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The Wool Box fa le valigie

Siamo orgogliosi di comunicarvi che, dopo un anno di attività, 100 articoli dedicati al mondo della lana e oltre 500 nuovi amici su Facebook, The Wool Box cambia casa. Da oggi il blog si trasferisce su un nuovo dominio, con un layout grafico rinnovato, contenuti extra e maggiori funzionalità. E, a breve, anche l’edizione in francese. Aggiornate i vostri preferiti e continuate a seguirci su

 blog.thewoolbox.it

Noblesse oblige: le merinos, pecore di sangue blu

«Il 12 ottobre 1786 un gregge di 366 pecore (324 femmine e 42 maschi), partito da Segovia in Spagna il 15 giugno, giungeva all’Ovile Reale di Rambouillet …».

Pare assurdo, oggi, pensare a una così minuziosa descrizione di un gregge peraltro neppure così numeroso. Le ragioni sono da ricercare in quel particolare contesto storico, economico e sociale. Sulla Spagna regna Carlo III, già principe ereditario del Granducato di Toscana, il primo stato al mondo ad aver abolito la pena di morte. Goya dipinge le scene della quotidianità dando dignità di cronaca alla gente del popolo, ai contadini, ai militari, ai bambini delle campagne. Ancora qualche anno e nel 1789 scoppierà a rivoluzione francese. Da un solo anno ha visto la luce il primo telaio meccanico.

L’Europa vive, insomma, una stagione illuminata, prodromo della modernità. In questo clima di intelligenza e fiducia, i rapporti tra le famiglie delle grandi monarchie europee vengono sugellati con doni inconsueti che rompono quelle logiche di chiusura, paura e miopia che fino ad allora avevano caratterizzato i rapporti tra stati.

Incredibile a dirsi, ma le pecore hanno in queste dinamiche un ruolo cruciale. Fino a quel momento era vietata, pena la morte, la trafugazione di pecore dalla Spagna. La finezza delle “merinos” era ritenuta talmente importante per quell’economia che si tentava di annullare in ogni modo il rischio di perdita dell’esclusività della razza. È così che le merinos di Spagna, graditissimo dono di distensione fra potenze, divengono messaggere di pace in questo nuovo clima di fiducia nel mondo. Fatte incrociare con le razze locali, ne aumentano il pregio e danno origine a nuovi ceppi che rappresentano ancora oggi il massimo della finezza europea. Il dono è così gradito che viene ripetuto tra le case regnanti. Così le nostre eroine si trasferiscono e trovano dimora nell’impero asburgico, in terra d’Albione e in quella miriade di staterelli che era all’epoca l’Italia. In quel periodo eccitante, Cook sbarca in Nuova Zelanda e nel 1788 quelle terre entrano a far parte del Nuovo Galles del Sud, propaggine australe del governo britannico.

Perché questa carrellata storica? Perché a bordo delle navi che dalla Gran Bretagna partivano alla volta dei mari dell’altro emisfero, erano ospitati quegli animali rustici, facilmente adattabili ai climi più disparati, buoni riproduttori, ottimi fornitori di carne magra e digeribile, sfruttabili per il vello … insomma, le pecore merinos.

È così che dalla Spagna della seconda metà del Settecento le merinos, dopo secolare permanenza iberica, si diffondono non solo in Europa ma in quella porzione di mondo dove oggi costituiscono la maggiore fonte di reddito e ricchezza di un’intera nazione conosciuta grazie a loro e agli All Blacks: la Nuova Zelanda, dalla quale proviene la maggiore quantità e la migliore finezza mondiale di lana. Per concludere, un rapido albero genealogico.

Noblesse oblige.

La posta dei lettori: l’allevamento, un sogno possibile

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la mail di Chiara, lettrice di The Wool Box.

Dopo aver visitato il vostro sito, una certa esitazione e vari ripensamenti, ho deciso finalmente di scrivervi. Non si tratta di un preambolo a un curriculum vitae, un lavoro ce l’ho, e non sto neppure per raccontare la storia della mia vita. Piuttosto è la storia di un percorso che mi ha portato di recente a Miagliano.

Amo gli animali – ho un contatto costante soprattutto con cani e gatti – e lavoro a maglia con entusiasmo, anche se non ho molto tempo libero per realizzare i miei progetti. I grossi animali sono da sempre un’altra passione, anche se non ho mai potuto prendere in considerazione seriamente la possibilità avere una bovina Valdostana castana da compagnia, o una pecora Biellese come tosaerba ecologico per il praticello davanti a casa.

