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Sconto vs Riduzione – parte seconda

Ne avevamo già parlato e oggi, in occasione della proposta studiata per quelli che abbiamo chiamato “grandi consumatori”, ritorniamo concretamente sull’argomento. Lo sconto proprio non ci piace e, di questi tempi, neppure il saldo. Intendiamoci, ne godiamo quando possiamo farlo ma solo nei casi in cui vestiamo i panni di consumatori e non di “distributori” (tema sul quale promettiamo ritornare), perché siamo convinti che in questi casi c’è sempre una parte che, poco o tanto, ci perde: l’acquirente del giorno prima, il fornitore, il prestatore di un servizio.

No, gli sconti e i saldi non ci piacciono e a essi preferiamo le riduzioni. Prendiamo il caso di un filato, naturalmente proveniente da lana autoctona, tracciabile e prodotto a km zero. Una matassa da un etto può essere imballata singolarmente in un’elegante custodia in cartone corredata da indicazioni d’origine e d’impiego, diventando un’interessante e pratica idea regalo. Per esempio una “wool box”.

Se lo stesso articolo è privo di imballo e delle indicazioni d’origine, non perde le sue peculiarità ma, necessitando di minori elaborazioni, manualità e costi di packaging, può essere proposto a un costo inferiore al precedente. È il caso della matassa sfusa.

Estendendo il ragionamento e aumentando leggermente le quantità in gioco, si può giungere alla definizione di altre modalità di riduzione dei costi. Le matasse escono dagli stabilimenti di produzione fascettate e imbustate a gruppi di cinque. Bene: nel caso ci occorra una quantità di lana sufficiente a confezionare un maglione o desideiamo contenere i costi dividendoli con un’amica, 500 g sono la quantità che fa al caso nostro. Se poi non ci formalizziamo e ci va bene ricevere le matasse anche senza fascetta personalizzata, eviteremo costi di manipolazione e materiale riducendo ulteriormente il prezzo finale del prodotto. In ultima analisi, visto l’azzeramento dei costi di trasporto per ordini superiori a 50 euro, ecco il senso dell’acquisto di due confezioni da 500 g. Questa la nostra filosofia.

In pratica, ogni costo che non sosteniamo è un risparmio per i nostri “consum-attori” (anche di questo parleremo diffusamente) con benefici diretti sul portafogli e sull’ambiente (minori movimentazioni su gomma. È questo che intendiamo quando parliamo di “comportamenti intelligenti”.

Concludiamo con un esempio pratico e, naturalmente, con un invito a sperimentare nuove strategie di riduzione su www.thewoolbox.it.


  [*spese di trasporto azzerate]

Ecco perché sconti e saldi non ci piacciono.

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Fingering, DK, Aran o Chunky?

Le lontanissime reminiscenze scolastiche ci riportano sui banchi di scuola a cercare, inutilmente, di comprendere la necessità di un sistema di misura internazionale unificato. Sistema internazionale, Sistema metrico decimale, misure anglosassoni… che confusione! A quell’epoca l’unico problema che si riusciva a immaginare nella babele delle conversioni erano le miglia inglesi, che comunque si confondevano allegramente con la guida a sinistra. Spesso, più che spaventare questa confusione stimolava piacevolmente: leggere “London 100” su un cartello stradale significava il doppio del tempo che si sarebbe impiegato per raggiungere la stessa distanza italiana (anche per la severa applicazione dei limiti di velocità) e questo aumentava il piacere del viaggio estero prolungandolo. Bei tempi.

A distanza di anni l’unificazione metrica è ancora lontana (tra l’altro con la Gran Bretagna non siamo riusciti neppure a raggiungere l’eguaglianza monetaria) e quindi, nel campo dei filati, ci si trova frequentemente a doversi destreggiare tra “Numero metrico” e “Tipo commerciale”, cercando di interpretare la dicitura 1/1750 in termini di Aran, Chunky e via dicendo. Pier e Deborah ci sono ancora d’aiuto e da loro ci lasciamo prendere per mano.

I sudditi di Sua Maestà usano almeno dodici segmenti che individuano altrettanti “Tipo commerciali”. Ciascuno indica il diametro del filato, individuato con il numero di giri necessari per avvolgerlo su un supporto qualsiasi per ottenere una lunghezza pari a 1 pollice (2,5 cm ca.). Tecnicamente si parla di wpi, ovvero wraps per inch (giri per pollice).

