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Aspettando il Natale con Valentina


28 novembre 2011

Ancora si avverte lo strascico benefico della forte presenza di Agostina qui a The Wool Box. Sembra tra l’altro che si possa già parlare di una prossima data per il corso di feltratura manuale, magari in primavera. Ne sarei davvero felice. Oggi abbiamo lavorato alle nuove foto ambientate tra i colori d’autunno, e finalmente sono pronte anche quelle! Sto anche imparando alcuni rudimenti di contabilità, ma è piuttosto difficile. Il mio stage è quasi giunto al termine, e si avvicina la resa dei conti: il momento in cui dovrò dimostrare di aver imparato qualcosa di più che caricare due fotografie sul sito e chiacchierare con i nostri amici su Facebook. Comunque vada, sono contenta di questi sei mesi: mi hanno dato tanto e insegnato molte cose.

V.

29 novembre 2011

Tutti con l’influenza. Mi sembra di sentire starnutire e tirare su col naso dappertutto. Spero solo di riuscire ad evitarla quest’anno. Stasera devo immergermi nella ressa di Biella per comprare qualcosa per il compleanno di mia madre e per ultimare i regali di Natale. Muoversi nel traffico natalizio è uno strazio, sembra che la gente si dimentichi come si fa a guidare. Tutti hanno la precedenza, tutti hanno fretta e tutti cercano parcheggio puntualmente dove lo cerchi anche tu! Per questo di solito cerco di aver già fatto tutti i regali a fine novembre, in caso contrario potrei rischiare un esaurimento nervoso!

V.

01 dicembre 2012

Abbiamo l’albero di Natale! Il signor L. è andato a comperare un abetino vero su cui appendere le palline di lana e i Babbo Natale lavorati a mano e, chissà, magari anche le pecorelle col maglione. Sono così graziose… in ceramica, completamente lavorate a mano, così come le teste dei Babbi. Abbiamo anche delle ciotoline in ceramica dove si può appoggiare il gomitolo mentre si lavora a maglia, in modo che non rotoli sotto il divano. Io ne ho presa una: sto lavorando a dei guantini multicolore ed è un macello tra fili e gomitoli!

V.

2 dicembre 2011

Oggi è stata una giornata molto bella. Stamattina ho fatto colazione in cremeria con la mia amica del cuore, Ilaria. Poi, dopo una scappata veloce a casa a recuperare stivali, jeans e maglione per montare la cavallina, sono andata direttamente su. Quando l’ho recuperata dal suo recinto era impanata come una bistecca, e mi ci sono voluti 45 minuti per renderla presentabile. Non potevo certo metterle la sella sporca com’era, nonostante la pellaccia robusta e il pelo invernale si sarebbe piagata. Era la prima volta che la montavo da sola, e la seconda che la montavo in assoluto, e mi ha fatto un regalo grandissimo. Sono salita in sella dentro il recinto fangoso in cui si rotola abitualmente, ma il terreno è in discesa e il fango la faceva scivolare. Così siamo uscite e abbiamo raggiunto il prato subito dietro la sua stalla. Le orecchie diritte, il collo teso e le froge vibranti di curiosità, la cavalla si è avviata di buon passo verso il centro del prato, dove a un comando leggero ha iniziato a trottare in un largo cerchio. Sentivo però che aveva davvero tanta voglia di sfogarsi, allora l’ho portata sul piano e appena siamo arrivate sul lato più lungo del prato le ho chiesto il galoppo. L’emozione che mi ha trasmesso è stata il regalo più bello. L’aria frizzante e il sole del primo pomeriggio che ti accarezzano il viso, i muscoli del cavallo che si muovono eleganti e potenti al comando delle gambe, il suono ritmico degli zoccoli sul terreno, la criniera che danza nel vento… Una poesia fatta di sensazioni ed emozioni anziché di parole. Sono rimasta con un sorriso inebetito per tutto il pomeriggio. Non vedo l’ora di tornare da lei!

