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Non solo Cheese

Per qualche ora ci siamo sentiti come pesci fuor d’acqua – noi, lanieri, in mezzo ai produttori di rarità casearie – ma man mano che i 17.000 visitatori del Cheese sfilavano davanti al nostro stand apprezzando i prodotti esposti, ci siamo convinti che le ragioni che ci avevano guidati a Bra erano più che valide, così come le perfette assonanze con lo spirito slow della manifestazione.

A dire il vero le condizioni c’erano tutte: completa tracciabilità del prodotto, lavorazioni a chilometro zero, filiera etica e valoriale… Superato lo smarrimento iniziale, non abbiamo avuto difficoltà a inserirci nel flusso ordinato e attento della manifestazione, a ritrovare il senso della misura, contrastare la tracotanza dell’Hybris e riappropriarci del nostro tempo.

Ovviamente, viste anche le ridotte dimensioni della nostra esposizione (i costi sono veramente proibitivi e solo un “gemellaggio” con altre due realtà locali ci ha permesso di essere presenti), non tutti ci hanno notato, ma chi ci ha dedicato qualche minuto è rimasto sorpreso dalla possibilità di mettere le mani sulla lana e sui prodotti in lana al cento per cento. Ci è sembrato incredibile, eppure la maggior parte di coloro che hanno apprezzato il nostro stand lo ha fatto perché ha potuto ritrovare una materia prima che, almeno inconsciamente, evocava l’infanzia e un passato che prima sembrava perduto e ora, forse, trattenuto per il rotto della cuffia.

Osservare il trasporto con cui i visitatori si portavano le matasse sulla pelle e poi al naso, chiudendo gli occhi per meglio tuffarsi tra le braccia della mamma o sulle ginocchia della nonna, ci ha commosso e lasciato intuire un futuro per questo settore assolutamente marginale regolato dal lento ma ben fatto, sapiente ma senza spocchia, femminile ma senza eccessi, concreto e imperituro (tarme permettendo).

Insomma, abbiamo intravisto una vera e propria rivoluzione culturale in atto, dove l’equazione progresso=crescita viene riconsiderata mettendo in discussione quell’uguale, sostituito da un punto interrogativo. Avevamo bisogno di una conferma forte del nostro operato e l’abbiamo ricevuta. Temevamo di correre il rischio dell’autocelebrazione, del raccontarsi ogni giorno una stessa storia senza il riscontro della gente. Le migliaia di visitatori del Cheese ci hanno garantito che la fame di cose buone, sicure, etiche e valoriali, cose fatte con le mani, con dietro un volto e una storia, e il rifiuto dell’omologazione, la voglia di sentirsi partecipi a un progetto, sono valori tutt’altro che in disuso. Nonostante una comunicazione quotidiana che ci vorrebbe tutti uniformati nella spregiudicatezza, nel consumo rapido e superficiale, nell’apparenza a scapito dei contenuti.

Le sorprese migliori sono arrivate dai giovani: moltissimi, interessati alle dinamiche e alle singole problematiche, alla conservazione delle biodiversità, alle opportunità di mercato. In particolare – ahinoi – giovani stranieri, specie di lingua tedesca, a confermare il divario ancora esistente tra i paesi europei. Da Berlino, Zurigo e Basilea si sono interessati alla filiera corta e alla tracciabilità dei prodotti, ipotizzando opportunità che travalicano i confini del mercato locale, non distanti dall’essere veri e propri progetti di sensibilizzazione di massa. Ci hanno emozionato questi giovani che, nonostante non abbiano vissuto l’epopea della lana e delle lavorazioni a maglia, hanno colto appieno il valore straordinario di tali segmenti del sapere. Esempi virtuosi per smentire il catastrofismo imperante riguardo alle nuove generazioni rammollite e inerti. Al contrario, questi incontri fanno ritrovare la voglia di sperare: nelle masse sempre più attente, nei prodotti sempre più buoni, nei giovani sempre più virtuosi.

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Valentina incontra The Wool Box


20 maggio 2011

Ho mandato qualche curriculum alle aziende della zona, senza molta convinzione. In realtà vorrei fare un’esperienza fuori dall’Italia… chissà, magari trovo una fattoria in Irlanda e vado a lavorare lì sei mesi! L’idea mi alletta molto.

V.

