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Valentina l’ammaliatrice


14 novembre 2011

Sono arrivati gli arazzi di Marilena Terzuolo. È un momento magico, perché finalmente ho la possibilità di vedere con i miei occhi i lavori di quest’artista, che crea le sue opere con telai a mano. La particolarità di questi arazzi è che, oltre a essere tutti diversi tra loro, spesso all’interno della stessa creazione non c’è un passaggio identico all’altro. Come per esempio Alba: realizzato in lana sarda e cotone e tinto con colori naturali, le sue minute lavorazioni in rilievo rendono unica ogni passata, e se ci si mette a controllare bene ci si accorge che spesso i disegni sembrano ripetersi, ma non sono mai, mai identici. È affascinante. Presto saranno tutti sul sito e non vedo l’ora di averli tra le mani, per conoscere ogni piccola differenza e tecnica di lavorazione utilizzata, anche se devo ammettere che i miei ricordi di tessitura sono un po’ sfocati…

V.

15 novembre 2011

La giornata di oggi è stata quasi interamente dedicata a spulciare gli arazzi uno per uno, per etichettarli e descriverli. Misurarli, numerarli, associare il numero alla descrizione fornitaci da Marilena è un’ottima occasione per capire come vengono create queste opere. Il telaio a mano moderno è diverso nella struttura e nell’utilizzo rispetto a quello industriale utilizzato un tempo nelle fabbriche, è più piccolo e leggero. Ma rimane un’arte il saperlo utilizzare. Chiunque può mettersi a telaio, se gli viene spiegato come si usa, e imparare a far passare la navetta della trama, battere il pettine, cambiare la disposizione dei licci dove passano i fili in ordito e così via. La vera magia sta nell’inventare passaggi nuovi, sperimentare, provare, e se non va bene disfare e provare ancora fino a trovare la quadra che permette di realizzare un capo unico. Ciò che più mi ha meravigliato dei lavori di Marilena è stata l’armonia con cui è riuscita a includere nelle sue opere materiali diversi, come succede nel piccolo Pryntyll, in cui si incontrano lana azzurra, juta, un nastro di seta azzurro, alcuni bastoncini di cannella e un ramo levigato dall’acqua di mare che Marilena ha trovato sulla spiaggia.

V.

17 novembre 2011

Nonostante le mille cose che sempre succedono qui tra l’esposizione, l’ufficio e i nostri molteplici ospiti, il torpore che s’impossessa di me nei mesi invernali a volte sembra prendere il sopravvento: lo sguardo perso nel nulla, la mente svuotata da ogni pensiero, nemmeno avessi raggiunto la pace dei sensi. Mi riprendo di solito mentre il signor L. mi sta dicendo o chiedendo qualcosa, ma puntualmente mi sono persa la parte iniziale della domanda. Che figure! Eppure è così, e mi accorgo che perdo la concezione del tempo, dimentico che giorno è, che ore sono, cosa devo fare… Non per noia, sia ben chiaro: qui non potrei annoiarmi neanche se volessi. Ci sono talmente tante cose da fare, persone da conoscere, nuovi prodotti da catalogare, che mi mancherebbe proprio il tempo materiale per farlo, e per fortuna! Ma è una questione stagionale, non ci posso fare nulla.

V.

18 novembre 2011

Direttamente dalla Scozia, oggi è arrivata la nostra insegnante di filatura, Deborah Gray. Il suo modo di fare dolce e materno mette subito a proprio agio, e il suo italiano praticamente perfetto è stato una sorpresa per me. So bene quanto la nostra lingua sia difficile da imparare per uno straniero, specie per chi parla inglese, perché la grammatica complessa e le nostre moltissime parole mettono in confusione. Addirittura ci sono italiani che non sanno parlare correttamente la loro lingua! È stato per me motivo di orgoglio vedere l’impegno di Deborah nel pronunciare correttamente termini difficili e specifici. Ma la cosa divertente è che, da quando è arrivata, il nostro ufficio si è riempito di filarini e di parole. Poi abbiamo portato il materiale per il corso nel nostro magazzino, e Deborah si è messa a controllare che fosse tutto a posto, accorgendosi che le mancava un po’ di olio per gli ingranaggi dei filarini. Ma nessuno qui ne aveva, nemmeno olio da cucina. Allora la sottoscritta, armata di fascino femminile e occhioni da cerbiatta, sono partita per la mia personale missione. La mia meta: il meccanico a duecento metri da noi che, ammaliato dal mio charme, mi ha concesso di portare via mezzo bicchiere di plastica di olio da motore. Romantico, vero? Sembrava un fumetto mentre si grattava la testa con aria interrogativa, chiedendosi perché mai una ragazza avesse bisogno di mezzo bicchiere di olio esausto… È anche per questo motivo che adoro il mio lavoro: c’è sempre qualcosa di divertente da fare!

V.

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Elisa* intervista Deborah Gray


Questa volta il filo di lana ci porta da Deborah Gray, inglese d’origine e scozzese d’adozione, filatrice di lunga data con una grande passione per tutte le arti manuali, tanto da poter essere definita un’artista a tutto tondo.

Buongiorno, Deborah. Cominciamo dalle origini: grazie alle donne della tua famiglia fin da bambina hai vissuto immersa in un mondo di fili e filati. Si può dire che le tue passioni siano nate proprio allora?