V.

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Impressioni di feltro


Arrivo, il tempo di un saluto e di capire che avrei voluto esserci.

Arrivo nell’aula di Agostina e ho la sensazione di entrare in un ventre materno….caldo, accogliente, assolutamente femminile. Proprio come lei. Le allieve, tutte donne. L’ambiente è una vera e propria fucina in fermento.

Non sono certa che “fucina” sia la parola giusta e, per scrupolo, controllo sul dizionario. «Fornello su cui si arroventa il ferro che poi viene battuto sull’incudine». Non è questo che intendevo. Ancora: «Bottega del fabbro». Ci avviciniamo. Il termine “bottega” sa di lavoro, di mani, di sapienza. Ma è l’ultima definizione quella più calzante: «Luogo, ambiente in cui si formano grandi ingegni, prestigiose personalità». Ecco, ci siamo.

Di questo si tratta, di grandi ingegni e prestigiose personalità, me ne accorgo subito.

Si respira qualcosa di profondo, che va oltre le mani che danzano con la lana, mani che raccontano una storia, mani che raccontano di sè. Agostina, la levatrice, si muove attorno all’arte che sta nascendo, pronta a raccogliere un bisogno così come a rispettare un silenzio. Sembra proprio una sala parto: i lavori che prendono vita piano piano, e che fino alla fine non si sa davvero che aspetto avranno. Quello che vedo sui tavoli è il frutto di un ascolto di sé, è la fatica di riconoscere ciò che si trova, è il coraggio di dargli una forma, è la ricchezza del condividere ed è lo stupore di vedere, alla fine, quella parte di noi che abbiamo lasciato libera di essere.

Nascono così le ghirbe, per ognuna diversa, per ognuna simbolo della parte più intima di sé, del proprio ventre, del proprio essere donna.

I pochi uomini che si aggirano in questo tempio femminile lo fanno a passi leggeri, in un silenzio quasi reverenziale, consapevoli di essere fortunati testimoni di Bellezza. Accolgo l’invito a mettere le mani in pasta, seppure per pochi attimi: una manciata di Morettina, scura e ricciola, quel che resta di un top rosso e mi accorgo subito di averne un gran bisogno….bisogno di lasciar correre le mani, come una terapia. Così mi stupisco che Emilio non sia ad un tavolo a fare lo stesso, ma mi confida “E’ tutto così intimo e così femminile, che non me la sento”. Convinta che si stia perdendo qualcosa, replico “Ma noi abbiamo bisogno di uomini che capiscano”.

Arriva le sera vestita di un tramonto mozzafiato e la mia fuga, seppure breve, è finita. Saluto velocemente le vite che ho incrociato e me ne vado, così piena di emozioni da non sapere dove metterle.

E’ vero. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano. Che capiscano che c’è uno spazio solo nostro.

Grazie.

Valentina va al mercato


21 novembre 2011

Sono arrivati i nuovi colori autunno-inverno: una meraviglia. Io e L. ci siamo tuffate negli scatoloni pieni di colori caldi e bellissimi, maneggiando i nuovi filati con gusto. Al momento il mio preferito rimane l’Arancio, ma sono innamorata anche del Verdone, del Blu Navy e del Marrone. In più abbiamo due filati “nuovi”: il Verbania, visto finora solo in color greggio, che ha una mano asciutta e solida ed è più indicato per la tessitura e per prodotti come borse e cappotti, e il Bose che invece avevo toccato solo sotto forma di tops, completamente diverso, vaporoso e soffice. Credo che un paio di guanti e una sciarpina sarà d’obbligo farli!

V.

