Ogni parola sarebbe di troppo, cerco di ascoltare la sua emozione. E la ringrazio.

E poi c’è Luca, appassionato frequentatore della valle, nessuna “storia di una volta” da raccontare, ma forse una nuova storia da scrivere attorno alla coperta che decide di regalarsi. «La compro per la baita in Val Vogna!». La conosco quella baita, è a Cà Vescovo, una manciata di casette lungo il sentiero della Val Vogna, che si animano la domenica grazie alla voglia di evasione da cui nessuno di noi è immune. Su una pietra ai piedi dell’ingresso c’è la data di costruzione: 1866. Scommetto che la baita ne ha già viste di coperte così. È probabile che le abbia persino viste nascere, giù nella stalla, alla luce di una candela, tra le mani di una donna che filava di sera. E non posso evitare di fantasticare che, presto, fuori da quella porta, passerà un gregge in discesa verso l’ovile caldo dell’inverno. Sarà proprio quello che ha donato il vello per la coperta di Luca? Mi piace immaginare che sia così e che, una volta ogni tanto, il prodotto di una terra ritorni a casa propria.

Tra tanti incontri, scambi e parole, la giornata è scivolata via. Carico in macchina le mie lane e le mie storie e punto in direzione casa: la valle in discesa, una fila di artigiani e di curiosi che si muove insieme a me, a farmi compagnia. Poi, all’improvviso, tutti fermi. Che succede? Che bello, la transumanza! (E qui, la penna di chi scrive, vorrebbe tanto trasformare la mandria di mucche in arrivo in un bel gregge di pecore, per donare alla storia un finale perfetto! Ma la penna, e la coscienza, si inchinano entrambe alla verità). Arrivano i pastori, in famiglia: bambini sorridenti sul dorso delle mucche, ragazzi che badano all’ordine con energia e con l’aiuto dei fedeli amici a quattro zampe, gli adulti, attenti, stanchi, appagati: in ogni ruga una stagione, in ogni passo la fatica di chi non molla. Il caldo sta per finire, i pascoli hanno donato la loro ricchezza, è tempo di rientrare. A voi, amici preziosi, buon ritorno a casa.

La lana: rifiuto o risorsa?

Strano come le intuizioni spesso disertino gli ambienti riservati alla speculazione intellettuale e si manifestino invece dove nessuno se l’aspetterebbe. Come quando la signora del bar, nell’allungarci la quotidiana tazzina di caffè, coglie l’occasione per chiederci se anche noi partecipiamo al progetto di bonifica degli oli sversati in mare attraverso l’impiego di lana sucida. Centellinato il prezioso liquido, la risposta (cristallina quanto l’immancabile “selzino”) è immediata: «No. Noi ci occupiamo di valorizzare la lana e favorire gli allevatori».

Non si tratta di una reazione emotiva, ma di un’esternazione su un tema lungamente meditato e divenuto patrimonio comune del nostro gruppo. Beninteso, nessun pregiudizio in merito a iniziative e brevetti che potrebbero costituire una soluzione a problematiche contingenti di straordinaria portata. Si tratta solo di operare gli opportuni distinguo. Secondo le dichiarazioni rilasciate dall’ideatore del brevetto, riportate in grassetto sulle principali testate giornalistiche internazionali, «il vantaggio economico del progetto sta nel basso costo della lana, ipotizzabile a circa un euro al chilogrammo compresi raccolta e trasporto».

Conoscendo le problematiche, le dinamiche e i costi gestionali di un centro di raccolta della lana, sperimentando quotidianamente l’evoluzione dei costi di trasporto, evitiamo di aggiungere altro: ci sembra che in questo modo venga fornita agli allevatori una soluzione bizzarra e sicuramente poco interessante al problema di ricavare un reddito dai propri velli. In questo modo possono scegliere se svenderli al mercato asiatico, abbandonarli nel bosco o cederli per recuperare del petrolio con cui qualcun altro sarà in grado di realizzare filati sintetici. Analogo ragionamento si presta a essere applicato ad altri contesti sbandierati innovativi, ecologici e solidali, che continuano tuttavia a prevedere scenari immaginifici, sempre a valle dell’allevatore. Tra questi citiamo gli isolamenti termoacustici, i pannelli fonoisolanti per reti viarie, le improbabili imbottiture a tiratura industriale.

