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Noblesse oblige: le merinos, pecore di sangue blu

«Il 12 ottobre 1786 un gregge di 366 pecore (324 femmine e 42 maschi), partito da Segovia in Spagna il 15 giugno, giungeva all’Ovile Reale di Rambouillet …».

Pare assurdo, oggi, pensare a una così minuziosa descrizione di un gregge peraltro neppure così numeroso. Le ragioni sono da ricercare in quel particolare contesto storico, economico e sociale. Sulla Spagna regna Carlo III, già principe ereditario del Granducato di Toscana, il primo stato al mondo ad aver abolito la pena di morte. Goya dipinge le scene della quotidianità dando dignità di cronaca alla gente del popolo, ai contadini, ai militari, ai bambini delle campagne. Ancora qualche anno e nel 1789 scoppierà a rivoluzione francese. Da un solo anno ha visto la luce il primo telaio meccanico.

L’Europa vive, insomma, una stagione illuminata, prodromo della modernità. In questo clima di intelligenza e fiducia, i rapporti tra le famiglie delle grandi monarchie europee vengono sugellati con doni inconsueti che rompono quelle logiche di chiusura, paura e miopia che fino ad allora avevano caratterizzato i rapporti tra stati.

Incredibile a dirsi, ma le pecore hanno in queste dinamiche un ruolo cruciale. Fino a quel momento era vietata, pena la morte, la trafugazione di pecore dalla Spagna. La finezza delle “merinos” era ritenuta talmente importante per quell’economia che si tentava di annullare in ogni modo il rischio di perdita dell’esclusività della razza. È così che le merinos di Spagna, graditissimo dono di distensione fra potenze, divengono messaggere di pace in questo nuovo clima di fiducia nel mondo. Fatte incrociare con le razze locali, ne aumentano il pregio e danno origine a nuovi ceppi che rappresentano ancora oggi il massimo della finezza europea. Il dono è così gradito che viene ripetuto tra le case regnanti. Così le nostre eroine si trasferiscono e trovano dimora nell’impero asburgico, in terra d’Albione e in quella miriade di staterelli che era all’epoca l’Italia. In quel periodo eccitante, Cook sbarca in Nuova Zelanda e nel 1788 quelle terre entrano a far parte del Nuovo Galles del Sud, propaggine australe del governo britannico.

Perché questa carrellata storica? Perché a bordo delle navi che dalla Gran Bretagna partivano alla volta dei mari dell’altro emisfero, erano ospitati quegli animali rustici, facilmente adattabili ai climi più disparati, buoni riproduttori, ottimi fornitori di carne magra e digeribile, sfruttabili per il vello … insomma, le pecore merinos.

È così che dalla Spagna della seconda metà del Settecento le merinos, dopo secolare permanenza iberica, si diffondono non solo in Europa ma in quella porzione di mondo dove oggi costituiscono la maggiore fonte di reddito e ricchezza di un’intera nazione conosciuta grazie a loro e agli All Blacks: la Nuova Zelanda, dalla quale proviene la maggiore quantità e la migliore finezza mondiale di lana. Per concludere, un rapido albero genealogico.

Noblesse oblige.

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La posta dei lettori: l’allevamento, un sogno possibile

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la mail di Chiara, lettrice di The Wool Box.

Dopo aver visitato il vostro sito, una certa esitazione e vari ripensamenti, ho deciso finalmente di scrivervi. Non si tratta di un preambolo a un curriculum vitae, un lavoro ce l’ho, e non sto neppure per raccontare la storia della mia vita. Piuttosto è la storia di un percorso che mi ha portato di recente a Miagliano.

Amo gli animali – ho un contatto costante soprattutto con cani e gatti – e lavoro a maglia con entusiasmo, anche se non ho molto tempo libero per realizzare i miei progetti. I grossi animali sono da sempre un’altra passione, anche se non ho mai potuto prendere in considerazione seriamente la possibilità avere una bovina Valdostana castana da compagnia, o una pecora Biellese come tosaerba ecologico per il praticello davanti a casa.