Fino a qui nulla di particolare; si tratta di prendere un righello e avvolgervi sopra un filato fino a realizzare un tratto compatto di spire lungo 1 pollice. Dimensioni, forma e natura del righello non hanno alcuna importanza. Fatto? Bene.

Si tratta ora di contare il numero di spire contenute in quel pollice. I filati più fini ne avranno un numero maggiore, anche 27, rispetto a quelli più grossolani che non supereranno i quattro.

Ebbene, gli inglesi pragmaticamente non fanno altro che avvolgere un filo su un righello e contare il numero di spire, in questo modo sanno con che tipo di filato hanno a che fare. La pratica, si sa, rende perfetti ma anche un po’ gelosi, quindi i nostri amici d’Oltremanica si sono inventati dei nomi tali da permettere ai soli iniziati di capirci qualcosa. I filati più fini li hanno chiamati “Lace”, quelli più grossolani “Chunky”. Incominciate a intravedere la luce, vero?

Aspettate tuttavia nell’esaltarvi perché è ancora necessario fare un passo in avanti: si tratta infatti di capire se il filato sia a un solo capo o a due. Ricordate gli appunti S e Z e quindi l’instabilità di quello a un solo capo? Bene; questa tabella vi aiuterà a meglio comprendere le suddivisioni.

E ora, fedeli alle misurazioni continentali, ecco le definizioni europee per le quali il filato è valutato in termini di numero metrico (Nm), ovvero quanti metri di filato sono contenuti in 1 kg.

Ora dovrebbe essere tutto più chiaro.

Quando si parla per esempio di “Super Chunky”, si intende un filato di numero metrico compreso tra 700 e 600 (con 1 kg si srotolano 6-700 m ca. di filo) che arrotolato su un righello comporta la nascita di 4/5 spire per ogni pollice; un filato quindi adatto per lavori di aguglieria pesante.

Un filato “Sport” invece è quello caratterizzato da un numero metrico pari a circa 3500 ca. che se avvolto su un righello darà origine a 12 spire ca. Ideale quindi per capi più leggeri di quelli del precedente.

Un ultimo regalo da Deborah: quali ferri utilizzare per lavorare al meglio un filato? Niente di più facile. Anche in questo caso empirismo e praticità: basta misurare quanti millimetri intercorrono tra due fili adiacenti avvolti sul supporto. Quel numero sarà il diametro espresso in millimetri dei ferri più adeguati.

Scatti e strisce

Adams, Avedon, Brandt, Bresson, Corte, Karsh: i grandi fotografi del passato fanno impallidire in quanto a sapienza. Per loro il primo scatto era sempre quello giusto: perfetti la luce, il tempo, la posa, il soggetto. Un clic, un’opera d’arte.

Fermo restando che anche oggi lo scatto di un grande è riconoscibile e si distingue dalla massa dell’indistinta marea del fai da te, il digitale ha reso certamente più popolare e accessibile la disciplina. Un servizio fotografico per esempio prevede centinaia di scatti, alcuni felici, altri meno, altri ancora inutilizzabili, che servono soltanto per introdurre, sdrammatizzare o tarare le macchine. In sostanza, per dieci fotografie utili, molte altre sono destinate a giacere all’interno di qualche cartella a cui solo il tempo potrà restituire la dignità del ricordo.

Eppure, nonostante sia meno prezioso di una pellicola, anche il file digitale ha un suo valore, e archiviare tout court in una cartelletta sul desktop le immagini scartate per l’ultima campagna The Wool Box ci è sembrato un atto irrispettoso di chi è stato davanti e dietro alla macchina fotografica. Anche in un’ottica di riutilizzo, riciclo, recupero che è il filo conduttore del nostro operato, abbiamo pensato di salvare qualche fotografia e di restituirle vita nuova attraverso una forma di racconto vintage e divertente: il fotoromanzo.

Questi scatti colgono alcuni momenti dei servizi realizzati per le nostre campagne. Non hanno valenza artistica o di contenuto, ma sono immagini fresche e spensierate che ci aiutano a prenderci uno spazio, un momento di calma privo di tensione. Merito di Serena e Lucia, che ringraziamo per la loro disponibilità, pazienza e professionalità, e soprattutto per il loro sguardo trasparente e aperto al futuro.