Senza dubbio. Sono cresciuta con mia madre e mia nonna, sarte e magliaie esperte. Uno dei miei primi ricordi è legato proprio alla nonna che mi racconta la storia della coperta stesa sul mio letto. Era formata da tanti quadrati di maglia diversi, ognuno ricavato da lavori ai ferri che lei stessa aveva confezionato per tutta la famiglia e che erano stati poi riciclati in questo modo. Ogni riquadro aveva una storia, che io ascoltavo affascinata. C’erano addirittura ritagli di vecchi vestiti risalenti al periodo della guerra. Poiché ero l’unica bambina in una casa tutta di donne ero senz’altro più “esposta” di altri miei coetanei ai lavori manuali. A tutte le ragazze della generazione di mia madre venivano insegnati i rudimenti di maglia e cucito fin dalla tenera età, e ci si aspettava che diventassero abili sarte e magliaie. Mia madre mi raccontava che durante la guerra lei e le sue compagne di classe confezionavano calze ai ferri per i marinai. Da lei ho ereditato il bisogno di avere sempre le mani occupate. Posso dire che la tradizione della mia famiglia sia riassunta dal detto «Il diavolo fa lavori per mani pigre»: se a casa nostra te ne stavi senza far niente, qualcuno ti trovava immediatamente un lavoro, quindi era sempre bene essere occupati in un’attività di propria scelta! Eppure sono stata sul punto di abbandonare per sempre il lavoro a maglia all’età di sette anni, quando la mia classe ricevette l’incarico di confezionare strofinacci bianchi di cotone: riuscite a immaginare qualcosa di più noioso da lavorare ai ferri? Per dieci anni non volli più saperne di ferri e filati, ma in compenso iniziai a confezionare abiti, prima per le mie bambole e poi per me. Con il tempo iniziai a cucire gonne, giacche e camicette per le amiche in cambio di tagli di stoffa che poi usavo per le mie creazioni. Fu un coloratissimo maglione confezionato con la tecnica fair-isle che mi fece riprendere in mano i ferri: decisa a rifarlo, con l’aiuto di mia madre arrivai alla fine del progetto, anche se probabilmente la qualità del lavoro lasciava assai a desiderare. Da allora, mi capita raramente di non avere un lavoro iniziato sui ferri. Mia mamma e mia nonna, però, non hanno mai filato, finché io stessa non l’ho insegnato loro negli anni Ottanta.

Prima di approdare al fuso hai quindi sperimentato altre attività manuali come la maglia e il cucito: cosa ti ha dato la filatura che non hai trovato altrove?

Quando ho provato a filare per la prima volta, alla fine degli anni Settanta, mi sembrava di trovarvi un legame naturale con il lavoro a maglia e le altre attività creative che avevo sempre fatto (il macramé era assai popolare all’epoca, così come il crochet), senza considerare la crescita di movimenti culturali basati sui concetti di ritorno alla natura e autosufficienza. Anche il denaro era un fattore da considerare: ero una studentessa con pochi spiccioli in tasca e avevo saputo che al prezzo di due o tre gomitoli avrei potuto comprare un vello intero, sufficiente per confezionarmi almeno un paio di capi d’abbigliamento. Ma l’aspetto che più mi affascinava era la possibilità di prendere qualcosa allo stato grezzo, come un vello, e attraverso il solo uso delle mie mani e di pochi strumenti, riuscire a ottenere una grande varietà di filati da trasformare a loro volta in vestiti, accessori e in un’infinita gamma di oggetti decorativi e funzionali. Appena preso tra le mani il primo fuso, precario e barcollante, sentii dentro di me il desiderio di imparare di più e fare meglio. Trovai un’insegnante e provai un filatoio a ruota: la passione era nata!

Questa passione per la filatura è legata all’utilizzo diretto dei filati che produci?

Si, io vedo il filato come qualcosa da utilizzare per creare qualcos’altro, non come un punto d’arrivo. Proprio per questo, per me, deve essere funzionale e adatto allo scopo. Dal primo momento in cui maneggio il materiale grezzo, che sia un vello, un bozzolo di seta o un’altra fibra anche parzialmente lavorata, inizio a pensare a ciò che vorrei creare con il filo che otterrò e a come preparare e lavorare le fibre in modo da evidenziarne le caratteristiche migliori. Allo stesso modo, se ho in mente un progetto particolare scelgo con cura le fibre da usare ed eventualmente mischiare, per creare il filato più adatto. Attualmente uso i miei filati soprattutto per lavori a maglia, su schemi disegnati da me, o talvolta per decorare lavori in feltro. Il mio telaio è momentaneamente smantellato perché non ho abbastanza spazio in casa, quindi da alcuni anni purtroppo non ho modo di tessere i miei filati.

Fra i diversi materiali che hai sperimentato, qual è quello con cui preferisci lavorare?

Mi piace sperimentare tutte le fibre che mi capita di avere tra le mani. Quando insegnavo fisiologia agli studenti di veterinaria ero solita recuperare fibre durante le visite che facevamo allo zoo di Edimburgo: mi è capitato anche di raccogliere materiale pettinando i cammelli dello zoo con un rastrello da giardino! Il mio esperimento più recente è stata la filatura della peluria di scoiattolo trovata sotto un albero, al parco (risultato: un filato inconsistente, difficile da lavorare per via delle fibre troppo corte e viscide). La seta è molto bella da vedere e da toccare, ma se filata partendo dal top risulta troppo molle per essere lavorata a maglia. Diversa è la filatura partendo dal bozzolo: i successivi lavori a maglia hanno una texture migliore, anche se prediligo la filatura mista di seta con lana o cashmere. Ma il mio materiale preferito resta in assoluto la lana: è perfetta in termini di resistenza, isolamento termico e vestibilità, e con una gamma così ampia di razze ovine si possono ottenere fibre adatte praticamente per tutti gli scopi. Le mia preferita è la pura lana Shetland, proveniente dall’omonima razza: al tocco risulta “viva” – caratteristica che manca anche ad alcune delle lane più belle, come la merino – e ha una gamma di magnifici colori naturali. Può essere abbastanza sottile per creare i famosi scialli traforati delle isole Shetland (uno scialle di un metro lavorato ai ferri, che può passare attraverso la fede nuziale di una donna) e allo stesso tempo abbastanza robusta per poter lavorare maglioni, giacche e coperte. Ricordiamo, in ogni caso, che ovunque decidiamo di rifornirci per la nostra materia prima, optare per le fibre naturali, specialmente da fonti conosciute, significa scegliere di aiutare i piccoli allevatori e la microeconomia delle comunità rurali.

La filatura non è l’unica attività di cui ti occupi: si tratta di bisogno di alternare o piuttosto è la curiosità di sperimentare materiali e tecniche diversi?