Negli ultimi tempi, anche leggendo dello sfruttamento intensivo delle pecore Merino in Australia e Nuova Zelanda e della miseranda fine a cui sono avviate a fine carriera, mi sono posta delle domande e ho ripensato seriamente ai grossi animali… ma in che veste? Come potenziale allevatore? Non ci credo neppure per un attimo. Ho un grosso limite quando si parla di bestie. Le mie avrebbero tutte un nome, ne osserverei la diversa personalità, le guarderei crescere, mi legherei affettivamente tanto da non poterle “usare” economicamente. Ma una zootecnia “fiabesca” non è né reale né economicamente produttiva.

I bovini sono animali bellissimi, ma poi? Allevarli per la carne, per il latte? So che non ne sarei capace. Crescerli solo per il puro piacere di vederli vivere richiede finanze che non possiedo. E allora capre e pecore… qui forse uno spiraglio c’è. Più piccole, meno impegnative, meno costose da mantenere. E allevarle per vederle vivere e per produrre lana non comporta sofferenza per nessuno.

Tutti però provano a dissuadermi. Mi assicurano che allevare degli ovini per la lana è assolutamente antieconomico. Sui testi di agraria e sui libri che trattano di razze ovine la lana è sempre indicata come uno scarto senza valore. Perché?, mi chiedo. Quanti capi di vestiario in lana ha in casa ognuno di noi? Guanti, sciarpe, maglie, tappeti, tessuti d’arredamento… Da dove vengono tutti questi oggetti più o meno costosi fatti con uno “scarto senza valore”? Il colpo finale viene da un libretto sull’allevamento della pecora. In particolare mi colpisce un capitolo intitolato Lana, un male necessario.

E poi produrre lana per impedire che scompaiano razze storiche locali, per contribuire a mantenere concretamente la biodiversità, per fare qualcosa che si opponga all’appiattimento e alla distruzione delle piccole realtà artigiane locali, per mantenere un legame con la natura e conservare il territorio e, non ultimo (almeno per me), per non dover pensare di vendere o macellare i propri animali ha un senso, oppure sono solo fantasie senza fondamento di un sognatore che vorrebbe, ma che non riesce ad ancorare una sua visione utopica del rapporto con gli animali a una realtà che possa essere anche economica? È davvero inconciliabile il mio sentire con la possibilità di guadagno? Sembra proprio di sì.

Sono a un punto morto, poi per caso incontro le parole “Biella The Wool Company”, leggo della mostra Wools of Europe… la visito e si riaccende l’entusiasmo. Grazie! Toccare con mano che qualcuno riesce ad allevare un suo gregge, creare con la sua lana degli oggetti e vendere un prodotto finito artigianale con un alto valore aggiunto è stata una scoperta inaspettata.

Così, in senso proprio e in senso figurato ora accarezzo una nuova idea. Nel frattempo però la pecora Saltasassi è virtualmente estinta e la Savoiarda resiste anche grazie a un “allevatore custode”.

Ma forse un’attività non esclude necessariamente l’altra. Sicuramente non mi impedisce per ora di documentarmi, leggere, studiare, magari partecipare al vostro prossimo corso di filatura, e pensandoci bene mi piacerebbe anche imparare a produrre il feltro. Ho già in mente il progetto di una coperta con un soggetto animale: i vari colori potrebbero essere quelli di lane naturali in toni diversi, come quelli del vello di una pecora Jacob (e vogliamo parlare dell’emozione di essere la felice proprietaria di una pecora anche quadricorna?).

Così, nei ritagli di tempo, lavoro a maglia, mi dedico alle mie creazioni e medito.

Cordialmente

Chiara

 

Il Natale di The Wool Box


Anche quest’anno ce lo siamo perso. Quante occasioni avremo ancora, non tanto per rimediare quanto per godere appieno dell’Avvento? Non si tratta di essere clericali, cattolici o confessionali, quanto di cogliere il valore di queste quattro settimane che ci preparano al Natale. Eppure anche quest’anno sono volate via.

Saranno state le vicissitudini di governo, l’aumento dell’età pensionabile e delle imposte, gli scenari esteri e interni e gli equilibrismi delle grandi potenze, lo spread (del quale fino a qualche mese fa ignoravamo l’esistenza e che oggi ci incolla al televisore), le perdite della borsa (nella quale, peraltro, non abbiamo investito un solo centesimo). Decine, centinaia le scuse ipotizzabili, ognuna plausibile e tutte protese verso un identico risultato: la preoccupazione. Sembra che senza non riesca a vivere. Che si tratti di masochismo?