Valentina va al mercato


21 novembre 2011

Sono arrivati i nuovi colori autunno-inverno: una meraviglia. Io e L. ci siamo tuffate negli scatoloni pieni di colori caldi e bellissimi, maneggiando i nuovi filati con gusto. Al momento il mio preferito rimane l’Arancio, ma sono innamorata anche del Verdone, del Blu Navy e del Marrone. In più abbiamo due filati “nuovi”: il Verbania, visto finora solo in color greggio, che ha una mano asciutta e solida ed è più indicato per la tessitura e per prodotti come borse e cappotti, e il Bose che invece avevo toccato solo sotto forma di tops, completamente diverso, vaporoso e soffice. Credo che un paio di guanti e una sciarpina sarà d’obbligo farli!

V.

22 novembre 2011

Vogliamo mettere i nuovi filati sul sito prima possibile. Sono troppo belli… Oggi abbiamo fatto le fotografie dell’ambientazione. Le ragazze sono state fantastiche e sembra si siano anche divertite molto. Peccato che dopo un po’ la temperatura abbia iniziato a scendere precipitosamente, e abbiamo dovuto ritirare tutto con le mani intirizzite dal freddo. Non mi piace il freddo, ma i colori dell’autunno inoltrato sono inimitabili. Quand’ero in Australia, la temperatura era il mio ideale: 20 gradi quando faceva fresco, 28 per il resto della giornata. Ma devo ammettere che la vista delle montagne innevate e degli aceri dalle foglie rosse che illuminano i lati delle strade mi è mancata tanto. Si può girare tutto il mondo, vedere cose meravigliose e uniche… ma l’emozione di annusare odori familiari e vedere luoghi che conosci come le tue tasche, è un appagamento unico che nessun altro posto può dare. Dopotutto sono convinta che ci sia un solo posto nel cuore di una persona che porta il nome di “casa”, e lo dice una giramondo!

V.

23 novembre 2011

Questa mattina mi sono concessa mezza giornata per girare il mercato di Cossato. È così tanto tempo che non ci vado, quasi due anni credo. Mi piacciono i mercati, sia quelli alimentari sia quelli d’abbigliamento, perché mi danno l’impressione che lì la gente sorrida sempre. Poi, diversamente dai negozi, non si rischiano raffreddori da sbalzi termici: si passa da una bancarella all’altra e c’è sempre la stessa temperatura, ci si cambia al freddo, magari nel retro di un furgone, e quando si parla con la gente si vedono le nuvolette del fiato che si condensano per il freddo. Chiunque dovrebbe concedersi ogni tanto il divertimento di immergersi nella folla, guardare i prezzi, passare oltre, provare, tornare indietro. Adoro svolazzare per il mercato!

V.

24 novembre 2011

C’è trepidazione nell’aria, soprattutto da parte mia. Domani arriverà un’insegnante che è anche una cara amica, Agostina Zwilling, feltratrice a mano. È una di quelle donne che io chiamo “figlie della natura”, ossia una persona che sa godere di tutto ciò che la circonda, che trasmette vibrazioni fortemente positive. Purtroppo non potrò seguire il corso di sabato né la presentazione di domani, ma conto di esserci domenica, seppure per poco. Ci tengo davvero moltissimo.

V.

25 novembre 2011

Le informazioni in mio possesso riguardo al progetto Wool/Water is life di Agostina Zwilling sono poche e frammentarie, dato che non sono riuscita a partecipare alla presentazione che si è tenuta a Pettinengo questo pomeriggio, a Villa Bellia. Il corso di sabato e domenica sarà centrato sulla realizzazione in feltro della ghirba, otre per trasportare l’acqua generalmente fabbricato in pelle conciata a mano e resa impermeabile. Come dice Agostina, «Noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita». Da qui l’associazione del contenitore d’acqua all’utero, portatore di vita. Un altro tema che verrà trattato durante il corso sarà il significato del 9 settembre 2012. Il 9 è un numero forte. Nove sono i mesi della gestazione della donna, e il nono giorno del nono mese del 2012 verrà indetta la “giornata della ghirba”, che vedrà esposti tutti gli otri e le ghirbe realizzati durante il corso nei giardini e nelle piazze di vari paesi, con l’intento di sensibilizzare le persone e l’opinione pubblica nei confronti della lana del nostro territorio e di sensibilizzare le coscienze sullo spreco d’acqua e del tentativo di privatizzare un bene di cui non si può fare a meno, e che già ci costa caro.