22 novembre 2011

Vogliamo mettere i nuovi filati sul sito prima possibile. Sono troppo belli… Oggi abbiamo fatto le fotografie dell’ambientazione. Le ragazze sono state fantastiche e sembra si siano anche divertite molto. Peccato che dopo un po’ la temperatura abbia iniziato a scendere precipitosamente, e abbiamo dovuto ritirare tutto con le mani intirizzite dal freddo. Non mi piace il freddo, ma i colori dell’autunno inoltrato sono inimitabili. Quand’ero in Australia, la temperatura era il mio ideale: 20 gradi quando faceva fresco, 28 per il resto della giornata. Ma devo ammettere che la vista delle montagne innevate e degli aceri dalle foglie rosse che illuminano i lati delle strade mi è mancata tanto. Si può girare tutto il mondo, vedere cose meravigliose e uniche… ma l’emozione di annusare odori familiari e vedere luoghi che conosci come le tue tasche, è un appagamento unico che nessun altro posto può dare. Dopotutto sono convinta che ci sia un solo posto nel cuore di una persona che porta il nome di “casa”, e lo dice una giramondo!

V.

23 novembre 2011

Questa mattina mi sono concessa mezza giornata per girare il mercato di Cossato. È così tanto tempo che non ci vado, quasi due anni credo. Mi piacciono i mercati, sia quelli alimentari sia quelli d’abbigliamento, perché mi danno l’impressione che lì la gente sorrida sempre. Poi, diversamente dai negozi, non si rischiano raffreddori da sbalzi termici: si passa da una bancarella all’altra e c’è sempre la stessa temperatura, ci si cambia al freddo, magari nel retro di un furgone, e quando si parla con la gente si vedono le nuvolette del fiato che si condensano per il freddo. Chiunque dovrebbe concedersi ogni tanto il divertimento di immergersi nella folla, guardare i prezzi, passare oltre, provare, tornare indietro. Adoro svolazzare per il mercato!

V.

24 novembre 2011

C’è trepidazione nell’aria, soprattutto da parte mia. Domani arriverà un’insegnante che è anche una cara amica, Agostina Zwilling, feltratrice a mano. È una di quelle donne che io chiamo “figlie della natura”, ossia una persona che sa godere di tutto ciò che la circonda, che trasmette vibrazioni fortemente positive. Purtroppo non potrò seguire il corso di sabato né la presentazione di domani, ma conto di esserci domenica, seppure per poco. Ci tengo davvero moltissimo.

V.

25 novembre 2011

Le informazioni in mio possesso riguardo al progetto Wool/Water is life di Agostina Zwilling sono poche e frammentarie, dato che non sono riuscita a partecipare alla presentazione che si è tenuta a Pettinengo questo pomeriggio, a Villa Bellia. Il corso di sabato e domenica sarà centrato sulla realizzazione in feltro della ghirba, otre per trasportare l’acqua generalmente fabbricato in pelle conciata a mano e resa impermeabile. Come dice Agostina, «Noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita». Da qui l’associazione del contenitore d’acqua all’utero, portatore di vita. Un altro tema che verrà trattato durante il corso sarà il significato del 9 settembre 2012. Il 9 è un numero forte. Nove sono i mesi della gestazione della donna, e il nono giorno del nono mese del 2012 verrà indetta la “giornata della ghirba”, che vedrà esposti tutti gli otri e le ghirbe realizzati durante il corso nei giardini e nelle piazze di vari paesi, con l’intento di sensibilizzare le persone e l’opinione pubblica nei confronti della lana del nostro territorio e di sensibilizzare le coscienze sullo spreco d’acqua e del tentativo di privatizzare un bene di cui non si può fare a meno, e che già ci costa caro.

V.

Continuano i corsi The Wool School: iscrizioni aperte

Elisa* intervista Agostina Zwilling


Questa settimana incontriamo Agostina Zwilling, artista e donna di grande carisma che ci accompagnerà nella conoscenza del feltro (e anche un po’ di noi stessi).

Buongiorno, Agostina. La prima domanda è quasi di rito: raccontaci come nasce la passione per il feltro e in generale per il mondo dei tessuti.