Negli ultimi tempi, anche leggendo dello sfruttamento intensivo delle pecore Merino in Australia e Nuova Zelanda e della miseranda fine a cui sono avviate a fine carriera, mi sono posta delle domande e ho ripensato seriamente ai grossi animali… ma in che veste? Come potenziale allevatore? Non ci credo neppure per un attimo. Ho un grosso limite quando si parla di bestie. Le mie avrebbero tutte un nome, ne osserverei la diversa personalità, le guarderei crescere, mi legherei affettivamente tanto da non poterle “usare” economicamente. Ma una zootecnia “fiabesca” non è né reale né economicamente produttiva.

I bovini sono animali bellissimi, ma poi? Allevarli per la carne, per il latte? So che non ne sarei capace. Crescerli solo per il puro piacere di vederli vivere richiede finanze che non possiedo. E allora capre e pecore… qui forse uno spiraglio c’è. Più piccole, meno impegnative, meno costose da mantenere. E allevarle per vederle vivere e per produrre lana non comporta sofferenza per nessuno.

Tutti però provano a dissuadermi. Mi assicurano che allevare degli ovini per la lana è assolutamente antieconomico. Sui testi di agraria e sui libri che trattano di razze ovine la lana è sempre indicata come uno scarto senza valore. Perché?, mi chiedo. Quanti capi di vestiario in lana ha in casa ognuno di noi? Guanti, sciarpe, maglie, tappeti, tessuti d’arredamento… Da dove vengono tutti questi oggetti più o meno costosi fatti con uno “scarto senza valore”? Il colpo finale viene da un libretto sull’allevamento della pecora. In particolare mi colpisce un capitolo intitolato Lana, un male necessario.

E poi produrre lana per impedire che scompaiano razze storiche locali, per contribuire a mantenere concretamente la biodiversità, per fare qualcosa che si opponga all’appiattimento e alla distruzione delle piccole realtà artigiane locali, per mantenere un legame con la natura e conservare il territorio e, non ultimo (almeno per me), per non dover pensare di vendere o macellare i propri animali ha un senso, oppure sono solo fantasie senza fondamento di un sognatore che vorrebbe, ma che non riesce ad ancorare una sua visione utopica del rapporto con gli animali a una realtà che possa essere anche economica? È davvero inconciliabile il mio sentire con la possibilità di guadagno? Sembra proprio di sì.

Sono a un punto morto, poi per caso incontro le parole “Biella The Wool Company”, leggo della mostra Wools of Europe… la visito e si riaccende l’entusiasmo. Grazie! Toccare con mano che qualcuno riesce ad allevare un suo gregge, creare con la sua lana degli oggetti e vendere un prodotto finito artigianale con un alto valore aggiunto è stata una scoperta inaspettata.

Così, in senso proprio e in senso figurato ora accarezzo una nuova idea. Nel frattempo però la pecora Saltasassi è virtualmente estinta e la Savoiarda resiste anche grazie a un “allevatore custode”.

Ma forse un’attività non esclude necessariamente l’altra. Sicuramente non mi impedisce per ora di documentarmi, leggere, studiare, magari partecipare al vostro prossimo corso di filatura, e pensandoci bene mi piacerebbe anche imparare a produrre il feltro. Ho già in mente il progetto di una coperta con un soggetto animale: i vari colori potrebbero essere quelli di lane naturali in toni diversi, come quelli del vello di una pecora Jacob (e vogliamo parlare dell’emozione di essere la felice proprietaria di una pecora anche quadricorna?).

Così, nei ritagli di tempo, lavoro a maglia, mi dedico alle mie creazioni e medito.

Cordialmente

Chiara

 

Sconto vs Riduzione – parte seconda

Ne avevamo già parlato e oggi, in occasione della proposta studiata per quelli che abbiamo chiamato “grandi consumatori”, ritorniamo concretamente sull’argomento. Lo sconto proprio non ci piace e, di questi tempi, neppure il saldo. Intendiamoci, ne godiamo quando possiamo farlo ma solo nei casi in cui vestiamo i panni di consumatori e non di “distributori” (tema sul quale promettiamo ritornare), perché siamo convinti che in questi casi c’è sempre una parte che, poco o tanto, ci perde: l’acquirente del giorno prima, il fornitore, il prestatore di un servizio.

No, gli sconti e i saldi non ci piacciono e a essi preferiamo le riduzioni. Prendiamo il caso di un filato, naturalmente proveniente da lana autoctona, tracciabile e prodotto a km zero. Una matassa da un etto può essere imballata singolarmente in un’elegante custodia in cartone corredata da indicazioni d’origine e d’impiego, diventando un’interessante e pratica idea regalo. Per esempio una “wool box”.