V.

Il fiume


È un fiume quello in cui siamo immersi. A tratti sembra che voglia travolgerci e ci spaventa, talvolta è quieto e lascia intuire anse dove riposare, più spesso è irrequieto e annuncia rapide che eccitano i sensi all’idea di affrontarle e domarle. Questo fiume è la nostra vita, la vostra, sono questi tempi straordinari che è emozionante vivere.

Corsi di formazione partiti e un ambizioso progetto di Università delle Sapienze manuali in cantiere per il nuovo anno. E letture di classici, bambini da affascinare con fiabe, racconti, disegni, animazioni e manualità. Ipotesi di feltri e una quantità impressionante di oggetti straordinari e irripetibili, alle volte veri e propri capolavori. E poi i filati, da scoprire annusandoli e tastandoli, dall’introvabile Leicester centellinato in pochi chili, al profumato Tammaro, e ancora nove colori e cinque nuove razze autoctone.

Ma l’aspetto più emozionante del tragitto attraverso queste acque imprevedibili e inquiete sono le persone, le voci, gli sguardi, gli occhi, le parole, le mani, i guizzi, i sogni, le debolezze che né le parvenze stravaganti né quelle contenute o dimesse possono trattenere. Di ogni età, di tutte le culture ed estrazioni, ne abbiamo goduto appieno in questi mesi: Awena, occhi trasparenti come la sua arte, Elisabeth semplicemente complessa come le sue opere, Nigel perennemente totalmente completamente altrove, Andrea perso nel suo esistere sopraffatto dall’arrugginito francese d’Africa, Hulla sassone pellegrina inquieta travolta dal fascino della cultura mediterranea, Rossana splendidamente malinconica, Carlino businessman del cibo lento, Adriana cementata al marito. E un fiume d’altri, una vera e propria Spoon River dei vivi di cui cantare, che alimenta i nostri flussi emotivi, tiene alta l’adrenalina e ci proietta in un futuro di cui solo a malapena riusciamo a distinguere i contorni ma del quale siamo certi.

«Stay hungry, stay foolish» è la massima che ci ha lasciato in eredità Steve Jobs (ai posteri lasciamo il giudizio sul suo operato, ma di certo ha modificato il mondo), ma se questa ricetta può essere utile per avere successo negli affari, aggiungendovi uno «stay lover» diventa un vero comandamento se vogliamo immaginare un futuro in cui sperare.

Il fiume che ci ha finora accompagnato, di cui facciamo parte a pieno titolo e che sembra aumentare di dimensioni giorno dopo giorno, di fame ne ha moltissima, e arretrata: fame di bello, buono, sano, etico, valoriale, e di follia ne ha in abbondanza se per questa s’intende la tensione costante a immaginare, impegnandosi, un domani differente e migliore del presente. E poi amore, a fiumi anch’esso, amore per quello che si fa, che si impara, per quello che fanno gli altri, per quello che dagli altri potremmo imparare, amore da donare a nostra volta, riappropriandoci del gusto del dono.

Ne siamo certi: nonostante i segnali sconfortanti che ci piovono quotidianamente addosso e vorrebbero intorpidirci i sensi, la stragrande maggioranza di noi ha ancora voglia di bello e di buono, vuole lasciare una traccia pulita del proprio passaggio ed essere ricordata per il suo apporto in termini di serenità. Ciascuno di noi vuole migliorarsi nel confronto, continuare a imparare e «rendere autentica la propria esistenza uscendo dalla trappola dell’io, vivendo per una speranza più grande di lui». D’altronde, già qualche migliaio d’anni fa Marco Aurelio, con la sua laica sapienza, ci ricordava che «ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa», e un suo coevo, ancora più celebre, ci ha lasciato detto: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore».

Elisa* intervista Marilena Terzuolo


Proseguiamo con la conoscenza delle maestre di The Wool School: questa settimana è la volta di Marilena Terzuolo, artigiana e artista del telaio, donna di grande umanità, che ha fatto del suo strumento un mezzo di comunicazione speciale.

Buongiorno, Marilena. Raccontaci i primi passi di artigiana della tessitura a mano: come avviene il primo incontro con il telaio?