Nasce come tutte le passioni: per caso. Molto giovane studio figurinismo a Torino e inizio a sondare tutte le possibili tecniche di manipolazione di fibre e tessuti, perché già allora l’esigenza maggiore era quella di creare non solo modelli, ma anche tessuti originali. Sperimento continuamente nuove combinazioni e abbinamenti di colori, fibre e materiali. In questa mia incessante ricerca creativa ho riscoperto l’antico mestiere della produzione del feltro, che interpreto in modo contemporaneo del tutto personale, fino a testarne le potenzialità, oltre che nel campo della moda, anche nel mondo dell’arte.

Il feltro, quindi, è stato fin da subito arte e comunicazione?

Ho mosso i miei primi passi da artista che ero bambina, cominciando con pittura e scultura. Da lì in poi ho sempre sentito l’urgenza e il bisogno di comunicare e l’arte mi è stata compagna, parallelamente alla mia vita professionale. Pertanto, una volta incontrato il feltro, ho trovato naturale utilizzarlo nelle mie opere, insieme agli altri materiali che già manipolavo.

Il feltro sembra essere diventato una tendenza di questi ultimi anni (tanti i corsi, le produzioni artigianali, l’interesse), ma in realtà è un’arte arcaica, come la definisci tu: nel tuo percorso hai provato a risalire alle origini di questa lavorazione? Cos’hai scoperto?

Il feltro è un tessuto che non ha né trama né ordito, ed è creato semplicemente con le mani senza l’uso di strumenti specifici. Protegge dal freddo, dalla pioggia e dal vento. I popoli nomadi dell’Asia centrale, infatti, lo usano ancora oggi per isolare e arredare pareti e tetti delle loro abitazioni, ma anche per creare letti, tappeti e arazzi. È un tessuto frutto del lavoro comune, soprattutto di donne e bambini, e viene preparato nel periodo della tosatura delle pecore, secondo rituali e gesti che ricordano i movimenti di una danza. I manufatti sono realizzati seguendo solo la fantasia e l’istinto, senza schemi prestabiliti, e proprio per questo risultano carichi di simbologie arcaiche. Per non perdere contatto con questa tradizione, a Istanbul, ad esempio, sono stati istituiti corsi universitari appositamente dedicati allo studio del feltro. Lo stesso vale per il Nord Europa, in particolare per i paesi scandinavi, dove esistono scuole e istituti che offrono corsi di specializzazione sulla tecnica dell’infeltrire. Anche nelle regioni alpine il feltro è molto diffuso e apprezzato. L’Italia, infatti, è un paese con una lunga tradizione di allevamento ovino, tanto che l’industria laniera e tessile negli anni Sessanta ha avuto un grande sviluppo. Purtroppo il boom industriale ha sconvolto l’equilibrio di agricoltura e pastorizia, con effetti devastanti, e come conseguenza sono cambiate anche le abitudini di vita, rendendo obsolete attività che le nostre nonne svolgevano nell’ambito della vita familiare e sociale. Gesti antichi, densi di significati, sono scomparsi all’improvviso con il progresso.
Ripercorrere la storia del feltro è interessante perché attraverso rappresentazioni e tecniche abbiamo la possibilità di conoscere tanti aspetti della vita di un tempo, e credo che il contesto perfetto per questo tipo di ricostruzione storica siano i musei. Ma riprodurre e imitare le vecchie tecniche è limitativo: mi considero una contemporanea e voglio esprimermi nel mio tempo e con il mio linguaggio personale, dialogando con i miei settori di riferimento artistico e professionale.

La lavorazione del feltro è fisicamente impegnativa: la fatica aiuta in qualche modo a esprimere ciò che si agita dentro? Può diventare essa stessa veicolo di comunicazione?

Non parlerei di fatica, piuttosto di un rito che coinvolge tutto il corpo e che aiuta a esprimere piacere e creatività. Queste dimensioni si trovano in stretto rapporto, perché il piacere fornisce la motivazione e le energie necessarie al processo creativo il quale, a sua volta, aumenta il piacere e la gioia di vivere. Con il piacere, la vita è un’avventura creativa; senza, è solo una lotta per la sopravvivenza.