L’inverno è ancora lungo. Tecnicamente è appena iniziato, eppure la natura ha già mutato il suo corso, e le giornate iniziano il loro faticoso allungarsi verso una nuova primavera. Non ce ne rendiamo conto e ci apprestiamo nuovamente a mortificare una festa celebrando un rito banale e consumistico, tra piccole grane, protagonismi e protagonisti, “baruffe chiozzotte” di goldoniana memoria, il nostro nome riportato sotto a una minuta irrilevante ma ipersignificativa ai nostri occhi, i nostri sforzi migliori volti ad alimentare il nostro ego, fino a non essere più in grado di cogliere la nostra reale dimensione.

Silenzio. Quanto bisogno ne avremmo. Una pausa dal frastuono incontrollato e spesso volgare della superficialità che avvolge molti dei nostri rapporti. Ci vorrebbero passi in punta di piedi, sobrietà ed eleganza nei gesti.

La mente va ad Andrea, là fuori. Le sue pecore hanno appena superato il ponte sul fiume. Fa freddo, e il suono degli animali è quanto più vicino al silenzio si possa immaginare. Chissà se almeno a lui non è sfuggito di mano il tempo, se l’Avvento per lui dura l’intero arco dell’anno, se ogni giorno, ogni attimo diventa un’epifania sacra. In ogni caso, lui e il suo gregge ci stanno pungolando, ci sussurranno che un’altra via è possibile, che non sempre la frenesia equivale a benessere, che ritmo e cadenza strutturano una regola alla quale sarebbe bene adattarsi, che il maggiore vizio della nostra epoca è la mancanza di fiducia, di visione del futuro: in una parola, la paura. Riecheggiano, scovate in chissà quale cassetto della memoria, parole forti di un uomo forte: «Non abbiate paura».

Cercheremo di non avere più paura. E vorremmo fare di questo proposito un auspicio per il nuovo anno, con l’augurio di trascorrere un Natale sereno, per tutti voi che leggendoci e sostenendoci state alimentando la speranza di un futuro diverso. Grazie e buone feste.

The Wool Box

Aspettando il Natale con Valentina


28 novembre 2011

Ancora si avverte lo strascico benefico della forte presenza di Agostina qui a The Wool Box. Sembra tra l’altro che si possa già parlare di una prossima data per il corso di feltratura manuale, magari in primavera. Ne sarei davvero felice. Oggi abbiamo lavorato alle nuove foto ambientate tra i colori d’autunno, e finalmente sono pronte anche quelle! Sto anche imparando alcuni rudimenti di contabilità, ma è piuttosto difficile. Il mio stage è quasi giunto al termine, e si avvicina la resa dei conti: il momento in cui dovrò dimostrare di aver imparato qualcosa di più che caricare due fotografie sul sito e chiacchierare con i nostri amici su Facebook. Comunque vada, sono contenta di questi sei mesi: mi hanno dato tanto e insegnato molte cose.

V.

29 novembre 2011

Tutti con l’influenza. Mi sembra di sentire starnutire e tirare su col naso dappertutto. Spero solo di riuscire ad evitarla quest’anno. Stasera devo immergermi nella ressa di Biella per comprare qualcosa per il compleanno di mia madre e per ultimare i regali di Natale. Muoversi nel traffico natalizio è uno strazio, sembra che la gente si dimentichi come si fa a guidare. Tutti hanno la precedenza, tutti hanno fretta e tutti cercano parcheggio puntualmente dove lo cerchi anche tu! Per questo di solito cerco di aver già fatto tutti i regali a fine novembre, in caso contrario potrei rischiare un esaurimento nervoso!

V.

01 dicembre 2012

Abbiamo l’albero di Natale! Il signor L. è andato a comperare un abetino vero su cui appendere le palline di lana e i Babbo Natale lavorati a mano e, chissà, magari anche le pecorelle col maglione. Sono così graziose… in ceramica, completamente lavorate a mano, così come le teste dei Babbi. Abbiamo anche delle ciotoline in ceramica dove si può appoggiare il gomitolo mentre si lavora a maglia, in modo che non rotoli sotto il divano. Io ne ho presa una: sto lavorando a dei guantini multicolore ed è un macello tra fili e gomitoli!

V.