Devo confessare che il primo incontro con il telaio è stato decisamente disastroso. A quei tempi (era il 1979) la tessitura a mano era un’arte praticamente sconosciuta. Avevo incontrato una signora tedesca trapiantata in Italia che possedeva un telaietto a tensione per cinture: ricordo la perplessità con cui guardavo quello strano oggetto. Poco dopo mio marito, incuriosito, acquistò un telaio a pettine-liccio senza nessuna nozione sul suo utilizzo, dato che nemmeno il negoziante aveva saputo fornirgli istruzioni. Fu così che a casa cominciò ad armeggiare con un intrico di fili pazzesco e io, spaventata, dissi a me stessa che non avrei mai toccato un telaio. In realtà, poi, lui si stancò di quei grovigli e io mi ci avvicinai per cominciare, piano piano, a domarli. In quel periodo ero senza lavoro, così provai ad aprire una bottega artigiana e iniziai a tessere. L’inizio non fu facile, ma con il passare del tempo e con l’aiuto di tessitori più esperti, diventai più veloce e sicura. Insomma, un inizio molto poco romantico.

Ben presto da artigiana ti trasformi in artista e i tuoi manufatti in opere d’arte: cosa ha portato questo cambiamento? Forse il desiderio di comunicare qualcosa attraverso le proprie creazioni?

All’inizio producevo soprattutto capi d’abbigliamento e complementi d’arredo. Poi nella mia bottega entrò Eugenio Guglielminetti, un artista astigiano che si innamorò dei miei lavori e mi chiese di realizzare alcuni arazzi sui suoi supporti. Io non mi sentivo all’altezza di un tale compito, ma lui insistette. Così mi misi all’opera, facendo del mio meglio. L’impegno profuso diede i suoi frutti e le opere create erano talmente belle che furono esposte in una mostra (la prima di molte) ad Aosta. La collaborazione con Guglielminetti continuò per alcuni anni; poi iniziai a sentire la necessità (si, proprio di necessità si tratta) di realizzare idee e progetti che mi frullavano nella mente. Fu proprio quel “desiderio di comunicare qualcosa”, non attraverso parole che si disperdono nel vento, ma attraverso il mio lavoro che ormai amavo e dal quale mi ero lasciata assorbire, che mi fece fare “il salto” nel mondo dell’arte.

Non necessariamente l’abilità e la capacità manuale sfociano nell’insegnamento: cosa ti ha spinto ad “aprirti” ai corsi?

L’insegnamento è stato quasi un cammino parallelo alla mia attività di tessitrice. Insegnare mi è sempre piaciuto, prima ancora di sedermi al telaio, e i corsi sono stati l’occasione per mettere a frutto il mio amore giovanile per Don Milani e l’universo delle scuole popolari, cercando di trasmettere i miei saperi a chiunque me lo chiedesse. Mi piace il termine “aprirsi ai corsi”, perchè insegnare questo mestiere significa proprio aprirsi, in senso quasi fisico, e lasciare uscire tutto quello che c’è nella propria mente e nel proprio cuore, senza trattenere gelosamente per sé i cosiddetti “segreti del mestiere”. Sono proprio questi segreti, piccole astuzie e accorgimenti apparentemente poco significativi, che fanno la differenza tra il lasciar giacere inutilizzati gli apprendimenti di un corso di tessitura e il riuscire a dar seguito a quello che si è appreso, trasformandolo in un hobby gratificante o addirittura in un lavoro abbastanza redditizio. Molte mie allieve hanno avviato un’attività tutta loro e questo per me è motivo di gioia.

Tra le tue mani e attraverso la tua persona il telaio acquista molteplici valenze: strumento espressivo con i bambini (arteterapia), strumento riabilitativo con persone dalle diverse abilità (ergoterapia), opportunità di lavoro e sostentamento per le donne africane. Come arrivi a pensare tutte queste possibilità?

In realtà queste opportunità arrivano da sole. Semplicemente dico sempre sì quando mi chiedono di insegnare tessitura. Provo fin da subito ad immedesimarmi nell’allievo, cercando le strategie per rendergli piacevole l’apprendimento. L’obiettivo è far si che non sia solo un passatempo, ma che diventi qualcosa di significativo nella sua vita, a seconda della situazione in cui si trova. I bambini sono subito affascinati da questi piccoli telai che uso con loro e i genitori rimangono stupiti che i loro figli riescano a focalizzare l’attenzione su piccoli pezzi di cartone e un po’ di lana colorata, più che su costosissimi giochi elettronici. Con le persone diversamente abili è un lavoro bellissimo: si crea subito amicizia, c’è tanta voglia di fare, e un grande interesse per una nuova attività. Le valenze di questi corsi sono molteplici: mentre le persone fanno progressi nel loro percorso umano, riescono a produrre manufatti che danno soddisfazione e sono vendibili. Proprio come nel caso delle donne eritree.