Il ragionamento è sempre lo stesso: si tende a considerare la lana come un rifiuto a cui dare una possibilità di reimpiego, e mai una materia prima di valore da selezionare, conservare e proteggere tenendo in considerazione gli occhi, le mani e il contesto di chi giorno dopo giorno ripete un’attività millenaria fatta di fatica, ritualità e preziosi saperi. Un patrimonio che tutti avremmo bisogno di recuperare.

Ben venga quindi ogni sorta di brevetto a favore dell’ecologia. Però, oltre ad arrovellarci su come porre rimedio al disastro ambientale (il più delle volte per proseguire indisturbati la scellerata corsa distruttiva), cerchiamo di non dimenticare che sono proprio quei pastori così bistrattati che possono insegnarci a evitarlo, educandoci a uno stile di vita più sobrio.

Nuove frontiere del lusso

Molto più delle nostre parole, sono i vostri contributi che danno senso e animano questo luogo virtuale. La riflessione odierna nasce da un commento che ci ha colpito, considerato il profilo pubblico dell’autore, la qualità dei prodotti che commercializza e il suo ruolo di esportatore del Made in Italy di cui tutti andiamo fieri. Lo abbiamo assimilato con la necessaria lentezza e ci siamo trovati a riflettere sia sul concetto sia sulla definizione del termine “lusso”.

Stando ai dizionari online il lusso è «sfarzo, fasto, esibizione, sfoggio di ricchezza», oppure «opulenza, abbondanza», «spesa eccessiva o superflua» o «lusso per pochi». Naturalmente non ci siamo riconosciuti, con i nostri prodotti, in nessuna di queste definizioni, eppure un tarlo ha continuato a solleticare i nostri pensieri e alla fine siamo giunti alla considerazione che il termine stesso potrebbe meritare un aggiornamento e un’estensione.

Avendo già assunto a suo tempo la definizione di «comportamento intelligente», senza voler fare concorrenza all’Accademia della Crusca, nelle accezioni di «sfoggio di ricchezza» e «per pochi» proviamo a fornire una nostra personale interpretazione del termine:

Lusso [lùs-so] s.m. In virtù della sua rarità, si usa questo termine per indicare un comportamento intelligente che non mortifichi in alcun modo nessuna delle parti coinvolte in un progetto e che, al contrario, ne valorizzi le singole peculiarità fornendo a ciascuna l’idonea gratificazione

Una definizione adatta ad allevatori e razze in via di estinzione, pascoli e integrazioni di reddito, lavorazioni nazionali rispettose dei dettami della legge, chilometro zero, tracciabilità, prezzi equi, volontà di internazionalizzazione del progetto. Pur nella limitatezza delle nostre competenze linguistiche e semantiche, finora abbiamo parlato – e anche grazie ai vostri contributi intendiamo continuare a farlo – di prodotti di lusso. Anzi, della più avanzata tra le frontiere del lusso, quella dell’intelligenza.

Stupido è chi lo stupido fa

Carlo Maria Cipolla l’ha descritto efficacemente nel suo Allegro ma non troppo (Il Mulino, Bologna 1988): gli stupidi costituiscono un gruppo più influente persino di sistemi di potere come le mafie o le lobby industriali. Disorganizzati e senza ordinamento, privi di vertici o statuto, riescono tuttavia a operare con incredibile coordinazione ed efficacia.

Le cinque leggi fondamentali sulla stupidità sono troppo argute per non meritare di essere citate.

 1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.

3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.

4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.

5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Preso atto e condivisa la definizione data al punto 3, è evidente che ci troviamo sempre più spesso a vivere sollecitazioni “stupide”. Come definire altrimenti le proposte d’acquisto di prodotti griffati o di pret-a-porter frutto di transazioni di velli spesso poco chiare, produzioni talvolta dubbie, decine di migliaia di chilometri di trasporti, lavorazioni all’altro capo del mondo? Danni per noi stessi, il nostro ambiente, gli ecosistemi, le economie, il futuro.