2 dicembre 2011

Oggi è stata una giornata molto bella. Stamattina ho fatto colazione in cremeria con la mia amica del cuore, Ilaria. Poi, dopo una scappata veloce a casa a recuperare stivali, jeans e maglione per montare la cavallina, sono andata direttamente su. Quando l’ho recuperata dal suo recinto era impanata come una bistecca, e mi ci sono voluti 45 minuti per renderla presentabile. Non potevo certo metterle la sella sporca com’era, nonostante la pellaccia robusta e il pelo invernale si sarebbe piagata. Era la prima volta che la montavo da sola, e la seconda che la montavo in assoluto, e mi ha fatto un regalo grandissimo. Sono salita in sella dentro il recinto fangoso in cui si rotola abitualmente, ma il terreno è in discesa e il fango la faceva scivolare. Così siamo uscite e abbiamo raggiunto il prato subito dietro la sua stalla. Le orecchie diritte, il collo teso e le froge vibranti di curiosità, la cavalla si è avviata di buon passo verso il centro del prato, dove a un comando leggero ha iniziato a trottare in un largo cerchio. Sentivo però che aveva davvero tanta voglia di sfogarsi, allora l’ho portata sul piano e appena siamo arrivate sul lato più lungo del prato le ho chiesto il galoppo. L’emozione che mi ha trasmesso è stata il regalo più bello. L’aria frizzante e il sole del primo pomeriggio che ti accarezzano il viso, i muscoli del cavallo che si muovono eleganti e potenti al comando delle gambe, il suono ritmico degli zoccoli sul terreno, la criniera che danza nel vento… Una poesia fatta di sensazioni ed emozioni anziché di parole. Sono rimasta con un sorriso inebetito per tutto il pomeriggio. Non vedo l’ora di tornare da lei!

V.

Elisa* intervista Agostina Zwilling


Questa settimana incontriamo Agostina Zwilling, artista e donna di grande carisma che ci accompagnerà nella conoscenza del feltro (e anche un po’ di noi stessi).

Buongiorno, Agostina. La prima domanda è quasi di rito: raccontaci come nasce la passione per il feltro e in generale per il mondo dei tessuti.

Nasce come tutte le passioni: per caso. Molto giovane studio figurinismo a Torino e inizio a sondare tutte le possibili tecniche di manipolazione di fibre e tessuti, perché già allora l’esigenza maggiore era quella di creare non solo modelli, ma anche tessuti originali. Sperimento continuamente nuove combinazioni e abbinamenti di colori, fibre e materiali. In questa mia incessante ricerca creativa ho riscoperto l’antico mestiere della produzione del feltro, che interpreto in modo contemporaneo del tutto personale, fino a testarne le potenzialità, oltre che nel campo della moda, anche nel mondo dell’arte.

Il feltro, quindi, è stato fin da subito arte e comunicazione?

Ho mosso i miei primi passi da artista che ero bambina, cominciando con pittura e scultura. Da lì in poi ho sempre sentito l’urgenza e il bisogno di comunicare e l’arte mi è stata compagna, parallelamente alla mia vita professionale. Pertanto, una volta incontrato il feltro, ho trovato naturale utilizzarlo nelle mie opere, insieme agli altri materiali che già manipolavo.

Il feltro sembra essere diventato una tendenza di questi ultimi anni (tanti i corsi, le produzioni artigianali, l’interesse), ma in realtà è un’arte arcaica, come la definisci tu: nel tuo percorso hai provato a risalire alle origini di questa lavorazione? Cos’hai scoperto?