Attività come la tintura derivano spontaneamente dalla filatura. Mi piace usare soprattutto tinture naturali, derivanti da piante raccolte in giro o cresciute direttamente nel mio giardino. Quest’estate ho sperimentato il mix di tinture vegetali e luce solare (uno dei vantaggi di vivere così a nord è proprio quello di avere giornate molto lunghe durante l’estate), e ho avuto buoni risultati sia con i fiori sia con le bacche, ma ammetto che mi piacciono molto anche alcuni degli effetti che si possono ottenere soltanto tramite l’utilizzo di tinture sintetiche. Il feltro è un’altra compagnia naturale della tessitura. Le tecnica di infeltrimento ad aghi è adatta per creare piccoli oggetti e per le decorazioni, ma non è il processo che prediligo. Mi soddisfa molto di più il procedimento ad acqua, per la possibilità di creare oggetti tridimensionali senza cuciture, come borse, pantofole o cappelli (che si possono usare come ciotole nel caso in cui si sbagli la misura!). Riuscire a portare quasi a termine un progetto in un’unica volta è agli antipodi dei lunghi tempi della filatura, del lavoro ai ferri o della tessitura, nonostante la tecnica del feltro ad acqua sia un lavoro fisicamente molto duro.
Uscendo dal mondo di fili e filati, mi piace anche lavorare il vetro. Sono stata sempre attratta dai colori e dalla struttura del vetro fatto a mano e mi piace la sfida di disegnare qualcosa che si possa realizzare semplicemente tagliando il vetro a mano. Le caratteristiche del materiale e della lavorazione sono molto diverse da quelle del mondo dei filati e richiedono un tipo di concentrazione particolare. La lavorazione manuale del vetro è un mestiere antico, anche se non quanto quello della filatura: entrambe mi regalano un senso di connessione con oggetti pieni di storia e con le persone che li hanno creati.

Sembra facile immaginare che l’attività della filatura lasci libera la mente: quando il filo corre tra le mani, dove volano i pensieri?

Ogni progetto va pianificato per bene a monte, ma la fase di preparazione in genere è ripetitiva e la mente ha subito modo di essere libera. Poi inizia il lavoro di filatura: inizialmente occorre concentrarsi per ottenere il giusto spessore e la giusta torsione del filo, ma appena trovato il ritmo inizia la fase rilassante, in cui i pensieri possono correre in tutte le direzioni. Oppure ci si può concentrare sul movimento e sul processo, escludendo tutti gli altri pensieri, proprio come in una sorta di meditazione. Le attività ritmiche e ripetitive, soprattutto quelle che richiedono la coordinazione mani-occhi (e piedi, nel caso di un filatoio a ruota), sono note per gli effetti benefici che hanno sul cervello, sulla pressione sanguigna e su tanti altri fattori fisici. Anche imparare qualcosa di nuovo è uno stimolo positivo, a qualsiasi età, e può addirittura ridurre o ritardare la demenza senile. I filatori sono sempre alle prese con tradizioni diverse, fibre o tecniche innovative, nuovi modi di usare il filato o quanto meno di porre rimedio agli errori: il nostro cervello dev’essere davvero in forma! Inoltre la filatura può essere anche un’attività da condividere socialmente. In Inghilterra esistono molti gruppi di filatura, più o meno formali, che si riuniscono periodicamente non solo per lavorare ma per imparare e socializzare. Sarebbe carino vedere anche in Italia qualche spin-café, accanto agli ormai numerosi knit-café.

All’attivo hai un sito, un libro fresco di stampa (Filare a mano: come creare bei filati, un manuale pratico in italiano), una nuova collaborazione con il sito Maglia e Uncinetto: come mai, secondo te, tanto interesse nei confronti dell’arte lenta della filatura?

Probabilmente una delle ragioni sta proprio nella lentezza. La filatura è un’attività di calma e creatività, grazie alla quale si può produrre qualcosa di bello e di utile. Un modo produttivo di rilassarsi che permette anche di riavvicinarsi alle origini degli oggetti che usiamo quotidianamente, lontano dalla produzione di massa e in direzione di creazioni uniche e sostenibili. La maggior parte delle persone a cui ho insegnato a filare negli ultimi 25 anni (quasi tutte donne) svolgevano già attività legate al mondo dei filati, come la tessitura o il lavoro ai ferri, ed erano interessate ad approfondire la conoscenza dei materiali oppure a recuperare una parte della storia familiare, come per esempio una generazione di nonni filatori. Ho anche insegnato ad alcuni uomini, in particolare a due ingegneri che erano però più interessati ai processi e ai macchinari che non ai filati prodotti.
Il libro che ho scritto nasce per venire in aiuto ai miei “studenti” italiani con un manuale pratico di filatura scritto nella loro lingua, visto che non sono riuscita a trovare niente del genere sul mercato. La stesura del testo ha richiesto davvero molto tempo, dato che non conosco perfettamente l’italiano, e mi sono poi trovata nella buffa situazione di doverla tradurre nella mia lingua madre su richiesta dei miei allievi inglesi.

Come mai tieni molti corsi in Italia? A prescindere dal tuo amore per il nostro paese, c’è una tradizione riguardante la tessitura che le persone vogliono recuperare?

Mi fa sempre molto piacere insegnare alle persone a filare, ovunque esse siano, ma certamente adoro insegnare in Italia! Mi offre l’opportunità di combinare due passioni: viaggiare nel vostro paese e trasmettere la mia conoscenza a persone che vogliono davvero imparare. Sto tentando di scoprire qualcosa di più sulla tradizione della filatura a mano in Italia, ma sembra esserci una sorta di interruzione nel tramandarne la conoscenza tra la generazione dei nonni e quella attuale. Sono in molti a essere interessati al recupero di questo antico sapere, ma sono poche le risorse locali in grado di insegnare: spero di riuscire a sopperire almeno in parte a questo bisogno. I miei corsi in Italia sono cominciati quasi per caso, quando in un famoso sito di knitting notai che molti italiani ponevano domande sulla filatura senza riuscire a ottenere risposte. In questo modo sono entrata in contatto con una persona volenterosa che mi ha aiutato a organizzare la prima sessione di prova a Firenze. Da allora ho tenuto sei corsi a Lucca, due in Sardegna, e i prossimi saranno quelli per The Whool School.

I corsi che proporrai sono due. Per chi sono pensati? Quali sono i contenuti?