Se lo stesso articolo è privo di imballo e delle indicazioni d’origine, non perde le sue peculiarità ma, necessitando di minori elaborazioni, manualità e costi di packaging, può essere proposto a un costo inferiore al precedente. È il caso della matassa sfusa.

Estendendo il ragionamento e aumentando leggermente le quantità in gioco, si può giungere alla definizione di altre modalità di riduzione dei costi. Le matasse escono dagli stabilimenti di produzione fascettate e imbustate a gruppi di cinque. Bene: nel caso ci occorra una quantità di lana sufficiente a confezionare un maglione o desideiamo contenere i costi dividendoli con un’amica, 500 g sono la quantità che fa al caso nostro. Se poi non ci formalizziamo e ci va bene ricevere le matasse anche senza fascetta personalizzata, eviteremo costi di manipolazione e materiale riducendo ulteriormente il prezzo finale del prodotto. In ultima analisi, visto l’azzeramento dei costi di trasporto per ordini superiori a 50 euro, ecco il senso dell’acquisto di due confezioni da 500 g. Questa la nostra filosofia.

In pratica, ogni costo che non sosteniamo è un risparmio per i nostri “consum-attori” (anche di questo parleremo diffusamente) con benefici diretti sul portafogli e sull’ambiente (minori movimentazioni su gomma. È questo che intendiamo quando parliamo di “comportamenti intelligenti”.

Concludiamo con un esempio pratico e, naturalmente, con un invito a sperimentare nuove strategie di riduzione su www.thewoolbox.it.


  [*spese di trasporto azzerate]

Ecco perché sconti e saldi non ci piacciono.

Farewell, Valentina


Valentina ci lascia. Era nell’aria e la sua palpabile irrequietezza ci aveva messo da tempo sul chi va là. Abbiamo goduto per sei mesi della ventata di freschezza che ci ha portato e confidiamo esserle stati d’aiuto sia sul piano professionale sia su quello umano.
La vogliamo ringraziare pubblicamente con queste righe. Se poi anche voi che l’avete conosciuta su queste pagine vorrete farle sentire forte il vostro “in bocca al lupo” scrivendole qualcosa, siamo sicuri ne sarà lieta.
Buona vita Valentina, e grazie.

gennaio 2012

E anche quest’anno è passato! Per alcuni è stato ricco di novità, per altri da dimenticare. Personalmente, è stato un anno molto interessante. E l’esperienza in questa “scatola di lana” ha arricchito le mie conoscenze e i miei orizzonti, oltre ad avermi dato per la prima volta la possibilità di sfruttare le competenze apprese all’istituto tessile che avevo sempre considerato poco utili… Ho scoperto un mondo che avevo sempre e solo immaginato, e interessi nuovi ed entusiasmanti che mai avrei pensato di fare miei. Come il lavoro a maglia, che nella mia ignoranza ho sempre ritenuto un passatempo per nonnette con la copertina sulle ginocchia, mentre sono rimasta stupefatta nell’apprendere che, oltre a essere tutt’altro che semplice, è anche incredibilmente diffuso tra le giovani donne! Ho imparato (parolone… diciamo che mi sono avvicinata a capire come funziona) a gestire il sito internet dell’azienda, a caricare le immagini, farne le descrizioni, stabilirne la posizione all’interno delle pagine… Un lavoro che si è rivelato arduo, ma gratificante. Sicuramente mi tornerà utile, e per questo motivo è stato già diligentemente aggiunto al mio curriculum.

V.

Epilogo

Da qualche tempo mi prudono di nuovo i piedi. E quando a Valentina prudono i piedi, finisce quasi sempre che la si può trovare in aeroporto. La direzione ancora non la so, ma penso che riprenderò in mano gli appunti presi prima di iniziare lo stage, dove avevo annotato le possibili destinazioni europee e i siti a cui poter appoggiarmi, per una nuova avventura in stile au-pair chissà dove! Sono stanca di stare a Biella, dove troppi sanno soltanto lamentarsi, dove quando chiedi a qualcuno che non vedi da mesi: «Ehi, come va? Novità?», quello ti risponde puntualmente: «Mah, va così… niente di nuovo». Ma insomma, che noia! Per questo motivo, mentre aspetto che quel paio di posti della zona a cui ho inviato il cv mi diano un riscontro, continuo a sfogliare siti e a mandare e-mail a famiglie e posti vari. Per ora credo di poter scrivere la parola fine su questo diario riguardante il mio percorso qui a The Wool Box, catalogandolo come esperienza positiva, sicura che mi aiuterà in futuro. Grazie a tutti, e a presto.