Il feltro è un tessuto che non ha né trama né ordito, ed è creato semplicemente con le mani senza l’uso di strumenti specifici. Protegge dal freddo, dalla pioggia e dal vento. I popoli nomadi dell’Asia centrale, infatti, lo usano ancora oggi per isolare e arredare pareti e tetti delle loro abitazioni, ma anche per creare letti, tappeti e arazzi. È un tessuto frutto del lavoro comune, soprattutto di donne e bambini, e viene preparato nel periodo della tosatura delle pecore, secondo rituali e gesti che ricordano i movimenti di una danza. I manufatti sono realizzati seguendo solo la fantasia e l’istinto, senza schemi prestabiliti, e proprio per questo risultano carichi di simbologie arcaiche. Per non perdere contatto con questa tradizione, a Istanbul, ad esempio, sono stati istituiti corsi universitari appositamente dedicati allo studio del feltro. Lo stesso vale per il Nord Europa, in particolare per i paesi scandinavi, dove esistono scuole e istituti che offrono corsi di specializzazione sulla tecnica dell’infeltrire. Anche nelle regioni alpine il feltro è molto diffuso e apprezzato. L’Italia, infatti, è un paese con una lunga tradizione di allevamento ovino, tanto che l’industria laniera e tessile negli anni Sessanta ha avuto un grande sviluppo. Purtroppo il boom industriale ha sconvolto l’equilibrio di agricoltura e pastorizia, con effetti devastanti, e come conseguenza sono cambiate anche le abitudini di vita, rendendo obsolete attività che le nostre nonne svolgevano nell’ambito della vita familiare e sociale. Gesti antichi, densi di significati, sono scomparsi all’improvviso con il progresso.
Ripercorrere la storia del feltro è interessante perché attraverso rappresentazioni e tecniche abbiamo la possibilità di conoscere tanti aspetti della vita di un tempo, e credo che il contesto perfetto per questo tipo di ricostruzione storica siano i musei. Ma riprodurre e imitare le vecchie tecniche è limitativo: mi considero una contemporanea e voglio esprimermi nel mio tempo e con il mio linguaggio personale, dialogando con i miei settori di riferimento artistico e professionale.

La lavorazione del feltro è fisicamente impegnativa: la fatica aiuta in qualche modo a esprimere ciò che si agita dentro? Può diventare essa stessa veicolo di comunicazione?

Non parlerei di fatica, piuttosto di un rito che coinvolge tutto il corpo e che aiuta a esprimere piacere e creatività. Queste dimensioni si trovano in stretto rapporto, perché il piacere fornisce la motivazione e le energie necessarie al processo creativo il quale, a sua volta, aumenta il piacere e la gioia di vivere. Con il piacere, la vita è un’avventura creativa; senza, è solo una lotta per la sopravvivenza.

In tanti tuoi lavori utilizzi la tecnica del nunofeltro: di che cosa si tratta?

“Nuno” è una parola giapponese che significa “tessuto”. L’invenzione di questa tecnica viene attribuita all’australiana Polly Blakney Stirling nel 1992, in collaborazione con la sua assistente Sachiko Kotaka. Si tratta di manipolare una quantità minima di fibre di lana con un tessuto puro di base, come garza di seta o chiffon di seta, per poter ottenere un feltro leggero, dalle caratteristiche molto diverse rispetto a quello tradizionale. Il processo di infeltrimento nuno è ideale per ottenere tessuti leggeri, adatti a creare capi d’abbigliamento o accessori moda, in una vasta gamma di effetti e colori, dalle texture decisamente molto interessanti.

Esistono ancora nuove frontiere, sfide, sperimentazioni nell’ambito delle tecniche di lavorazione?

Senza sperimentazione sarei una persona morta. La curiosità di andare oltre la materia mi ha sempre affascinato e trascinato in momenti creativi intensi. Mi è necessario, è un vero e proprio bisogno.

Molte tue opere rappresentano messaggi di denuncia contro la violazione dei diritti umani. Prendono vita in occasione di sollecitazioni particolari, come per esempio una mostra a tema, oppure nascono come esigenza di espressione riguardo a questioni sociali che ti stanno a cuore e attorno a cui desideri destare l’attenzione?

I diritti umani calpestati sono il mio “fil rouge” artistico perché laddove vi sono condizioni di violazione, muoiono i sogni. La denuncia di violenze e soprusi è il tema di tante mie opere, anche se non posso dire che il mio sia un fine sociale: considero i miei lavori esclusivamente come espressione personale e tale resta la loro utilità. Tutto quello che segue (esposizioni, fruizione delle opere da parte del pubblico, e anche un eventuale movimento delle coscienze), per quanto bello e importante, non è mai motivazione della nascita di un’opera. Quella riguarda solo me.

I tuoi lavori sono spesso connessi, in modi diversi, all’Africa: hai un legame particolare con questo continente?

Sì, molto intimo. È alla base della mia riflessione sul corpo femminile e sulla sua rappresentazione. La mia opera Main liée, pied lié, mani e piedi legati, fa riferimento alle minacce esterne a cui il corpo è costantemente sottoposto: è il simbolo dell’impossibilità di muoversi, condizione nella quale noi occidentali vogliamo tenere il popolo africano. La vulnerabilità e la ricerca della propria identità sono componenti fondamentali nel mio lavoro.