Assieme agli organizzatori abbiamo pensato a due corsi diversi da proporre in un unico weekend: una giornata dedicata ai principianti (sabato 19 novembre) e una di approfondimento (domenica 20 novembre) dedicata a chi ha già qualche esperienza di filatura. Nel corso base si comincerà dai primi rudimenti partendo proprio da un vello grezzo. The Whool Box mi ha gentilmente inviato i campioni di quattro diversi velli e fra questi ho scelto quello che meglio si presta a essere filato a mano, la razza sambucana. Divideremo il vello secondo le diverse qualità della lana che lo compongono, per poi imparare i modi per prepararlo alla lavorazione. Analizzeremo anche altri tipi di fibre, come la seta, e impareremo a mischiarle ai colori prima della filatura. Nel pomeriggio si comincerà a filare usando dei fusi, producendo filati a un capo singolo e doppi. Affronteremo diversi argomenti tra cui il lavaggio dei filati e il fissaggio del filo ritorto. Per non perdere gli insegnamenti, metterò a disposizione le copie del mio libro che gli allievi potranno portare a casa, insieme alle matasse di filo che avranno prodotto.
Nella giornata dedicata agli esperti comincerò chiedendo se qualcuno ha argomenti particolari che desidera trattare (a questo proposito, invito a scrivermi una mail prima del corso, in modo da preparare approfondimenti e materiale, e sarebbe anche utile sapere se i corsisti porteranno i propri filatoi ed eventualmente di che tipo). Proveremo a creare e mischiare fibre nuove e tradizionali, conosceremo diverse tipologie di filati che ognuno avrà la possibilità di provare a creare. Discuteremo insieme su come ottenere lo spessore corretto e il numero di torsioni necessario per creare il filato adatto a ogni progetto, tutte tecniche che gli studenti potranno sperimentare sul campo. Gli strumenti che porterò con me saranno disponibili per la vendita e se necessario posso organizzare anche una spedizione per eventuale materiale ordinato durante i corsi.

Anche per te la domanda riservata alle nostre maestre: un libro che hai amato e che ci consiglieresti.

Tralasciando i manuali inerenti la filatura (i più interessanti sono ormai tutti fuori stampa!) ho una grande passione per i romanzi ambientati in Italia, proprio perché amo il vostro paese. In particolare ne ricordo uno, Miss Garnet’s Angel di Salley Vickers, ambientato in una splendida Venezia: amore e arte in una delle più belle città del mondo!

Lavora con noi


Prendetela per quel che è, ossia una provocazione: il nostro progetto è nato con ben altri scopi, ma oggi questa bruma autunnale è diventata un pretesto per fare il punto su situazioni che da tempo ci frullano in mente e non siamo ancora riusciti a connotare chiaramente. In buona sostanza tutto gravita intorno all’enfasi che, nelle comunicazioni ufficiali (non solo sul blog, ma anche sui canali di advertising, tradizionali e online) relative al varo del nostro nuovo sito di etc-commerce, è stata data alla sezione Lavora con noi.

Ebbene, a distanza di una decina di giorni, a fronte di qualche decina di migliaia di clic, i curriculum ricevuti sono stati la bellezza di… due. Siamo stati forse poco attraenti? Non siamo riusciti a essere sufficientemente affascinanti? Troppo vaghi? Poco concreti? Probabilmente tutto questo e molto altro ma, consentitecelo, la propensione a mettersi in gioco, a inventarsi un futuro, a scommettere su se stessi, ci sembra tragicamente molto ridotta. Hanno risposto, immediatamente, un fotografo professionista di livello internazionale e una dottoressa di ricerca iper specializzata in sistemi interfaccia uomo-macchina: professionisti entrambi di elevatissimo profilo e buon reddito corrente. Da altri amici abbiamo ricevuto conferma del fatto che, se non fosse che un lavoro già ce l’hanno, il curriculum l’avrebbero inviato immediatamente. Qualcuno aveva anche azzardato: «Ma siete proprio sicuri di volerlo fare? Di questi tempi, attendetevi d’essere travolti da un mare di email». E invece, due soli riscontri.

Siamo rimasti esterrefatti e di questo stupore vogliamo rendervi partecipi. Ci attendevamo aspiranti designer o creativi del knitting, sarte, fumettisti, blogger e smanettoni. Figli e nipoti delle nostre lettrici, entusiasti o quanto meno intenzionati a immaginare un possibile percorso professionale, o comunque curiosi di scrivere loro stessi. Non è andata così.

Per questo ci siamo interrogati e vi interroghiamo: forse il mercato del lavoro è più flessibile di come viene descritto, o magari la fiducia nelle proprie possibilità è talmente ridotta da non azzardare nemmeno l’inoltro di un curriculum. oppure l’assenza di garanzie vitalizie è condizione sufficiente a scartare a priori ogni possibilità di rapporto… Non sappiamo quale sia la risposta e per questo vi chiediamo aiuto.

In ultima analisi ci pare un’ipotesi possibile che il lavoro ai ferri, al telaio, le arti manuali siano ancora relegate al mondo degli hobby, dei passatempi, e che risulti difficoltoso intuire percorsi professionali legati alla lana anche nelle sue declinazioni profittevoli. È vero che tutto ciò spesso rientra nel panorama dell’approssimazione e del fai da te, del mordi e fuggi, della superficialità dei barbari descritti da Baricco, ma Emma, Agostina, Deborah, Helene e molti altri, specie in quel Nord Europa, Canada e Stati Uniti che spesso guardiamo con ammirazione, ci dicono che non è così, che c’è un mondo non solo affascinante quanto produttivo dal quale si può trarre reddito. Ci confermano che si può essere tecnologicamente avanzati e socialmente appagati anche occupandosi di lana, con il presupposto di farlo con sapienza, diligenza, strumenti appropriati e una sana visione del futuro. È proprio questo il gap, il divario che separa l’allevatore neozelandese da quello italiano, la master knitter inglese da quella nazionale. Un vero peccato.

Il peccato è soprattutto l’abitudine tutta nostrana di arrivare ogni volta un po’ in ritardo, con gli addetti che stanno già rimuovendo il cartello del traguardo, e di contestare il giudice di gara mentre guardiamo con invidia gli atleti stranieri che hanno per primi tagliato il filo di cotone. Ci vogliono invece sapienza, costanza, pazienza, volontà di apprendimento, elasticità, orgoglio per quel che si è, si sa e si sa fare: solo in questo modo possiamo pensare di determinare il futuro ed evitare di diventarne le vittime.