30 maggio 2011

In tarda mattinata è arrivata la telefonata del signor L., che mi invitava a fare un colloquio nell’azienda neonata di cui si occupa, la The Wool Box Company. Una realtà unica nel suo genere, quasi a chilometro zero, perché soltanto a Biella si effettuano tutte le lavorazioni della lana. La filosofia dell’azienda, mi ha detto, è garantire al cliente che i prodotti in vendita sono totalmente tracciabili a partire dalla pecora, dall’allevatore, alle fabbriche di lavorazione, fino alla borsa di feltro o al filato da sferruzzare.
Più per curiosità che per vero e proprio interesse ho accettato di andare. Vedremo cosa ne salta fuori.

V.

2 giugno 2011

Devo dire che è stato il colloquio più bizzarro cui abbia mai presenziato. L’azienda si trova a Miagliano, sopra ad Andorno, in montagna, a quindici minuti di curve da Biella. La sede è ospiatata negli uffici di una vecchia struttura del 1850, nata come cotonificio e poi adattata a lanificio circa un secolo più tardi. Come quasi tutte le fabbriche della zona, anche questa è stata costruita sulle sponde di un torrente, il Cervo.
Ho suonato il campanello e la voce squillante della segretaria mi ha spiegato dove andare. Mi è piaciuta subito: una donna vivace e solare, sempre sorridente. Ho finalmente incontrato il signor L., che mi ha invitata a entrare in un salone e a sedermi ad un tavolo di legno, con sedie da laboratorio scolastico (durissime e scomode!). Tutti intorno, persino appesi ai pali di sostegno, erano esposti prodotti di ogni genere: un pastrano nero, un paio di tappeti dall’aria ispida, borse, capi d’abbigliamento e non, tutto in lana o feltro. Tutti fatti a mano, come mi è stato spiegato in seguito.
Il signor L. ha parlato per la maggior parte del tempo, chiedendomi poche cose, per lo più della mia esperienza in Australia. Poi mi ha portata a vedere la vecchia fabbrica e devo dire che è stata un’esperienza affascinante! I piani superiori sono diroccati e abbandonati, come la maggior parte delle vecchie strutture del Biellese. Ma il piano inferiore ha un’architettura fin troppo simile a quella di una cattedrale per non far venire i brividi… Faceva freddissimo lì sotto, e dai vetri rotti delle finestre a sesto acuto, altissime e maestose, entrava il rumore dell’acqua. L’umidità penetrata attraverso le pareti, per metà in pietra e per metà in mattoni pieni, riempiva l’aria, con un pungente odore di muschio. Il mio visionario interlocutore parlava di restauri e mostre, ristorante e parcheggio per i pullman, e io, allibita, seguivo quella fantasia dandole forma nella mia mente e, accidenti, quello scenario sembrava quasi fattibile se non reale!
Dopo quasi due ore, ancora stordita da quel viaggio nel passato, ho ripreso la macchina e sono tornata a casa, non del tutto sicura di cosa pensare. Ora devo capire se questa esperienza non rischi di rivelarsi un buco nell’acqua oppure possa essermi utile.

V.

8 giugno 2011

Stamattina ho firmato il contratto. L’appuntamento era alle 9.30, ma ero talmente eccitata che mi sono svegliata prestissimo e sono arrivata sul posto con quasi un’ora di anticipo. Sono andata a fare colazione in un bar, ho letto il giornale, ma sembrava che il tempo non passasse mai. Alla fine è arrivato il signor L. e abbiamo fatto tutto in meno di mezz’ora.
Inizierò domani. Non vedo l’ora.

V.

Nuove frontiere del lusso

Molto più delle nostre parole, sono i vostri contributi che danno senso e animano questo luogo virtuale. La riflessione odierna nasce da un commento che ci ha colpito, considerato il profilo pubblico dell’autore, la qualità dei prodotti che commercializza e il suo ruolo di esportatore del Made in Italy di cui tutti andiamo fieri. Lo abbiamo assimilato con la necessaria lentezza e ci siamo trovati a riflettere sia sul concetto sia sulla definizione del termine “lusso”.

Stando ai dizionari online il lusso è «sfarzo, fasto, esibizione, sfoggio di ricchezza», oppure «opulenza, abbondanza», «spesa eccessiva o superflua» o «lusso per pochi». Naturalmente non ci siamo riconosciuti, con i nostri prodotti, in nessuna di queste definizioni, eppure un tarlo ha continuato a solleticare i nostri pensieri e alla fine siamo giunti alla considerazione che il termine stesso potrebbe meritare un aggiornamento e un’estensione.