Il tuo impegno in Africa si svolge attraverso l’associazione “Dodiciceste”: ci racconti di questo progetto?

“Dodiciceste” è la onlus che ho fondato otto anni fa insieme a mio marito. Si tratta di un’organizzazione ecumenica nata tra confessioni cristiane ancora divise ma con un forte desiderio di unità. Crediamo che una delle strade per realizzare oggi questa unione sia proprio quella di portare, tutti insieme, solidarietà e giustizia là dove la povertà è troppo scandalosa. Anche in questo caso è stata la tessitura a mano a offrire un’opportunità. Un’associazione mi chiese di andare a fare formazione nella scuola di tessitura delle suore cappuccine in Eritrea, con l’obiettivo di portare all’autonomia almeno due o tre donne. Devo confessare che in quella circostanza non dissi subito sì, perché l’idea mi spaventava, ma dopo due o tre anni di insistenze mi decisi a partire senza sapere bene cosa aspettarmi. Per farla breve, ora ci sono nove gruppi di donne che lavorano autonomamente in tre villaggi dell’Eritrea per un totale di circa cento persone, più una scuola di tessitura ad Asmara e una cooperativa di quaranta ragazzi sordi a Keren. Più di tante parole, mi sembra una bella testimonianza di collaborazione tra confessioni diverse, impegnate insieme per i fratelli più sfortunati. Ecco spiegato il nome “Dodiciceste”: il vero miracolo che ha fatto Gesù nella moltiplicazione dei pani e dei pesci è stato quello di convincere qualcuno a distribuire quello che aveva, e da quella condivisione sono addirittura avanzate dodici ceste.

Cosa ricevi dall’incontro con le persone a cui sveli l’arte dell’intreccio?

Questa è una domanda preziosa. Dai miei allievi ricevo tutto, anche se il termine “allievi” non rende giustizia alla relazione che si crea nel gruppo. Quando insegno non ci sono allievi e maestra, ma persone che dal loro incontrarsi attorno a un telaio si scambiano saperi, e soprattutto si mettono in relazione tra loro. Crescono insieme l’abilità nel tessere stoffe, ma anche l’abilità nel tessere rapporti significativi: si lavora in coppia nel preparare l’ordito e questo momento iniziale collaborativo non si perde più, e si rafforza andando avanti. Un altro regalo che ricevo nell’insegnare tessitura è il fatto di imparare a tessere: sembra incredibile ma è così. Le difficoltà incontrate dagli allievi mi hanno stimolata a trovare soluzioni agli ostacoli che via via si presentavano loro, spronandomi a cercare espedienti magari poco ortodossi secondo i canoni della tessitura, ma efficaci al fine di ottenere un tessuto ben fatto. Per questo dico che non ci sono allievi e insegnanti, ma solo persone che tessono insieme.

I tuoi ultimi due progetti, ossia il libro Sculture di tessuto. Percorsi tra arte, artigianato e spiritualità e la mostra al Santuario di Oropa dal titolo Per sora nostra madre terra, contengono entrambi un forte richiamo verso l’Alto. Si può dire che attraverso il telaio si dispieghi una forma di meditazione o di preghiera?

Sì, certamente, per me è stato così. Mi ritengo fortunata perché ho potuto scegliere di vivere tra i boschi, nel silenzio di una casa piccolissima e povera ma immersa nel verde. A questo si aggiunga la mia frequentazione giovanile di gruppi parrocchiali dove mi è stato insegnato il piacere di conoscere e approfondire la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Sedersi al telaio può significare raccogliere i propri pensieri senza interrompere l’operosità delle mani e questo è preghiera.

Cosa proponi nei due corsi che terrai per The Wool School?