V.

Si fa presto a dire vello


L’interesse che avete mostrato per i contenuti tecnici ci spinge a continuare a parlare della nostra passione anche in termini operativi. Questo interesse all’approfondimento, che riteniamo fondamentale per costituire la base di un sapere profondo, ci fa pensare che siamo sulla buona strada.

Immaginiamo quindi di frequentare insieme un corso formativo elementare, indispensabile per il successivo perfezionamento, ovviamente dedicato alle sapienze manuali, quelle già proposte con successo nel 2011. Nell’arco di quest’anno le riconfermeremo, ampliandone le dimensioni e approfondendone i contenuti: knitting, felt, wawing, dyeng, design, fashion (per usare una terminologia aggiornata che ci metta in relazione con il resto del mondo).

Come alla scuola elementare s’insegna a tenere in mano la matita e a tracciare segni riconoscibili sul foglio, eccoci a trattare la base dei nostri lavori in lana: il vello. Non stupisca il fatto che, a fronte di una notevole quantità di manuali e testi scientifici sulle fibre e sulle singole lavorazioni industriali, ci si riduca a queste righe per focalizzare l’attenzione sul consueto, quello che tutti abbiamo sott’occhio e di cui, dandolo per scontato, sappiamo poco o nulla. Lasciamo i microscopi alle università, avviciniamoci alla pecora e, docilmente come lei stessa ci ha insegnato a fate, guardiamola e tocchiamole il vello. Chissà che quest’esplorazione non ci sia d’aiuto per apprezzarne maggiormente le peculiarità e per suggerire modalità più proficue di gestione delle tose.

La lana che la ricopre non è sicuramente uniforme né per lunghezza né per finezza, né per pulizia e tanto meno per colore. Se confrontassimo contemporaneamente pecore di razze diverse, ci accorgeremmo della differenza intima e sostanziale dei velli – colore, finezza, lunghezza, nervosità – ma apprezzeremmo il fatto che le disomogeneità di uno stesso vello si ripetono in modo pressoché identico su tutti, a seconda della loro posizione sul corpo dell’animale. In particolare la lana sul collo e sulle spalle risulta più fine e morbida, quella sulle parti posteriori più secca e gialla, quella sulla schiena più fragile, quella sulle cosce spessa e quella sulle gambe ruvida e ordinaria.

Un’osservazione banale e tuttavia chiarificatrice: anche su uno stesso animale la fibra non è identica e, di conseguenza, trattare tutto il vello indifferenziatamente significa solo penalizzare le parti più nobili e diminuirne il valore commerciale. Una volta comprese le differenze, è bene separare le parti in relazione all’uso che intendiamo farne, evitando per quanto possibile di operare divisioni troppo minute, ben consapevoli di quanto intendiamo realizzare: per esempio, una maglia da uomo o una coperta è bene che siano realizzate con fibre melangiate di qualità diversa, in modo da prevedere una buona uniformità del filato (e non restare senza proprio all’ultimo gomitolo).

A seconda delle dimensioni (variabili di razza in razza), si usa suddividere il vello in tre o quattro differenti qualità che, all’insegna della massima semplicità ed efficacia, riportiamo schematizzate qui sotto, laddove 1 indica la qualità “migliore” e 4 quella “peggiore” (ovviamente virgolettato, in quanto migliore e peggiore sono aggettivi relativi all’impiego e non assoluti).

Una volta separato il vello come sopra, dovrete decidere se lavarlo o no, dipende da quanto è sporco (e anche qui leggete un appunto sulle modalità di allevamento). In molti casi è bene procedere alla sola rimozione del vegetale e delle parti ricche di materia organica, in modo tale da mantenere sulla fibra il grasso di lana e la lanolina che potranno favorire le lavorazioni successive. In ogni caso ponetelo all’interno di federe in cotone, traspiranti ma chiuse, e segnate sopra ciascuna il contenuto: razza, data, allevamento, qualità. Ne potrete così fruire agevolmente quando ne avrete bisogno.

Un ultimo consiglio: le parti meno adatte a essere lavorate perché sporche, infeltrite, ingiallite, troppo ricche di materiale organico, potranno essere efficacemente impiegate nell’orto, mescolate a compost o concime. Della lana non si butta nulla.

Ancora un ringraziamento a Deborah Gray che ha raccolto sapientemente parte di queste informazioni nel suo prezioso testo Filare a mano: come creare bei filati