Per il momento, oltre a invitarvi a dirci cosa pensate di queste “meditazioni”, vi lasciamo con una richiesta esplicita, un annuncio di lavoro in piena regola:

Per l’implementazione del sistema Wools of Europe ricerchiamo una risorsa volenterosa, appassionata di lavorazioni tessili artigianali, in grado di comunicare correttamente in inglese e francese, alla quale affidare la gestione dei contatti in essere e lo sviluppo del progetto. Se interessati, inviare il proprio cv a info@thewoolbox.it.

Elisa* intervista Marilena Terzuolo


Proseguiamo con la conoscenza delle maestre di The Wool School: questa settimana è la volta di Marilena Terzuolo, artigiana e artista del telaio, donna di grande umanità, che ha fatto del suo strumento un mezzo di comunicazione speciale.

Buongiorno, Marilena. Raccontaci i primi passi di artigiana della tessitura a mano: come avviene il primo incontro con il telaio?

Devo confessare che il primo incontro con il telaio è stato decisamente disastroso. A quei tempi (era il 1979) la tessitura a mano era un’arte praticamente sconosciuta. Avevo incontrato una signora tedesca trapiantata in Italia che possedeva un telaietto a tensione per cinture: ricordo la perplessità con cui guardavo quello strano oggetto. Poco dopo mio marito, incuriosito, acquistò un telaio a pettine-liccio senza nessuna nozione sul suo utilizzo, dato che nemmeno il negoziante aveva saputo fornirgli istruzioni. Fu così che a casa cominciò ad armeggiare con un intrico di fili pazzesco e io, spaventata, dissi a me stessa che non avrei mai toccato un telaio. In realtà, poi, lui si stancò di quei grovigli e io mi ci avvicinai per cominciare, piano piano, a domarli. In quel periodo ero senza lavoro, così provai ad aprire una bottega artigiana e iniziai a tessere. L’inizio non fu facile, ma con il passare del tempo e con l’aiuto di tessitori più esperti, diventai più veloce e sicura. Insomma, un inizio molto poco romantico.

Ben presto da artigiana ti trasformi in artista e i tuoi manufatti in opere d’arte: cosa ha portato questo cambiamento? Forse il desiderio di comunicare qualcosa attraverso le proprie creazioni?

All’inizio producevo soprattutto capi d’abbigliamento e complementi d’arredo. Poi nella mia bottega entrò Eugenio Guglielminetti, un artista astigiano che si innamorò dei miei lavori e mi chiese di realizzare alcuni arazzi sui suoi supporti. Io non mi sentivo all’altezza di un tale compito, ma lui insistette. Così mi misi all’opera, facendo del mio meglio. L’impegno profuso diede i suoi frutti e le opere create erano talmente belle che furono esposte in una mostra (la prima di molte) ad Aosta. La collaborazione con Guglielminetti continuò per alcuni anni; poi iniziai a sentire la necessità (si, proprio di necessità si tratta) di realizzare idee e progetti che mi frullavano nella mente. Fu proprio quel “desiderio di comunicare qualcosa”, non attraverso parole che si disperdono nel vento, ma attraverso il mio lavoro che ormai amavo e dal quale mi ero lasciata assorbire, che mi fece fare “il salto” nel mondo dell’arte.

Non necessariamente l’abilità e la capacità manuale sfociano nell’insegnamento: cosa ti ha spinto ad “aprirti” ai corsi?

L’insegnamento è stato quasi un cammino parallelo alla mia attività di tessitrice. Insegnare mi è sempre piaciuto, prima ancora di sedermi al telaio, e i corsi sono stati l’occasione per mettere a frutto il mio amore giovanile per Don Milani e l’universo delle scuole popolari, cercando di trasmettere i miei saperi a chiunque me lo chiedesse. Mi piace il termine “aprirsi ai corsi”, perchè insegnare questo mestiere significa proprio aprirsi, in senso quasi fisico, e lasciare uscire tutto quello che c’è nella propria mente e nel proprio cuore, senza trattenere gelosamente per sé i cosiddetti “segreti del mestiere”. Sono proprio questi segreti, piccole astuzie e accorgimenti apparentemente poco significativi, che fanno la differenza tra il lasciar giacere inutilizzati gli apprendimenti di un corso di tessitura e il riuscire a dar seguito a quello che si è appreso, trasformandolo in un hobby gratificante o addirittura in un lavoro abbastanza redditizio. Molte mie allieve hanno avviato un’attività tutta loro e questo per me è motivo di gioia.

Tra le tue mani e attraverso la tua persona il telaio acquista molteplici valenze: strumento espressivo con i bambini (arteterapia), strumento riabilitativo con persone dalle diverse abilità (ergoterapia), opportunità di lavoro e sostentamento per le donne africane. Come arrivi a pensare tutte queste possibilità?

In realtà queste opportunità arrivano da sole. Semplicemente dico sempre sì quando mi chiedono di insegnare tessitura. Provo fin da subito ad immedesimarmi nell’allievo, cercando le strategie per rendergli piacevole l’apprendimento. L’obiettivo è far si che non sia solo un passatempo, ma che diventi qualcosa di significativo nella sua vita, a seconda della situazione in cui si trova. I bambini sono subito affascinati da questi piccoli telai che uso con loro e i genitori rimangono stupiti che i loro figli riescano a focalizzare l’attenzione su piccoli pezzi di cartone e un po’ di lana colorata, più che su costosissimi giochi elettronici. Con le persone diversamente abili è un lavoro bellissimo: si crea subito amicizia, c’è tanta voglia di fare, e un grande interesse per una nuova attività. Le valenze di questi corsi sono molteplici: mentre le persone fanno progressi nel loro percorso umano, riescono a produrre manufatti che danno soddisfazione e sono vendibili. Proprio come nel caso delle donne eritree.

Il tuo impegno in Africa si svolge attraverso l’associazione “Dodiciceste”: ci racconti di questo progetto?