In tanti tuoi lavori utilizzi la tecnica del nunofeltro: di che cosa si tratta?

“Nuno” è una parola giapponese che significa “tessuto”. L’invenzione di questa tecnica viene attribuita all’australiana Polly Blakney Stirling nel 1992, in collaborazione con la sua assistente Sachiko Kotaka. Si tratta di manipolare una quantità minima di fibre di lana con un tessuto puro di base, come garza di seta o chiffon di seta, per poter ottenere un feltro leggero, dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quello tradizionale. Il processo di infeltrimento nuno è ideale per ottenere tessuti leggeri, adatti a creare capi d’abbigliamento o accessori moda, in una vasta gamma di effetti e colori, dalle texture decisamente molto interessanti.

Esistono ancora nuove frontiere, sfide, sperimentazioni nell’ambito delle tecniche di lavorazione?

Senza sperimentazione sarei una persona morta. La curiosità di andare oltre la materia mi ha sempre affascinato e trascinato in momenti creativi intensi. Mi è necessario, è un vero e proprio bisogno.

Molte tue opere rappresentano messaggi di denuncia contro la violazione dei diritti umani. Prendono vita in occasione di sollecitazioni particolari, come per esempio una mostra a tema, oppure nascono come esigenza di espressione riguardo a questioni sociali che ti stanno a cuore e attorno a cui desideri destare l’attenzione?

I diritti umani calpestati sono il mio “fil rouge” artistico perché laddove vi sono condizioni di violazione, muoiono i sogni. La denuncia di violenze e soprusi è il tema di tante mie opere, anche se non posso dire che il mio sia un fine sociale: considero i miei lavori esclusivamente come espressione personale e tale resta la loro utilità. Tutto quello che segue (esposizioni, fruizione delle opere da parte del pubblico, e anche un eventuale movimento delle coscienze), per quanto bello e importante, non è mai motivazione della nascita di un’opera. Quella riguarda solo me.

I tuoi lavori sono spesso connessi, in modi diversi, all’Africa: hai un legame particolare con questo continente?

Sì, molto intimo. È alla base della mia riflessione sul corpo femminile e sulla sua rappresentazione. La mia opera Main liée, pied lié, mani e piedi legati, fa riferimento alle minacce esterne a cui il corpo è costantemente sottoposto: è il simbolo dell’impossibilità di muoversi, condizione nella quale noi occidentali vogliamo tenere il popolo africano. La vulnerabilità e la ricerca della propria identità sono componenti fondamentali nel mio lavoro.

Fra le tante mostre a cui hai partecipato, ce n’è una a cui ti senti particolarmente legata?

PELLE, l’ultima mostra di cui sono stata curatrice. L’assunto alla base di questa nuova esperienza espositiva è il desiderio di analizzare il ruolo del feltro come frontiera naturale tra moda e sostenibilità, stimolo e strumento espressivo della creatività, con il chiaro intento di tracciare una nuova strada da intraprendere per l’industria del fashion e del design tessile. È su questa premessa che si sono concretizzati gli inviti alle artiste scelte per la loro attitudine a costruire il “Tessuto Innovativo” con lana organica e fibre naturali. È stata un’occasione importante per mettere in discussione con gioiosa passione e lucido disincanto i miti e i riti del settore moda, profondamente in crisi, indicando la necessità di ri-fondare principi e valori del processo produttivo, in un’ottica di sostenibilità.

Hai fondato l’Italian Felt Academy per poter offrire una formazione di alto livello insieme ad altre artiste: è la risposta a una richiesta che avete incontrato o avete proposto di vostra iniziativa una concezione del feltro qualitativamente più alta?