Avendo già assunto a suo tempo la definizione di «comportamento intelligente», senza voler fare concorrenza all’Accademia della Crusca, nelle accezioni di «sfoggio di ricchezza» e «per pochi» proviamo a fornire una nostra personale interpretazione del termine:

Lusso [lùs-so] s.m. In virtù della sua rarità, si usa questo termine per indicare un comportamento intelligente che non mortifichi in alcun modo nessuna delle parti coinvolte in un progetto e che, al contrario, ne valorizzi le singole peculiarità fornendo a ciascuna l’idonea gratificazione

Una definizione adatta ad allevatori e razze in via di estinzione, pascoli e integrazioni di reddito, lavorazioni nazionali rispettose dei dettami della legge, chilometro zero, tracciabilità, prezzi equi, volontà di internazionalizzazione del progetto. Pur nella limitatezza delle nostre competenze linguistiche e semantiche, finora abbiamo parlato – e anche grazie ai vostri contributi intendiamo continuare a farlo – di prodotti di lusso. Anzi, della più avanzata tra le frontiere del lusso, quella dell’intelligenza.

Liscia, gassata o…?

«Liscia, gassata o…?» ovvero, per restare più in tema, «tradizionale,  autoctona o…?». La parola che completa il quesito la suggeriamo noi: tracciabile.

Sgombriamo il campo da equivoci. Purché se ne faccia uso, siamo favorevoli all’impiego della lana di ogni origine e in ogni declinazione, tuttavia è opportuno fare alcune distinzioni. Non entriamo al momento nel dibattito su temi scottanti di cui avremo modo di parlare più avanti, dai percorsi intercontinentali cui la lana è sottoposta (chi lo direbbe che parte di quella italiana, per fare un esempio, percorre le rotte dell’Est asiatico per ritornare in Europa trasformata e miscelata a quelle longitudini?) alla tutela di chi la lavora (infortuni, malattie professionali, retribuzioni e tutele sociali, lavoro minorile), fino alle conseguenze sull’ambiente di preparazioni, tinture e finiture, quando trasformata in contesti aggressivi e non controllati. Soffermiamoci invece sulla semplice analisi dei tre aggettivi in questione.

Tradizionale

In senso lato con questo termine ci si riferisce a una lana – o a volte, per i meno attenti, semplicemente a un filato – di qualunque composizione, che si trova disponibile comunemente sul mercato. Ne apprezziamo il colore, la mano, le caratteristiche tecniche e il prezzo, elementi che valutiamo al momento dell’acquisto avendo più o meno in mente l’oggetto che vorremmo vedere realizzato. Non ci interessa l’origine del prodotto e non prendiamo in considerazione gli indicatori sociali e ambientali che lo caratterizzano. Ci piace o meno, ci serve o meno, e nulla più.

Autoctona

Alcuni tra i consumatori più sensibili si stanno ponendo alcune domande relative alla filiera, dalla cura nell’allevamento dei capi alle condizioni degli allevatori, dalle modalità di raccolta e compensazione economica delle parti alla produzione dei semilavorati, fino alla manodopera che li crea e alle tutele dell’ambiente. In alcuni casi, affinando lodevolmente la conoscenza del ciclo, riescono pur con difficoltà a mettere le mani su proposte di “lane autoctone”.

Sembra ragionevole ipotizzare che prodotti con tale denominazione si troveranno, a breve, in quantità. Consentiteci tuttavia il dubbio che l’indicazione “lana autoctona” non necessariamente sottenda una filiera virtuosa: spesso si riferisce solo a un’uniformità di razza o a una sorta di denominazione di origine geografica. Nulla a che vedere con un progetto di più ampio respiro che valorizzi, tuteli e compensi tutti gli attori del ciclo.

Tracciabile

Questa ci sembra la chiave di volta nel processo di acquisizione di una corretta responsabilità di acquisto. Conoscere l’area di provenienza della materia prima è già un passo importante, ma sapere il nome degli allevatori, la stagione della tosa, le aziende che l’hanno lavorata, poter stimare i chilometri necessari per i trasporti e impostare un bilancio socio-ambientale comparato, ci sembra un passo decisamente più significativo e corretto.

Non abbiamo dubbi. Tra la tradizionale e l’autoctona, scegliamo la lana tracciabile.