Ho deciso di proporre per entrambi i corsi l’apprendimento della tessitura a mano su telaio a pettine-liccio, che è il modello più semplice. Impareremo innanzitutto come si prepara per bene un ordito, perché su un ordito ben fatto è poi facile tessere qualsiasi cosa, dal tappeto pesante alla tendina leggerissima. Ma noi siamo molto ambiziosi e quindi su questo ordito ben teso cominceremo subito a tessere arazzi, attraverso l’apprendimento di tecniche differenti. Ogni allievo, al termine del corso, porterà a casa il risultato delle sue prime fatiche tessili e sarà in grado di utilizzare come meglio crede le tecniche apprese: potrà fare le sciarpa per i regali di Natale o lanciarsi in avventurosi impieghi dei materiali più disparati per creare arazzi unici e irripetibili. Se poi qualcuno è senza lavoro sarà in grado anche di iniziare una piccola produzione per la vendita, riservandosi in futuro di approfondire altre tecniche e l’utilizzo di altri telai.

L’intreccio si presta a molteplici metafore e significati. C’è un messaggio che ti piacerebbe “far passare” tra le trame del corso?

È un bellissimo gioco quello della ricerca di metafore e significati attorno alla tessitura e agli intrecci. Mi sta a cuore soprattutto quello del tessere relazioni tra persone diverse tra loro che prima non si conoscevano e che, nodo dopo nodo, imparano a conoscersi e a stare bene tra loro. Insomma, trame di pace, per una convivenza pacifica tra le persone.

Per concludere, un’ultima domanda: c’è un libro che ti è rimasto nel cuore e che ci consiglieresti?

Considero i libri miei compagni di viaggio, veri e propri amici. Tra i tanti che adoro ce n’è uno in particolare che porto nel cuore ed è Diario 1941-1943 di Etty Hillesum, ragazza ebrea di ventisette anni che affronta i campi di concentramento e la morte nel lager di Auschwitz con uno straordinario senso di responsabilità, restando fedele al suo popolo, al bello e al buono della vita. Etty è una giovane donna di Amsterdam, colta e passionale, che vive le sue storie d’amore e i suoi interrogativi spirituali nel clima d’odio del nazismo. Sceglie di non sfuggire alla propria sorte ma di reagire all’orrore e alla violenza rimanendo “un cuore pensante” anche nelle baracche dei lager e riuscendo a respingere fino all’ultimo momento ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancora più “inospitale”. Un libro da tenere a portata di mano nei momenti di gioia e in quelli di sofferenza, per ricordarci sempre, come dice lei, che “la vita è bella”.

Elisa* intervista Emma Fassio


Questo post inaugura una serie di interviste alle nostre “maestre”, le donne creative e sapienti che durante i corsi di The Wool School ci aiuteranno ad approfondire la conoscenza del filo di lana. Iniziamo con Emma Fassio, knit-designer entusiasta e infaticabile.

Benvenuta, Emma. Facciamo un salto indietro nel tempo: raccontaci il primo ricordo legato al lavoro a maglia, la prima emozione da cui è nata la tua grande passione.

I primi ricordi relativi alla maglia sono legati a mia madre: ero piccola e adoravo guardare i ferri e i fili che s’intrecciavano per creare quelle trame speciali che amavo così tanto indossare. Seduta accanto a lei in salotto, la testa appoggiata sulla sua spalla, passavo ore a osservare i suoi movimenti: era una coccola speciale. Poi un giorno, all’età di sei anni, le ho chiesto di insegnarmi ad avviare delle maglie e non mi sono più fermata.

Hai diverse radici alle spalle: italiane, svedesi e americane. Che impronta hanno dato queste culture al tuo lavoro creativo?

Sono tutte molto importanti, in modi diversi e con sfumature che a volte si sovrappongono: tutte e tre mi hanno formato, sia come persona sia come creativa. Vita e creatività per me sono indissolubili e sono nota magica e fonte d’ispirazione l’una per l’altra. Sono figlia di diverse culture e mi piace pensare di poter cogliere gli aspetti positivi di ciascuna di esse, assimilandone le tradizioni relative alla lana e al lavoro a maglia.

Hai una curiosa passione per lo scialle, un capo che rimanda a suggestioni antiche…

Lo scialle per me rappresenta una coccola, l’abbraccio e il legame storico con il passato. Le donne anticamente lo indossavano per riscaldarsi, ma anche per contraddistinguere alcuni momenti della giornata o determinati eventi sociali (una nascita, un matrimonio, un funerale: ogni occasione aveva i propri colori e disegni). Nella grande letteratura dell’Ottocento e nelle sue rappresentazioni iconografiche troviamo descrizioni toccanti e immagini che colpiscono per l’abilità e la manualità. Esistono meravigliose leggende sulla nascita della lavorazione degli scialli, legati a fate e sirene, che sono state tramandate per secoli fino ai giorni nostri.