Fra le tante mostre a cui hai partecipato, ce n’è una a cui ti senti particolarmente legata?

PELLE, l’ultima mostra di cui sono stata curatrice. L’assunto alla base di questa nuova esperienza espositiva è il desiderio di analizzare il ruolo del feltro come frontiera naturale tra moda e sostenibilità, stimolo e strumento espressivo della creatività, con il chiaro intento di tracciare una nuova strada da intraprendere per l’industria del fashion e del design tessile. È su questa premessa che si sono concretizzati gli inviti alle artiste scelte per la loro attitudine a costruire il “Tessuto Innovativo” con lana organica e fibre naturali. È stata un’occasione importante per mettere in discussione con gioiosa passione e lucido disincanto i miti e i riti del settore moda, profondamente in crisi, indicando la necessità di ri-fondare principi e valori del processo produttivo, in un’ottica di sostenibilità.

Hai fondato l’Italian Felt Academy per poter offrire una formazione di alto livello insieme ad altre artiste: è la risposta a una richiesta che avete incontrato o avete proposto di vostra iniziativa una concezione del feltro qualitativamente più alta?

ItFA si basa sulle mie esperienze e su ciò che intendo per formazione. Credo si tratti di un processo tutt’altro che esclusivamente riconducibile al tradizionale “travaso” di saperi, o al semplice “addestramento” teso a sviluppare capacità tecniche. La formazione è soprattutto un processo educativo fondato sul rispetto e sulla valorizzazione del capitale umano di ogni allievo, ma anche sulla crescita e spendibilità del suo potenziale creativo. In questa prospettiva, per poter insegnare, occorrono esperienze professionali consolidate e, naturalmente, “vocazione formativa”. Conoscere una materia o una professione non basta, occorre saper “tirar fuori” (ex-ducere) da ogni allievo tutto il potenziale creativo e renderlo concretamente uno strumento operativo. La portata di questa didattica sta soprattutto nell’adattamento a una realtà in continua evoluzione: ne è un esempio il rapporto tra lavorazione del feltro ed ecosostenibilità, completamente modificato negli ultimi dieci anni in termini di logiche, sistemi organizzativi e, ovviamente, di competenze richieste alle persone che si accostano a quest’area di attività professionale. Io ne sono convinta e l’esperienza me lo ribadisce ogni giorno: lavorare in questo settore non è più solo saper disegnare, ma saper creare, tenendo conto di tutta una serie di fattori (sociologici, psicologici, culturali, economici, tecnologici, ambientali e via dicendo). In un mondo accademico ancora così pesantemente attardato a rispondere alle nuove esigenze formative e alle attuali complessità del mercato, Italian Felt Academy si fa portatrice di innovazione sia nei contenuti sia nelle metodologie didattiche, affinché il “momento formativo” diventi un’occasione unica per sviluppare nuovi approcci culturali, nuove capacità e competenze indispensabili per consentire la conoscenza delle risorse personali.

Per The Wool School proponi un corso sperimentale particolare dal titolo Wool/Water is Life: FeltGhirba: ci racconti di cosa si tratta e per chi è pensato?

Il corso proposto a The Wool School comincerà il venerdì pomeriggio, per protrarsi poi tutto il weekend. Tema di questi tre giorni sarà la realizzazione di una ghirba in feltro. Si tratta di un contenitore per l’acqua, normalmente realizzato in pelle di capra, fabbricato dalle donne di Berhale, un villaggio della Dancalia settentrionale. È un oggetto carico di significato, per diversi aspetti. Innanzitutto rappresenta l’unico mezzo di sostentamento per queste donne e quindi è alla base di un’economia dall’equilibrio fragilissimo. In secondo luogo serve al trasporto e alla conservazione di un elemento vitale come l’acqua. Proprio sulla preziosità di questo bene comune, vogliamo creare una sorta di legame tutto al femminile. Come ho scritto nella locandina di presentazione, noi donne siamo depositarie di vita, e l’acqua è vita per eccellenza. Il contenitore creato durante il corso diventa così simbolo di noi donne occidentali feltraie, che consideriamo l’acqua un tesoro al pari delle donne etiopi e che, sfidando la materia e lavorandola fino a renderla impermeabile, permettiamo la conservazione dell’acqua per periodi di siccità. Questo è un perfetto esempio di ciò che si diceva prima a proposito della mia didattica: è un progetto che unisce pratica artistica, attenzione all’ecosostenibilità e sensibilizzazione culturale.
Per le nostre realizzazioni, The Wool Box metterà a disposizione diversi tipi di lana raccolta con l’ultima tosa dai pastori di tutta Italia. In particolare verranno utilizzati i sucidi di tre razze: Biellese, Suffolk e Prealpes du Sud.