L’insostenibile leggerezza della sostenibilità

«Aggettivo. Che si può sostenere». Così, con le variazioni del caso, recitano i vocabolari alla voce “sostenibile”. Tuttavia, comunque lo si analizzi, l’aggettivo non implica necessariamente che il sostantivo si sostenga davvero: semplicemente indica che questo è strutturato in modo tale da potersi sostenere. Un’indagine più mirata suggerisce di considerare come, nel caso dello sviluppo, questo sia sostenibile quando «compatibile con l’equità sociale e gli ecosistemi […], operante quindi in regime di equilibrio ambientale».

Tralasciando il non marginale contributo degli aspetti relativi alla preservazione della salute degli attori coinvolti (indicazione non riportata nella definizione), che a nostro avviso sono parimenti importanti, resta il dubbio sul fatto che chiunque possa definire un proprio prodotto, una propria filiera, come sostenibile. Fino a prova contraria, naturalmente. In quel caso, forse, basta qualche scusa e tutto può tornare come prima, senza tenere in considerazione l’evidente e deludente conseguenza di aver contribuito a screditare un settore, a ingannare chi agisce in buona fede e ad alimentare un vizioso sistema di business.

Per dirla con un recente intervento di L. Jucker, «gli elementi distintivi con cui i produttori vogliono smarcarsi dal prodotto “industriale”, restano spesso velleitari, ambigui e in definitiva poco significativi. […] Si accentua un certo interesse a qualificare gli articoli per la “filiera corta”, o “a chilometro zero”, da cui provengono, sebbene non sia sempre chiaro da dove si conti la distanza. […] La “ecosostenibilità” [è una] qualità magica che può esser attribuita per fede senza bisogno di dimostrarla. A volte sembra sufficiente che un tessuto sia greggio per dire di avere realizzato un prodotto “eco”».

Ci sembra interessante segnalare anche questo punto di vista sicuramente fuori dal coro. In ogni caso, a ognuno di noi spetta la responsabilità di dare concretamente sostegno alla sostenibilità, informandosi direttamente sulla filiera produttiva, stabilire rapporti umani all’interno di questa e, quando possibile, visitarla personalmente poiché, per dirla ancora con lo stesso Jucker del quale condividiamo l’anelito, si va affermando «un pubblico giovane, curioso e attento alle proposte, che fa ben sperare nel “greening”, più che nel “greenwashing”». In loro, e anche in voi, riponiamo le nostre speranze per una nuova generazione di consumatori finalmente responsabili.

Sai da dove viene la tua lana?

Se un tempo i consumatori si accontentavano di conoscere le caratteristiche di un prodotto leggendo l’etichetta, oggi si dimostrano sempre più interessati anche alla storia di ciò che acquistano. Per questo la tracciabilità, ovvero la conoscenza di tutti gli anelli della catena che hanno portato al risultato finale, rappresenta un elemento fondamentale per attestare la qualità di un prodotto.

Quando si parla di lana, per garantire la tracciabilità non si possono usare mezzi termini o nascondersi dietro alle ambiguità che talvolta si insinuano nelle normative, nei marchi e nelle certificazioni. È indispensabile conoscere tutti gli attori coinvolti nel percorso di trasformazione della lana e verificare che i singoli passaggi del processo rispondano a determinati standard qualitativi:

  • un allevatore di cui si conoscano le razze trattate, i pascoli e la cura che dedica alle greggi, e con cui siano stati stabiliti accordi di lavorazione, dopo aver identificato l’impiego ideale della materia prima;
  • la qualità del vello sucido, di cui siano state stimate caratteristiche e rese;
  • un impianto di lavaggio e di cardatura selezionato e un nastro di pettinatura idoneo alle lavorazioni successive (filatura, tintoria, ritorcitura, aspatura);
  • il progetto del capo finito e il suo processo di lavorazione (per esempio, tessitura, maglieria e confezione), attribuito ad aziende in grado di valorizzare al meglio il prodotto;
  • un prodotto finale di cui sia garantita la produzione locale a chilometro zero, nel rispetto della sicurezza e della salute dei lavoratori, dell’ambiente e dell’etica del lavoro.

Poter tracciare ogni singolo passaggio della filiera di lavorazione consente di tutelare maggiormente i consumatori al momento dell’acquisto, ma anche di renderli più consapevoli del valore legato all’origine di ciò che comprano e di avvicinarli alle persone coinvolte nel processo di produzione, trasformazione e realizzazione di un prodotto.