“Dodiciceste” è la onlus che ho fondato otto anni fa insieme a mio marito. Si tratta di un’organizzazione ecumenica nata tra confessioni cristiane ancora divise ma con un forte desiderio di unità. Crediamo che una delle strade per realizzare oggi questa unione sia proprio quella di portare, tutti insieme, solidarietà e giustizia là dove la povertà è troppo scandalosa. Anche in questo caso è stata la tessitura a mano a offrire un’opportunità. Un’associazione mi chiese di andare a fare formazione nella scuola di tessitura delle suore cappuccine in Eritrea, con l’obiettivo di portare all’autonomia almeno due o tre donne. Devo confessare che in quella circostanza non dissi subito sì, perché l’idea mi spaventava, ma dopo due o tre anni di insistenze mi decisi a partire senza sapere bene cosa aspettarmi. Per farla breve, ora ci sono nove gruppi di donne che lavorano autonomamente in tre villaggi dell’Eritrea per un totale di circa cento persone, più una scuola di tessitura ad Asmara e una cooperativa di quaranta ragazzi sordi a Keren. Più di tante parole, mi sembra una bella testimonianza di collaborazione tra confessioni diverse, impegnate insieme per i fratelli più sfortunati. Ecco spiegato il nome “Dodiciceste”: il vero miracolo che ha fatto Gesù nella moltiplicazione dei pani e dei pesci è stato quello di convincere qualcuno a distribuire quello che aveva, e da quella condivisione sono addirittura avanzate dodici ceste.

Cosa ricevi dall’incontro con le persone a cui sveli l’arte dell’intreccio?

Questa è una domanda preziosa. Dai miei allievi ricevo tutto, anche se il termine “allievi” non rende giustizia alla relazione che si crea nel gruppo. Quando insegno non ci sono allievi e maestra, ma persone che dal loro incontrarsi attorno a un telaio si scambiano saperi, e soprattutto si mettono in relazione tra loro. Crescono insieme l’abilità nel tessere stoffe, ma anche l’abilità nel tessere rapporti significativi: si lavora in coppia nel preparare l’ordito e questo momento iniziale collaborativo non si perde più, e si rafforza andando avanti. Un altro regalo che ricevo nell’insegnare tessitura è il fatto di imparare a tessere: sembra incredibile ma è così. Le difficoltà incontrate dagli allievi mi hanno stimolata a trovare soluzioni agli ostacoli che via via si presentavano loro, spronandomi a cercare espedienti magari poco ortodossi secondo i canoni della tessitura, ma efficaci al fine di ottenere un tessuto ben fatto. Per questo dico che non ci sono allievi e insegnanti, ma solo persone che tessono insieme.

I tuoi ultimi due progetti, ossia il libro Sculture di tessuto. Percorsi tra arte, artigianato e spiritualità e la mostra al Santuario di Oropa dal titolo Per sora nostra madre terra, contengono entrambi un forte richiamo verso l’Alto. Si può dire che attraverso il telaio si dispieghi una forma di meditazione o di preghiera?

Sì, certamente, per me è stato così. Mi ritengo fortunata perché ho potuto scegliere di vivere tra i boschi, nel silenzio di una casa piccolissima e povera ma immersa nel verde. A questo si aggiunga la mia frequentazione giovanile di gruppi parrocchiali dove mi è stato insegnato il piacere di conoscere e approfondire la Parola di Dio contenuta nella Bibbia. Sedersi al telaio può significare raccogliere i propri pensieri senza interrompere l’operosità delle mani e questo è preghiera.

Cosa proponi nei due corsi che terrai per The Wool School?

Ho deciso di proporre per entrambi i corsi l’apprendimento della tessitura a mano su telaio a pettine-liccio, che è il modello più semplice. Impareremo innanzitutto come si prepara per bene un ordito, perché su un ordito ben fatto è poi facile tessere qualsiasi cosa, dal tappeto pesante alla tendina leggerissima. Ma noi siamo molto ambiziosi e quindi su questo ordito ben teso cominceremo subito a tessere arazzi, attraverso l’apprendimento di tecniche differenti. Ogni allievo, al termine del corso, porterà a casa il risultato delle sue prime fatiche tessili e sarà in grado di utilizzare come meglio crede le tecniche apprese: potrà fare le sciarpa per i regali di Natale o lanciarsi in avventurosi impieghi dei materiali più disparati per creare arazzi unici e irripetibili. Se poi qualcuno è senza lavoro sarà in grado anche di iniziare una piccola produzione per la vendita, riservandosi in futuro di approfondire altre tecniche e l’utilizzo di altri telai.

L’intreccio si presta a molteplici metafore e significati. C’è un messaggio che ti piacerebbe “far passare” tra le trame del corso?

È un bellissimo gioco quello della ricerca di metafore e significati attorno alla tessitura e agli intrecci. Mi sta a cuore soprattutto quello del tessere relazioni tra persone diverse tra loro che prima non si conoscevano e che, nodo dopo nodo, imparano a conoscersi e a stare bene tra loro. Insomma, trame di pace, per una convivenza pacifica tra le persone.

Per concludere, un’ultima domanda: c’è un libro che ti è rimasto nel cuore e che ci consiglieresti?

Considero i libri miei compagni di viaggio, veri e propri amici. Tra i tanti che adoro ce n’è uno in particolare che porto nel cuore ed è Diario 1941-1943 di Etty Hillesum, ragazza ebrea di ventisette anni che affronta i campi di concentramento e la morte nel lager di Auschwitz con uno straordinario senso di responsabilità, restando fedele al suo popolo, al bello e al buono della vita. Etty è una giovane donna di Amsterdam, colta e passionale, che vive le sue storie d’amore e i suoi interrogativi spirituali nel clima d’odio del nazismo. Sceglie di non sfuggire alla propria sorte ma di reagire all’orrore e alla violenza rimanendo “un cuore pensante” anche nelle baracche dei lager e riuscendo a respingere fino all’ultimo momento ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancora più “inospitale”. Un libro da tenere a portata di mano nei momenti di gioia e in quelli di sofferenza, per ricordarci sempre, come dice lei, che “la vita è bella”.