Ci consigli una lettura che hai amato in modo particolare?

Più che di un libro si tratta di un’autrice: Alice Miller, psicanalista e saggista polacca scomparsa poco tempo fa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Ha scritto diversi libri e il suo tema dominante è la pedagogia nera, ossia la violenza educativa che i bambini vivono all’interno delle famiglie. È senz’altro un tema che in qualche modo ci riguarda tutti, come figli o genitori, e che merita sicuramente una riflessione.

La Leicester Longwool, hippie dei pascoli

Questa è la prima di una serie di schede tecniche in “stile The Wool Box” per la classificazione delle razze ovine autoctone europee.

 

20111111-155731.jpg© http://www.sheep101.info 

Pazienti, tenaci e avvezze alla transumanza, le pecore seguivano gli eserciti romani alla conquista del mondo. Da quegli animali robusti e mansueti i soldati traevano carne, latte e lana. Le pecore condividevano il destino dei legionari: proprio come loro, morivano, si riproducevano, facevano ritorno in patria o ne trovavano una nuova e in quella iniziavano una loro evoluzione genetica. Dalla Mesopotamia, prima a Roma e poi nelle lande del Nord Europa, lungo il lento fluire dei millenni, sempre accanto all’uomo, sempre al suo servizio.
Di fatto, oggi, di qualunque razza di pecora inglese si può dire che discenda dalla Leicester Longwool, selezionata e sviluppata nel 1700 da Robert Bakewell di Dishley nel Leicestershire, e lontana erede di quelle pioniere forzate che accompagnavano l’esercito latino.
Adattatasi perfettamente al rigido clima del Nord della Gran Bretagna, questa pecora viene allevata in piccole greggi per permettere la conservazione dei suoi caratteri distintivi. Gli incroci sono finalizzati a definire ceppi con specifiche caratteristiche, e non a modificare l’esistente, pratica che ci sembra una perla di saggezza straordinaria.
Il suo pesante vello lucido può raggiungere i 16 kg ed è caratterizzato da ciocche lunghe anche 45 cm che arrivano fino a terra già nel primo anno di vita dell’agnello. Hippie dei pascoli, si muove altera protetta dal ricco manto riccio e frisato. La morbidezza del filato, la sua mano e la lucentezza serica fanno della sua lana una fibra rarissima, che trova suo degno impiego in scialli e sciarpe.
La produzione europea di filato White Leicester Longwool risulta estremamente limitata, e quella gallese in totale ammonta ad appena qualche centinaio di chili.
Oggi la Leicester Longwool è considerata una razza rara a rischio di estinzione e continua a sopravvivere solo grazie ad alcuni entusiasti che lavorano senza tregua per far sì che anche le generazioni future la possano apprezzare e comprendere il suo ruolo storico. La nostra amica Polly, appassionata designer e knitter, è una di loro. Quando ce l’ha fatta conoscere, ce ne siamo subito innamorati, al punto da avviare una collaborazione di produzione tutt’altro che semplice. L’apprezzabile finezza della fibra infatti passa in subordine rispetto alla sua lunghezza, che costituisce il vero problema tecnologico da risolvere per trasformarla adeguatamente in filato. Solo una competente miscela di esperienza e tecnologia è riuscita a permettere la nascita di un bellissimo Aran Soft 6/10.