D’altro canto, per quanto riguarda la lana, l’abbandono sui campi o nei fossi delle tose italiane ed europee o la loro vendita sottocosto ai mercati internazionali è una pratica ancora, purtroppo, estremamente diffusa e di conseguenza la difficoltà di reperire prodotti tracciabili – e quindi fare scelte virtuose – è ancora estremamente elevata.

A Parma, al Forum Internazionale della Creatività Tessile “Italia Invita”, ce l’hanno confermato in molti provenienti da altre latitudini, di fatto tutti coloro che con gli allevatori (e non solo con le cartoline dei loro stereotipi) convivono e lavorano: la pratica è diffusa e, di fatto, è diventata una costante. Complice la fame di lana sui mercati, specie quelli dell’Est, quest’anno sono state ventilate proposte di acquisto di sucido a qualche centesimo in più, tuttavia in un contesto di totale assenza di progetto e programmazione del futuro.

Tutti i giorni, soprattutto in questo periodo di tosa, i pastori che ci conoscono e sanno come lavoriamo ci portano i loro velli, sapendo che da noi i frutti del loro lavoro non finiranno in discarica. Soprattutto si stupiscono del filato dell’anno scorso, della mano di quel filo che i più, anche quelli che la sanno lunga, consideravano impossibile da ottenere. Lo stupore non cede alle tentazioni e, nella maggior parte dei casi, questi produttori preferiscono seguire la loro lana nel suo percorso di valorizzazione anziché pensarla in viaggio verso l’Oriente e ritorno.

Ovviamente, queste persone non rientrano nel catalogo della stupidità di Cipolla. L’autore infatti identifica nel suo libro altre tre tipologie umane: quella degli sprovveduti, ovvero coloro che danneggiando se stessi avvantaggiano altri, quella dei banditi, che danneggiano gli altri per trarne vantaggio, e infine quella che accomuna i comportamenti intelligenti, di chi trae un beneficio avvantaggiandole persone con cui si relaziona. I produttori responsabili appartengono a quest’ultima categoria e chissà che giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, non riusciamo a farne parte tutti.

Missione lana

La sensibilità per la lana va ben oltre il «mi punge» che – alzi la mano chi non lo ha mai detto alla mamma da bambino, magari tra le lacrime – ha caratterizzato un’epoca. Conoscere l’origine di un bene, poter risalire concretamente ai volti, alle mani, agli ingegni che hanno partecipato alla sua nascita, diventando consapevoli di fare parte attiva di una catena virtuosa, assume un valore che supera l’oggetto e ne disvela l’essenza, l’anima.

L’impegno per il recupero delle lane autoctone, per la scoperta, valorizzazione e visibilità delle lavorazioni sapienziali, per la partecipazione attiva di ciascuno al sostegno di un presente ecologico e sostenibile, ci sta mettendo in contatto con appassionati di lavoro a maglia, allevatori, veterinari, esponenti di comunità montane, sostenitori di mercati eco-solidali, associazioni, blogger e idealisti, tutti uniti dalla comune sensibilità per la lana. Le vostre email, le richieste di approfondimento, le segnalazioni di interesse, i percorsi che ci avete suggerito, le iniziative a cui ci avete invitato, sono un’ulteriore conferma della necessità di avviare un progetto comune per la tutela e la diffusione della cultura della lana.

Come anticipato nel post post precedente, abbiamo investito nella produzione di un filato autoctono, biellese, prodotto a partire dalla lana delle pecore che pascolano sulle montagne di casa nostra. Nel corso di quest’anno vorremmo, anche con la vostra partecipazione, attivare altre iniziative analoghe, tante quanti saranno gli allevatori che vorranno sposare la nostra idea di valorizzazione, tante quante saranno le attività in via di estinzione che individueranno in noi un supporto per sopravvivere agli tsunami omologanti.

Per questo vi invitiamo a informarvi sulle greggi, parlare con i pastori, appassionarvi alle loro storie, fare vostre le loro difficoltà e prospettive. Segnalateci le situazioni che vi sembrano interessanti, gli armenti che ritenete da salvaguardare, scoprite le attività locali che uniscono passione, tradizione e sapienza, informateci sui progetti che condividono la nostra “lanosofia“: abbiamo in cantiere numerose iniziative che man mano vi presenteremo e in cui saremo felici di coinvolgervi.