Valentina: c’era una volta la lana…


11 ottobre 2011

Mi sto facendo una cultura, non solo in fatto di lavorazione della lana, ma soprattutto sulle persone che hanno lavorato una vita in questo edificio, al tempo in cui si chiamava Lanificio Botto o prima ancora Cotonificio Poma. Oggi ho passato mezz’ora ad ascoltare un ex tessitore che mi ha raccontato dei suoi otto anni tra queste mura. Si iniziava come annodatori, mi ha spiegato: i ragazzi giovani arrivavano e venivano messi ad annodare i fili dell’ordito. L’annodatura è un’operazione piuttosto delicata. Da tempo viene fatta con macchinari appositi, uno dei quali è in esposizione qui da noi, ma prima di questi, quando il subbio dell’ordito finiva, non se ne metteva un altro facendo passare di nuovo tutti i fili attraverso i licci e il pettine, ma si annodavano a mano i nuovi orditi a quelli precedenti. Se il nodo veniva fatto in mezzo all’ordito, il pettine battendo rompeva il filo. Bisognava quindi fare il nodo ad un’estremità. Il mio nuovo amico mi raccontava che si doveva fare la gavetta all’annodatura per due o tre anni prima di venire messi al telaio, e si doveva imparare il mestiere nel frattempo guardando i tessitori lavorare. Sarei rimasta ad ascoltarlo per ore…

V.

12 ottobre 2011

C’è stata una piccola discussione riguardo all’organizzazione della mostra. In realtà non mi permetterei mai di sollevare questioni sull’esposizione in sé, poiché non ci capisco nulla, ma stamattina sono arrivata alle nove, come ogni giorno, e ho iniziato subito le pulizie dello spazio che ospiterà Wools of Europe. Invece secondo i miei colleghi avrei dovuto aspettare mezz’ora prima dell’apertura della mostra, in modo da fare tutti lo stesso lavoro nello stesso modo e al medesimo orario. Mi hanno fatto notare che per pulire devo usare la corrente e per farlo devo accendere le luci, e questo significa mezz’ora in più al giorno di luci accese. Che nella singola giornata può sembrare un nonnulla, ma se rapportato alla settimana intera, e quindi ai tre mesi di esposizione, genera un costo rilevante. Insomma, mi sono presa un bel giro di torchio! Anche se sono stati tutti molto comprensivi e delicati nel riprendermi. Alla fine stiamo ancora cercando di stabilire delle procedure che siano ripetibili da tutti, perché la mostra non sarà sempre aperta dalla stessa persona.

V.

13 ottobre 2011

Che meraviglia! Oggi ho conosciuto una signora di Andorno della veneranda età di 101 anni. Sorda, con la vista annebbiata e sulla sedia a rotelle, riesce comunque a trasmettere tanta vitalità da far venire l’invidia. È venuta accompagnata da Paola, altra nostra interessantissima conoscenza della zona, che lavora al telaio. Proprio lei mi ha raccontato che questa signora ha lavorato una vita intera e ancora si dà da fare, così ho domandato all’ultracentenaria se fosse disposta a parlarmi della sua esperienza, e lei ha accettato. Mi ha detto di aver iniziato a lavorare a dodici anni, e di essere rimasta nella stessa azienda per ben quarantatré anni di seguito. Ha visto la fabbrica cambiare nome. Mi ha rivelato di non aver mai voluto figli, così da avere il marito sempre tutto per sé, e di non avere nessuna intenzione di andarsene perché «Come si fa a morire quando ci sono così tante cose da vedere?». Che sagoma! Se mai arriverò a quell’età voglio essere proprio come lei: vivace e spiritosa, con ancora tanta voglia di vivere e di imparare.

V.

14 ottobre 2011

Oggi sono arrivate tre signore per visitare l’esposizione. Come al solito mi sono attaccata a quella più anziana, per farmi raccontare la sua esperienza. Sembra davvero che ogni abitante del biellese abbia in qualche modo lavorato nel campo del tessile laniero. D’altronde è di quello che siamo vissuti per due generazioni e forse più… Mi appassiona questa nuova esperienza di confronto e arricchimento, spero che la mostra continui ad attrarre persone interessanti.

V.

Sconto vs riduzione

© herdy

Siamo ben consapevoli di essere una voce fuori dal coro. Diversamente non si comprenderebbe come gran parte del mercato debba il suo successo a logiche diametralmente opposte alle nostre, come quelle dello sconto e dell’offerta speciale. Delle due l’una: o ci hanno fregati prima della promozione vendendoci a prezzi ingiustificati ciò che non valeva così tanto, o uno dei componenti della catena ci sta perdendo. Propendiamo per la prima ipotesi, anche se non escludiamo affatto la seconda (anzi, è possibile che il mercato giochi contemporaneamente su entrambi i fronti). Per rendersene conto è sufficiente fare un viaggio in Oriente o nei paesi dell’Africa che si affacciano sull’Oceano Indiano, seguendo i percorsi della moda.

No, lo sconto non ci piace proprio. L’unica cosa scontata nello sconto è che qualcuno ci perde: consumatori, fornitori e maestranze, sicurezza, ambiente. Allo sconto preferiamo la riduzione, se è la conseguenza di scelte avvedute e investimenti sul futuro. Facciamo qualche esempio che ci tocca da vicino.

Una cooperativa femminile che ha sede a 1400 metri sul livello del mare produce tessuti a mano straordinari utilizzando anche lane autoctone. Il telaio batte il suo ritmo riproducendo i motivi della tradizione alpina. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – la cooperativa vive enormi difficoltà a inserirsi nel mercato. La troviamo, ne condividiamo l’approccio al lavoro e otteniamo alcuni prodotti da mettere in vetrina. Et voilà, sembra facile ma non è così: ogni articolo in realtà deve essere catalogato, descritto, indossato, contestualizzato, fotografato, posto adeguatamente sul sito che deve preventivamente essere realizzato. Seguono un progetto creativo idoneo, la definizione e il costo delle mailing list e la gestione del magazzino, l’etichettatura, la logistica, i costi di trasporto, i resi e i rifiutati, gli imballi, le poste, le assicurazioni e gli ammanchi, le spese di gestione contabile, le tasse… potremmo andare avanti così un’altra mezz’ora. A questo punto il prezzo di quei tessuti è più che raddoppiato e diventa difficilmente sostenibile anche per il consumatore più sensibile e interessato.

Questo, secondo il flusso consueto delle logiche di mercato che, ovviamente, non possono che incidere sui costi di produzione e quindi mangiarsi la coda ritornando ai circuiti dove il costo del lavoro o gli oneri sociali e ambientali sono ridotti al minimo sindacale (per quelle latitudini). È un meccanismo perverso che favorendo l’acquisto ci danneggia a ogni sua iterazione.