Nuovi incontri per Valentina


15 giugno 2011

Questa mattina mi è stato chiesto di andare in posta e, date le dimensioni esigue del paese, ci sono andata a piedi, attraversandolo in dieci minuti. Ho avuto così modo di vedere il glorioso paesino di Miagliano, 665 anime, qualche cane, un postino, un tabacchino e la classica gente da paese di montagna, affabile e disponibile, ma anche terribilmente pettegola!
Appena entrata, con le mie brave letterine in mano e il mio sorriso da Heidi, non ho potuto fare a meno di ascoltare la signora allo sportello e un uomo anziano che stavano discutendo sulla dubbia paternità di un ragazzo del paese, compagno di scuola della sorella della nipote del cugino di terzo grado del vicino della moglie di questo signore… Soffocando a stento una risata (sarebbe stato poco gentile da parte mia), ho aspettato il mio turno, ho consegnato le buste e pagato. Nel frattempo una donna dai capelli ricci stava attraversando la piazza, e la signora delle poste ha esclamato, colpita: «Ma guarda un po’! La Rosanna si è tagliata i capelli».
Abituata come sono al mio paese, dove su 8000 abitanti ne conosco sì e no dieci, mi è scappato da ridere, e ho la netta sensazione che le due comari dietro di me non abbiano perso tempo a spettegolare su chi fossi e perché fossi così divertita, non appena sono uscita dalla posta.

V.

15 giugno 2011

È tornato il signor L., e abbiamo ripreso la routine al computer. Verso metà mattinata è arrivato un camion con lana francese e rispettivi allevatori, e sono stata chiamata a toccare con mano quello che avevano portato. erano cinque personaggi interessanti: due fratelli di origine italiana, che parlavano francese, italiano e dialetto piemontese (che spasso ascoltarli!), una signora dall’aria molto dolce con i vestiti colorati e i capelli argentati, una giovane donna dall’aspetto forte e ruvido e un uomo alto e dinoccolato con una buffa espressione sul viso.
I due fratelli non erano nuove conoscenze, e si è visto: la loro lana era già divisa in sacchi (di nylon). Gli altri invece l’avevano stipata chi in sacchetti di carta per il mangime, chi in giganteschi sacconi che sembravano dover scoppiare da un secondo all’altro. Nonostante questo, la lana è ottima e il signor M. dice che dev’essere una razza incrociata con pecore neozelandesi…
Finito di assistere al controllo della lana, sono tornata alla mia scrivania, ma poco dopo è spuntato il grande capo chiedendomi se avevo impegni nel pomeriggio, perché era in programma una visita per i francesi alla Pettinatura I..
Non potevo crederci! Stavo saltellando come una cotoletta sul fuoco. Non ero mai stata lì, con la scuola eravamo andati in visita al Lanificio F.lli Cerruti, ma nulla di più, e questa opportunità (una visita guidata, con tanto di spiegazioni ad hoc) mi faceva quasi girare la testa.
Così nel primo pomeriggio siamo arrivati, chi in macchina chi in camion, nel vasto e desolatao parcheggio di quella che un tempo era quasi una città, sia per il numero di persone che ci lavoravano sia per il traffico che c’era sempre. Ora sembra di entrare in un villaggio fantasma. Tutto è ancora in ordine e pulito, ma le persone che abbiamo incontrato nelle due ore trascorse li si contano sulle dita di due mani.

V.

22 giugno 2011

Il signor L. stamattina è arrivato dicendo che si sentiva un po’ mio padre, perché aveva un regalo per me. Mi ha consegnato una busta e io mi sono messa a ridere: dentro c’erano le chiavi dell’azienda (cancello e portone) ed è stato come tornare ragazzina, quando il mio papà mi ha consegnato le chiavi di casa dicendomi di farne buon uso. Ricordo ancora l’espressione seria e quasi severa che aveva quando è successo!

V.

29 giugno 2011

Oggi ho conosciuto una donna davvero eccentrica. È arrivata in tarda mattinata e appena è entrata l’aria si è come surriscaldata. La prima cosa che ho visto di lei quando è venuta a stringermi la mano sono stati i capelli: una frizzante cascata rossa di ricci vaporosi e ondeggianti. E poi la voce! Piacevole, calda, il tono sicuro di chi è evidentemente abituato a intrattenere le persone. Ha detto di chiamarsi Venette. Non posso immaginare un nome più appropriato per una personalità così particolare!

V.

30 giugno 2011

Oggi giornata di cambio look. Il signor L. ha fatto portare una cassettiera in legno dal suo vecchio ufficio, che ora se ne sta comoda comoda accanto alle scrivanie, in mezzo al passaggio.
News mobiliari a parte, ho terminato l’allestimento dello stand che presenteremo il 9 luglio a Cavaglià. Attualmente è collocato al centro del salone, delimitato da nastro adesivo di carta. Sono sicura che sarà bellissimo, e non lo dico solo per orgoglio personale.