Te ne ricordi qualcuna?

Si, una in particolare che arriva dal Nord, dalle mie radici svedesi. Racconta delle donne di un’isola nordica che guardavano le sirene uscire dal mare avvolte di bruma e ammaliare i loro uomini. Per cercare di imitare quel loro “vestito” affascinante, le donne iniziarono a creare con la lana qualcosa che potesse rivestirle dello stesso fascino di quelle meravigliose creature marine.

Hai partecipato alle iniziative di Cuore di Maglia e Unite contro il cancro: come vi siete conosciute?

Ci siamo incontrate grazie alla passione per la maglia e i filati. Oggi internet, i blog e le diverse community online legate alla maglia e non solo, sono fonte di amicizie che possono consolidarsi nella realtà e da cui nascono collaborazioni importanti e speciali. In particolare Cuore di Maglia è un’associazione di volontarie che si occupa di realizzare e portare nei reparti di terapia intensiva neonatale degli ospedali italiani coperte, cappellini, vestitini fatti ai ferri per i nati prematuri. I manufatti vengono donati alle famiglie come segno di vicinanza e condivisione di un momento difficile e delicato. Unite contro il Cancro nasce invece per sensibilizzare le donne sull’importanza della ricerca e della prevenzione delle malattie tumorali femminili, per anticipare ed evitare, dove possibile, la degenerazione o gli esiti fatali delle stesse. In questo momento l’associazione sta lavorando a un libro di schemi di maglia, realizzato dalle tantissime donne che hanno aderito con entusiasmo al progetto inviando le loro creazioni. Credo che la partecipazione sociale sia un gesto che dà senso all’esistenza. Regalare un sorriso, una testimonianza di vicinanza e presenza, è un momento magico, per chi riceve e per chi dà.

Hai un blog, sei una designer di Ravelry nonché autrice e coautrice di libri, tieni diversi corsi…. da dove nasce questo desiderio di condivisione?

Dalla passione per la maglia, per i filati e per i modelli. Come dicevo, la rete offre davvero infinite possibilità a chi desidera condividere una passione.

Parliamo dei corsi che proporrai a The Wool School: sono incentrati su argomenti particolari e molto specifici. Come mai la scelta di questi temi e per chi sono pensati?

I corsi che terrò per The Wool Box sono due: uno dedicato agli scialli (il 22 ottobre) e uno sui cardigan (il 3 dicembre). Entrambi prevedono la lettura e la scrittura degli schemi. Insegnerò a capire la struttura fondamentale del capo che stiamo lavorando (per esempio, per lo scialle, la struttura può essere circolare o triangolare), che ci consentirà non solo di creare e scrivere nuovi schemi ma, partendo da uno schema dato, ci permetterà di personalizzare il modello che stiamo creando, adattandolo al nostro corpo e alla nostra fisionomia, diversa per ognuno. Credo che, insieme al lavoro a maglia vero e proprio, la capacità di personalizzare i capi in corso d’opera sia fonte di grande soddisfazione.

C’è un messaggio o un’idea che ti piacerebbe trasmettere tra i “fili” di questo corso?

Indossare un capo realizzato con le proprie mani e adattato alle proprie forme fisiche è una sensazione indescrivibile: la consapevolezza di essere riusciti a fare da soli quelle modifiche o di aver disegnato e scritto le istruzioni per ottenere quel capo è un’emozione unica e impagabile. Sono convinta che tutti siano in grado di farlo e sono pronta a insegnarlo a chi parteciperà ai corsi.

Prima di salutarti, un’ultima domanda “fuori schema”: c’’è un libro che ti è piaciuto particolarmente e che ci consiglieresti?

Sicuramente “Dieci donne” di Marcela Serrano. Lo sto leggendo in questo periodo e non l’ho ancora finito. Racconta di dieci donne, anzi nove più una, tutte diverse per età, estrazione sociale, personalità, esperienza di vita, ma accomunate da un unico fil rouge che è proprio la femminilità. Credo davvero che, per quanto possa essere diverso il vissuto di ogni donna, il loro cuore sia lo stesso, in ogni tempo e in ogni luogo, e unica sia la nota della loro anima femminile.