ItFA si basa sulle mie esperienze e su ciò che intendo per formazione. Credo si tratti di un processo tutt’altro che esclusivamente riconducibile al tradizionale “travaso” di saperi, o al semplice “addestramento” teso a sviluppare capacità tecniche. La formazione è soprattutto un processo educativo fondato sul rispetto e sulla valorizzazione del capitale umano di ogni allievo, ma anche sulla crescita e spendibilità del suo potenziale creativo. In questa prospettiva, per poter insegnare, occorrono esperienze professionali consolidate e, naturalmente, “vocazione formativa”. Conoscere una materia o una professione non basta, occorre saper “tirar fuori” (ex-ducere) da ogni allievo tutto il potenziale creativo e renderlo concretamente uno strumento operativo. La portata di questa didattica sta soprattutto nell’adattamento a una realtà in continua evoluzione: ne è un esempio il rapporto tra lavorazione del feltro ed ecosostenibilità, completamente modificato negli ultimi dieci anni in termini di logiche, sistemi organizzativi e, ovviamente, di competenze richieste alle persone che si accostano a quest’area di attività professionale. Io ne sono convinta e l’esperienza me lo ribadisce ogni giorno: lavorare in questo settore non è più solo saper disegnare, ma saper creare, tenendo conto di tutta una serie di fattori (sociologici, psicologici, culturali, economici, tecnologici, ambientali e via dicendo). In un mondo accademico ancora così pesantemente attardato a rispondere alle nuove esigenze formative e alle attuali complessità del mercato, Italian Felt Academy si fa portatrice di innovazione sia nei contenuti sia nelle metodologie didattiche, affinché il “momento formativo” diventi un’occasione unica per sviluppare nuovi approcci culturali, nuove capacità e competenze indispensabili per consentire la conoscenza delle risorse personali.

Per The Wool School proponi un corso sperimentale particolare dal titolo Wool/Water is Life: FeltGhirba: ci racconti di cosa si tratta e per chi è pensato?

Il corso proposto a The Wool School comincerà il venerdì pomeriggio, per protrarsi poi tutto il weekend. Tema di questi tre giorni sarà la realizzazione di una ghirba in feltro. Si tratta di un contenitore per l’acqua, normalmente realizzato in pelle di capra, fabbricato dalle donne di Berhale, un villaggio della Dancalia settentrionale. È un oggetto carico di significato, per diversi aspetti. Innanzitutto rappresenta l’unico mezzo di sostentamento per queste donne e quindi è alla base di un’economia dall’equilibrio fragilissimo. In secondo luogo serve al trasporto e alla conservazione di un elemento vitale come l’acqua. Proprio sulla preziosità di questo bene comune, vogliamo creare una sorta di legame tutto al femminile. Come ho scritto nella locandina di presentazione, noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita per eccellenza. Il contenitore creato durante il corso diventa così simbolo di noi donne occidentali feltraie, che consideriamo l’acqua un tesoro al pari delle donne etiopi e che, sfidando la materia e lavorandola fino a renderla impermeabile, permettiamo la conservazione dell’acqua per periodi di siccità. Questo è un perfetto esempio di ciò che si diceva prima a proposito della mia didattica: è un progetto che unisce pratica artistica, attenzione all’ecosostenibilità e sensibilizzazione culturale.
Per le nostre realizzazioni, The Wool Box metterà a disposizione diversi tipi di lana raccolta con l’ultima tosa dai pastori di tutta Italia. In particolare verranno utilizzati i sucidi di tre razze: Biellese, Suffolk e Prealpes du Sud.

Ci consigli una lettura che hai amato in modo particolare?

Più che di un libro si tratta di un’autrice: Alice Miller, psicanalista e saggista polacca scomparsa poco tempo fa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Ha scritto diversi libri e il suo tema dominante è la pedagogia nera, ossia la violenza educativa che i bambini vivono all’interno delle famiglie. È senz’altro un tema che in qualche modo ci riguarda tutti, come figli o genitori, e che merita sicuramente una riflessione.