Abbiamo provato a immaginare un percorso alternativo, sempre stando alla larga da progetti e sovvenzioni o desideri di business: fare leva sugli aspetti più nobili di ciascuno di noi, in primis la fiducia. Il primo passo per ottenerla è stato aprire le porte della cucina e permettere a chiunque di fare capolino per sincerarsi in qualunque momento dell’igiene del cuoco. Il secondo è stato l’impegno a onorare i patti, rispettando puntualmente ogni accordo e tenendo fede a quanto pattuito. Il terzo è stato trasformare clienti e fornitori in amici. Partendo da questi presupposti il circuito virtuoso ha iniziato, seppur lentamente, a svilupparsi. Modelle non professioniste che hanno fatto delle loro giornate di lavoro una potenziale vetrina, un fotografo che ha avuto ospitalità quando disperava di trovare un locale dove fare i suoi scatti e riporre le attrezzature, generose collaboratrici che per pura passione hanno lavorato e stanno lavorando per creare modelli originali da proporre al pubblico, organizzatrici infaticabili di occasioni di divulgazione, associazioni e vivaisti pronti a riservarci qualche metro quadrato di serra. C’è stato chi ha ottenuto visibilità, chi una formazione specifica nell’uso di qualche software, chi un’occasione per sentirsi parte di un progetto. Qualcuno ha scorto la possibilità di implementare la propria attività, altri hanno trovato un palcoscenico dove mettersi alla prova come insegnanti. Tutti comunque retribuiti con moneta preziosa che aumenta di valore a ogni nuovo anello della catena e termina o inizia con una persona, il suo lavoro, il nostro ambiente, il nostro futuro.

In questo modo siamo riusciti a contenere il prezzo dei prodotti entro limiti che ci sembrano obiettivamente sottovalutati, specie se rapportati alla qualità di beni che consentono a chiunque di godere di un prodotto unico, e al contempo appropriarsi di una fetta di progetto valoriale senza doversene rammaricare per il costo sostenuto. Ci piacerebbe che foste voi a giudicare, e a breve ve ne daremo la possibilità. In ogni caso siamo certi di stare contribuendo ad aprire un varco in un sistema economico tanto primitivo quanto arrogante, e questo sta accadendo anche grazie al vostro prezioso sostegno.

Lana in festa

Impossibile resistere al ritmo dei 9/8. Lo scorso weekend oltre 6000 visitatori si sono messi in coda per partecipare alla Wool Fest di Cockermouth, una delle più importanti fiere del settore laniero della Gran Bretagna. Due giorni di festa accompagnata da musica e balli popolari, con più di un centinaio di espositori.

A dire il vero, parlare di “espositori” ci sembra riduttivo: bisognerebbe coniare un termine più appropriato che renda la passione per la materia molto più che per il profitto di chi offriva le proprie originali produzioni: lana sucida, lavata, filata a mano, tinta a mano, con principi vegetali, in bottiglia, a freddo, bollita, passata al microonde. Molti impegnati a tessere al telaio, a sferruzzare, a lavorare il feltro. E poi intagliatori di bottoni in pietra, in legno e in ceramica. Non mancavano gli artisti, i creatori di pupazzi per bambini, i disegnatori a china e a pastello, gli stampatori di tessuti, gli annodatori di tappeti, i librai specializzati con libri recenti e pubblicazioni d’antan.

A Cockermouth i visitatori hanno potuto trovare tutto ciò che normalmente esula dai circuiti commerciali classici o evoluti e ne hanno approfittato. Tutti sono usciti con borse piene di prodotti, ognuno a suo modo prezioso e comunque introvabile. Anche noi non siamo stati da meno e, oltre alla borsa, ci siamo riempiti gli occhi, il cuore e la mente delle sensazioni e dell’atmosfera che si respirava lassù sul 55° parallelo.

E, consentitecelo, il bello è che non abbiamo trovato nemmeno una persona spocchiosa. Nessun maestro o benevolo dispensatore di saggezza centellinata: da chi ha parcheggiato la sua Jaguar o il Range Rover a chi ha raggiunto il festival a piedi dopo aver trascorso la notte in tenda, tutti erano accomunati da un’unica grande passione, quella per la lana e per la conoscenza della filiera che l’ha preceduta.

Crediamo sia questo il valore aggiunto della manifestazione: l’approccio al tema. Non più tardi di una settimana fa ci era stato chiesto un parere sullo scarso successo in termini di pubblico a una manifestazione a nostro giudizio straordinaria che aveva in oggetto gli stessi argomenti. Al di là del numero ridotto di espositori, il discrimine è stato l’approccio troppo enfatico dato sia dagli organizzatori sia dagli espositori ad attività che comunque appartengono alla tradizione e non alla punta avanzata del pensiero o dell’originalità artistica. In buona sostanza, quello che ci sembra di cogliere in Italia è una tendenza a sradicare la lana dal proprio contesto popolare, elevandola a un livello di manifestazione artistica o artigianalità evoluta, o persino di disciplina scientifica che, di fatto, ha come effetto il raffreddamento e l’allontanamento del grande pubblico. Pare di cogliere, in molte realtà nazionali, una sorta di profonda barriera tra il detentore di un sapere e il neofita, un confine che scoraggia i tentativi dei più timidi.

Come direbbe il fondatore del consorzio Biella The Wool Company, «non c’è nulla di più popolare della lana». Sono più di diecimila anni che conosciamo e lavoriamo questo materiale: non c’è nulla da inventare. Semmai c’è molto da riscoprire e rielaborare, fruendo degli strumenti di cui siamo oggi in possesso. Siamo chiamati a fare un passo indietro per farne due in avanti. Crediamo che anche questa sia cultura. Popolare, certo, ma comunque cultura, e ci piace molto pensare che possa essere mutuata e adattata anche alle nostre latitudini.

Ancora ebbri di pioggia, vento e passione, ci sentiamo in dovere di dichiarare il nostro entusiasmo per aver preso parte a una vera e propria manifestazione di orgoglio per un prodotto popolare che ha ancora tanto da dare. Basta solo fermarsi e lasciarlo parlare anziché coprirlo con i nostri belati. Vi lasciamo al sito della Wool Fest, anticipandovi che stiamo pensando a un concorso per i lettori del blog. Che ne direste se il premio fosse una due giorni a Cockermouth il prossimo anno?